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ACCADE OGGI nella CHIESA
1. Papa Benedetto parla di un grande Maestro: San Tommaso d’Aquino.
Udienza di Mercoledì 23 giugno 2010
Mettiamoci anche noi alla scuola di san
Tommaso e del suo capolavoro, la Summa
Theologiae. Essa è rimasta incompiuta,
e tuttavia è un’opera monumentale:
contiene 512 questioni e 2669 articoli. Si tratta di un ragionamento serrato, in cui l’applicazione dell’intelligenza umana ai
misteri della fede procede con chiarezza e profondità, intrecciando domande e risposte, nelle quali san Tommaso approfondisce l’insegnamento che viene dalla Sacra Scrittura e dai Padri della Chiesa, soprattutto da sant’Agostino.
In questa riflessione, nell’incontro con vere domande del suo tempo, che sono anche spesso domande nostre, san Tommaso, utilizzando anche il metodo e il pensiero dei filosofi antichi, in particolare di Aristotele, arriva così a formulazioni precise, lucide e pertinenti delle verità di fede, dove la verità è dono della fede, risplende e diventa accessibile per noi, per la nostra riflessione. Tale sforzo, però, della mente umana – ricorda l’Aquinate con la sua stessa vita – è sempre illuminato dalla preghiera, dalla luce che viene dall’Alto. Solo chi vive con Dio e con i misteri può anche capire che cosa essi dicono.
Nella Summa di Teologia, san Tommaso parte dal fatto che ci sono tre diversi modi dell’essere e dell'essenza di Dio: Dio esiste in se stesso, è il principio e la fine di tutte le cose, per cui tutte le creature procedono e dipendono da Lui; poi Dio è presente attraverso la sua Grazia nella vita e nell’attività del cristiano, dei santi; infine, Dio è presente in modo del tutto speciale nella Persona di Cristo unito qui realmente con l'uomo Gesù, e operante nei Sacramenti, che scaturiscono dalla sua opera redentrice.
2. Nuove nomine in Vaticano
Il 30 giugno e il 1 luglio sono state ufficializzate una serie di nomine nella curia vaticana. Le principali sono tre.
- La prima è quella dell'arcivescovo Salvatore Fisichella a presidente del neonato pontificio consiglio per la Nuova Evangelizzazione.
Fisichella era rettore della Pontificia Università Lateranense e presidente della Pontificia Accademia per la vita.
L'attuale situazione della fede e della vita ecclesiale in vari Paesi di antica tradizione cristiana desta seria preoccupazione in Papa Benedetto che ha ricevuto il compito di confermare i fratelli nella fede e di presiedere la Chiesa nella carità. Il nuovo organismo vaticano risponde proprio all’esigenza di una rinnovata opera di annuncio del Vangelo nei Paesi dove sono presenti Chiese di antica fondazione, la necessità cioè di una "nuova evangelizzazione” Il nuovo Pontificio Consiglio può rinnovare i linguaggi della fede evitando che essa sia presupposta e data per scontata.
- La seconda nomina importante è quella del cardinale canadese Marc Ouellet a prefetto della congregazione per i vescovi, al posto del cardinale Giovanni Battista Re.
Ouellet, 66 anni, arcivescovo di Quebec in Canada, discepolo del grande teologo Hans Urs von Balthasar, ha operato in uno dei luoghi dove la scristianizzazione è intervenuta più drammatica e repentina. Nel scegliere i futuri vescovi, si prevede quindi che sarà molto in sintonia con la visione che ha indotto Benedetto XVI a istituire il nuovo organismo per la nuova evangelizzazione.
- Infine, la terza nomina importante è quella del vescovo svizzero Kurt Koch a Presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei cristiani, al posto del cardinale Walter Kasper.
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Ho bisogno di raccontare come sono tornata a casa "piena di forza,di grazia e di gloria" dal pellegrinaggio Macerata-Loreto.
Prima di iscrivermi ero entusiasta di rifare questa esperienza, ma subito dopo mi riempivo la testa di scuse banali per non andarci.
Mi dicevo: "Non sopporto la fatica di tante ore di cammino, il dolore fisico, il sonno che si aggiunge e poi al ritorno mi aspettano due settimane intense per la preparazione della festa di San Giovanni Battista". Nel frattempo alcune persone mi affidavano le loro intenzioni da portare alla Madonna, non potevo deluderle e abbandonarle e quindi quasi con rassegnazione sono partita affidandomi totalmente alla volontà di GESU', chiedendogli nelle mie preghiere di donarmi tanta FORZA.
Quella forza è arrivata e l'ho avuta accanto per tutto il cammino. Per tutta la notte avvertivo la presenza di Gesù al mio fianco che mi teneva per mano, mi sembrava di camminare sollevata da terra, le ore sono passate veloci, ma piene.
Le testimonianze raccontate ti fanno vibrare il Cuore, la preghiera e le intenzione dei fedeli ti danno quella spinta giusta per affrontare la vita nel modo in cui Lui ci insegna.
Giunta l'alba mi trovo davanti al cartello stradale che dice 'Loreto', guardo avanti e mi accorgo di essere tra i primi pellegrini. Questo mi fa riflettere: ma come sono arrivata fino qui? Mi rendo conto che non sono stanca, non sto male e non ho sonno.
Fisso lo sguardo verso la collinetta che porta su in Chiesa e ringrazio Gesù per tanta Grazia e Forza, mi commuovo perché intravvedo tra gli alberi passare la Croce.
Il cardinale dice: "La fila di pellegrini è di quasi 5 km". Ritorno con lo sguardo verso la Croce. Quest' esperienza ha confermato quello che, le lacrime scendono, riconosco Gesù Risorto, sento la sua mano che mi lascia e mi rassicura aspettandomi nella casa di sua Madre, di nostra Madre per me è già certo, l'Amore di Gesù non ha limiti.
Erica
Macerata-Loreto,
una notte che cambia
Scorgendo le lacrime di una persona della protezione civile che, impegnata nel suo lavoro, non aveva potuto trattenere la commozione di fronte alle migliaia di persone che nella notte camminavano cantando e pregando, sono stato sfidato da quello che pure ho contribuito a far nascere. Ogni anno guardando lo stadio pieno, leggendo le migliaia di richieste di preghiera che ci arrivano, incontrando la gente sulla strada che ci aspetta ad ogni ora per vedere un popolo unito dalla stessa esigenza e diretto ad una casa comune, sono stupito da quello che penso di organizzare. Il pellegrinaggio Macerata-Loreto è solo un’occasione perché si manifesti l’imponenza del bisogno umano, l’urgenza di sapere che c’è chi risponde al nostro grido di uomini e volge in bene il faticoso cammino della storia. Voglio dire grazie a ciascuna di quelle persone che, in questi 32 anni, hanno reso visibile con la loro fedele presenza quello che avevo letto nei libri di filosofia e di teologia e cioè che la fede è capace di dialogare con il cuore dell’uomo fino ad attirarlo.
Grazie alle migliaia di giovani che con la loro sete di infinito ci seguono ogni anno. La Chiesa di Cristo è come un fiume carsico che a volte sembra scomparire, ma solo per riapparire più vivo, come è emerso con evidenza i giorni scorsi nei duecentomila che erano a Roma il 16 maggio attorno a Pietro, nei quattrocentomila che erano a Fatima, o nei due milioni che a Torino sono stati attirati dalla Sindone. Resta tuttavia imperioso il problema educativo: se la Chiesa ha un alleato nel cuore dell’uomo che non smette mai di cercare e di desiderare, non può accontentarsi di momenti in cui si veda che il popolo cristiano c’è.
Perché il giorno dopo, quella bellezza e quella certezza devono misurarsi con i problemi della vita (affetto, lavoro, giustizia, bene comune) e dimostrare che l’esperienza straordinaria vissuta può entrare a cambiare la vita di ogni giorno. Per questo i vescovi italiani hanno sintetizzato nella «sfida educativa» il compito pastorale per i prossimi anni. Per questo faccio mie le parole di don Juliàn Carròn ì: «Non permettiamo che Cristo resti in noi soltanto una parola accanto alla nostra umanità in cammino…
Giancarlo Vecerrica, vescovo di Fabriano
Iniziatore del pellegrinaggio
Che cosa è capitato
questa settimana nella Chiesa
e nella nostra diocesi
Chiusura dell’anno sacerdotale
Questo venerdì, chiusura dell'Anno Sacerdotale, nella Celebrazione Eucaristica con il maggior numero di concelebranti mai avvenuta a Roma: circa 15.000 sacerdoti.
Benedetto XVI ha usato il calice appartenuto a San Giovanni Maria Vianney, a tutt'oggi conservato nella parrocchia di Ars. Un grande arazzo con l'immagine del Santo Curato d'Ars è stato collocato alla loggia centrale della Basilica. San Giovanni Maria Vianney è stato al centro dell'Anno Sacerdotale, come patrono di tutti i sacerdoti. Nella celebrazione eucaristica ci sono stati momenti particolari, come il rito dell'aspersione con l'acqua benedetta come atto penitenziale.
Si è pensato a questo rito considerando la solennità del Sacro Cuore e il riferimento al sangue e all'acqua sgorgati dal Cuore del Signore a salvezza del mondo, e anche per riprendere il tema della purificazione, sul quale in diverse circostanze il Santo Padre è ritornato ultimamente. I sacerdoti hanno rinnovato le promesse sacerdotali come nel giorno del Giovedì Santo alla Messa crismale.
Benedetto XVI a Cipro
Udienza generale mercoledì 9 giugno
A Cipro “ho potuto quasi sentire tanti cuori pulsare all’unisono”. E' questa la forte emozione che Benedetto XVI ha richiamato mercoledì all'Udienza generale. Il Papa ha definito un “evento storico” che “ha felicemente conseguito i suoi scopi” la sua visita apostolica sull'isola del Mediterraneo ricordando la profonda atmosfera di comunione che si poteva respirare tra i resti archeologici dell’antica Paphos, dove insieme ad armeni, luterani, anglicani, ma soprat-tutto ortodossi è stato possibile rinnovare “il reciproco e irreversibile impegno ecumenico”.
Non è mancato un pensiero ai fedeli che vivono nella parte nord di Cipro, posta sotto il controllo dai turchi dall'invasione del 1974: “E’ stata particolarmente significativa la presenza di alcuni cattolici maroniti originari di quattro villaggi dell’Isola dove i cristiani sono popolo che soffre e spera; ad essi ho voluto manifestare la mia paterna comprensione per le loro aspirazioni e difficoltà”.
Il Papa ha consegnato l’Instrumentum laboris ai Vescovi che a ottobre, in Vaticano, parteciperanno al Sinodo speciale sul Medio Oriente, e il brutale assassino di mons. Luigi Padovese, presidente della Conferenza Episcopale Turca, “la cui improvvisa e tragica morte ci ha lasciati addolorati e sgomenti”.
Nei saluti ai fedeli polacchi il Papa ha voluto ricordare la figura del nuovo beato, don Jerzy Popiełuszko, che “insegnava l’amore e la solidarietà verso coloro che hanno bisogno di un sostegno spirituale o materiale
Un pensiero è andato anche ai i tanti sacerdoti e i seminaristi presenti all'Udienza, una trentina di rappresentanti delle sedici squadre che hanno partecipato alla Clericus Cup, il campionato di calcio riservato ai preti e agli studenti dei seminari di tutto il mondo, giunto alla quarta edizione.
Trasporto delle reliquie dei
Santi Felice e Fortunato
da Malamocco a Chioggia
Un grande avvenimento: L’urna con le reliquie dei Santi Felice e Fortunato ha sostato a Malamocco da dove 900 anni fa la diocesi è stata trasferita a Chioggia. Sono passate per Pellestrina, e sono arrivate a Chioggia Giovedì, per essere riportate in cattedrale con una grande processione del popolo di Dio accompagnato dal vescovo e sacerdoti e dalle autorità civili.
Una famiglia di Sotto il Monte, paese di nascita di papa
Giovanni, è venuta in contatto con noi attraverso il libro ‘Vita da prete’. Il figlio più grande è sacerdote da un anno. Ci hanno mandato alcune sue bellissime foto e insieme questa lettera ai familiari del giovane Angelo Roncalli, futuro papa.
Beato Papa Giovanni XXIII
PAPA BENEDETTO
a Pentecoste
Un Padre della Chiesa, Origene, riporta un detto attribuito a Gesù, non contenuto nelle Sacre Scritture ma forse autentico, che recita così:
«Chi è presso di me è presso il fuoco». In Cristo, infatti, abita la pienezza di Dio, che nella Bibbia è paragonato al fuoco. La fiamma dello Spirito Santo arde ma non brucia.
E tuttavia essa opera una trasformazione, e perciò deve consumare qualcosa nell’uomo, le scorie che lo corrompono e lo ostacolano nelle sue relazioni con Dio e con il prossimo.
Questo effetto del fuoco divino però ci spaventa, abbiamo paura di essere "scottati", preferiremmo rimanere così come siamo...
Cari fratelli e sorelle, abbiamo sempre bisogno di sentirci dire dal Signore Gesù quello che spesso ripeteva ai suoi amici: "Non abbiate paura". Come Simon Pietro e gli altri, dobbiamo lasciare che la sua presenza e la sua grazia trasformino il nostro cuore, sempre soggetto alle debolezze umane. Dobbiamo saper riconoscere che perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, è in realtà guadagnare, ritrovarsi più pienamente.
“Non mi faccio prete per complimento...”
Il giovane Angelo Roncalli scrive ai familiari
Roma, 16 febbraio 1901
Carissimi
Genitori, fratelli, sorelle, nonni e zio,
il Signore mi vuole prete, e per questo mi ha ricolmato di tanti benefici fino a mandarmi a Roma, sotto gli occhi del suo Vi cario, il Papa, nel la Città Santa presso la tomba di tanti martiri illustri, di tanti sacerdoti così santi. Questa è una vera fortuna per me e per voi.
Ma non mi faccio prete per complimento, per fare quattrini, per trovare comodità, onori, piaceri. Guai a me! Ma piuttosto e solo per fare del bene in qualunque modo alla povera gente. E perciò vorrei che i primi a partecipare a questo bene foste voi che tanto avete fatto per me, voi la cui salute spirituale mi sta tanto a cuore, voi per cui io prego ogni giorno.
Avrò io questa bella consolazione di sapere che voi tutti avete ricavato un grande vantaggio dalla santa Missione e che siete divenuti più buoni cristiani di prima? Lo spero, anzi me ne tengo certissimo, conoscendo io molto bene le vostre ottime disposizioni. Nella comunione ricordatevi tutti anche di me.
La mia salute è floridissima, e intanto accogliete i miei auguri e i miei saluti e partecipateli a tutti i parenti e amici .
Vostro chierico Angelo
Papa BENEDETTO
a FATIMA
Sulla piazza del Santuario di Fatima
Cari pellegrini,
Sorelle e fratelli tanto amati, anch’io sono venuto come pellegrino a Fatima, a questa «casa» che Maria ha scelto per parlare a noi nei tempi moderni. Sono venuto a Fatima per gioire della presenza di Maria e della sua materna protezione. Sono venuto a Fatima per pregare, con Maria e con tanti pellegrini, per la nostra umanità afflitta da miserie e sofferenze. Sono venuto a Fatima, con gli stessi sentimenti dei Beati Francesco e Giacinta e della Serva di Dio Lucia, per affidare alla Madonna l’intima confessione che «amo», che la Chiesa, che i sacerdoti «amano» Gesù e desiderano tenere fissi gli occhi in Lui, mentre si conclude quest’Anno Sacerdotale, e per affidare alla materna protezione di Maria i sacerdoti, i consacrati e le consacrate, i missionari e tutti gli operatori di bene che rendono accogliente e benefica la Casa di Dio.
Sì! Il Signore, la nostra grande speranza, è con noi; nel suo amore misericordioso, offre un futuro al suo popolo: un futuro di comunione con sé.
Tra sette anni ritornerete qui per celebrare il centenario della prima visita fatta dalla Signora «venuta dal Cielo», come Maestra che introduce i piccoli veggenti nell’intima conoscenza dell’Amore trinitario e li porta ad assaporare Dio stesso come la cosa più bella dell’esistenza umana. Un’esperienza di grazia che li ha fatti diventare innamorati di Dio in Gesù, al punto che Giacinta esclamava: «Mi piace tanto dire a Gesù che Lo amo! Quando Glielo dico molte volte, mi sembra di avere un fuoco nel petto, ma non mi brucio». E Francesco diceva: «Quel che m’è piaciuto più di tutto, fu di vedere Nostro Signore in quella luce che la Nostra Madre ci mise nel petto. Voglio tanto bene a Dio!»
La beata Giacinta si mostrava instancabile nella condivisione con i poveri e nel sacrificio per la conversione dei peccatori.
Con la famiglia umana pronta a sacrificare i suoi legami più santi sull’altare di gretti egoismi di nazione, razza, ideologia, gruppo, individuo, è venuta dal Cielo la nostra Madre benedetta offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l’Amore di Dio che arde nel suo.
In quel tempo erano soltanto tre, il cui esempio di vita si è diffuso e moltiplicato in gruppi innumerevoli per l’intera superficie della terra, in particolare al passaggio della Vergine Pellegrina, i quali si sono dedicati alla causa della solidarietà fraterna. Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità.
Il Papa a Fatima ha detto anche:
Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?
Affinché ciò non accada, bisogna annunziare di nuovo con vigore e gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del cristianesimo, fulcro e sostegno della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza via qualsiasi paura e indecisione, qualsiasi dubbio e calcolo umano.
Avvenire, martedì 4 maggio, p. 3
Nella Sindone la vita
La lezione del Papa
DAL NOSTRO INVIATO A TORINO
Marina Corradi
Le porte del Duomo sono spalancate. Da fuori entra il fruscio della pioggia e l’eco, dai maxischermi, dei canti dei ragazzi in piazza San Carlo. Ma dentro c’è silenzio. Gli anziani canonici della cattedrale e 180 monache di clausura venute dai monasteri di tutto il Piemonte siedono immobili, aspettando il Papa. Davanti a loro, sull’altare centrale, la Sindone. Gli occhi delle monache fissi su quel telo, sull’impronta di quel corpo martoriato. Ne contemplano la faccia, il costato, le mani - ritornano al volto…
Benedetto XVI arriva da piazza San Carlo, ha ancora addosso la festosità dei ragazzi, e negli occhi le loro facce ridenti. Entra e va a inginocchiarsi insieme al cardinale Poletto davanti al crocifisso. Si alza, ora è di fronte alla Sindone. Si inginocchia ancora, solo. Il Duomo è muto, attorno. Cinque lunghi minuti di perfetto silenzio, intonso quanto, prima, quello delle monache. Anche gli occhi del Papa fissi sull’impronta di quel corpo; gli occhi spalancati a guardare, a riconoscere ad una ad una le ferite. È come un faccia a faccia; è un incontro. Infine, il Papa si alza, e si volta verso di noi.
Sono già stato qui una volta, dice, ma questa volta attendevo molto questo momento: «Forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria icona» (già, il passare degli anni, quell’invecchiare che fa vedere ogni cosa più in profondità: lo sanno bene i canonici e le monache qui in Duomo); «e direi soprattutto - aggiunge Benedetto XVI - perché sono qui come successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi tutta l’umanità ». L’intera Chiesa dunque portata davanti alla Sindone, dal Papa - l’intera Chiesa, e l’umanità tutta, presentata in cinque minuti di silenzio dal successore di Pietro in ginocchio...
«È un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso, in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù», afferma. Ci offre l’immagine «di com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel tempo ».
E su quel tempo, cronologicamente così breve, un giorno e mezzo, si sofferma e incide la sua meditazione il Papa. Su quel tempo breve «ma immenso, e infinito». Il giorno in cui «Dio morì nella carne e scese a scuotere il regno degli inferi». Il «giorno del nascondimento»…
La Sindone, icona del Sabato Santo. Benedetto XVI, il Pontefice tedesco che conobbe il nazismo… sa molto bene quanto il nascondimento di Dio faccia parte della spiritualità contemporanea. Sa bene come il Nietzsche che cita, quello che scrisse che Dio è morto, abiti anche in noi, e come l’oscurità del XX secolo ancora e profondamente ci riguardi.
...Singolarmente, nota il Papa, la Sindone si comporta come un documento fotografico, dotato di un positivo e di un negativo. Nel negativo l’immagine risalta di più. Commenta Benedetto: «Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini». Spiega il Papa che in una notte breve e infinita Dio ha condiviso il nostro morire e anche il nostro rimanere nella morte. È sceso nella nostra morte, in quel buio che ci atterrisce. Come quando, da bambini, abbiamo paura del buio, e solo la presenza di una persona amata ci rassicura. (Quale immagine è più umana e comprensibile di questa? Dio come la madre che da bambini, svegliandoci di notte, spaventati chiamiamo e subito ci è accanto). «Nel regno della morte è risuonata la voce di Dio». La Sindone, passata dentro la notte più profonda, «è al tempo stesso luminosa». Quelli che vengono a venerarla vedono
anche luce.
...Paradossale signoria, dice il Papa, quella che promana dal sudario di un morto: «Come una sorgente che mormora nel silenzio», nel silenzio di ogni nostro intimo Sabato Santo. Nel Duomo di Torino, 2 maggio 2010, a lezione dal Papa...
Notizie dal Quartiere
- Grazie a chi ha falciato l’erba nel cortile dietro la Chiesa. Ora si potrà giocare!
- E’ stato sistemato un distributore di latte crudo e di formaggio e ricotta di pecora nel parcheggio accanto alla Chiesa. Si può provare…
- Sono in costruzione o altri caseggiati a Borgo San Giovanni. Ci auguriamo che tutte le zone del quartiere incolte o trascurate vengano ben sistemate e pulite.
La predica della vita
Dice Francesco al suo compagno:
"Vieni, fratello, andiamo a predicare".
Risponde il fraticello disarmato: "Ma, Padre, come posso predicare io che sono tanto ignorante?".
"Non ci pensare - sussurra Francesco - andiamo, andiamo a predicare".
Van girando i frati per la città e pregano insieme camminando, salutano tutti in pace ed umiltà, dei poverelli si fanno fratelli, aiutano insieme i bisognosi.
Dice infine Francesco al compagno:
"Vieni, fratello, torniamo al convento".
"Ma, Padre mio, la nostra predica?".
Sorridendo gli replica Francesco:
"Ma è già finita, fratello mio. La più bella predica è l'esempio: noi oggi l'abbiamo fatta così".
Il Papa a Malta
“Il motivo del naufragio che è all'origine del mio viaggio a Malta in occasione dei 1950 anni dell'arrivo di San Paolo, vale anche per noi: dal naufragio per Malta e' nata la fortuna di avere la fede così possiamo pensare anche noi - ha detto il Papa sull'aereo ai giornalisti - che i naufragi della vita possano far parte del progetto di Dio per noi e possano essere utili per un nuovo inizio nella nostra vita. Mi fa piacere venire in mezzo a una chiesa vivace, come è quella di Malta. Che e' feconda nelle vocazioni e anche oggi è piena di fede e risponde alle sfide del nostro tempo. Si dice che a Malta vi siano 365 chiese, una per ogni giorno dell’anno.
Malta ama Cristo e ama la sua Chiesa che è il suo corpo e sa che anche se questo corpo e' ferito dai nostri peccati, tuttavia ama questa chiesa e il suo Vangelo è la vera forza che purifica e guarisce".
Padre e Madre
Gesù è venuto sulla terra soprattutto per rivelarci il volto del Padre celeste: l’Amore infinito che ci ha creati e la Misericordia senza limiti che ci ha redenti.
Tutte le sue parole, i suoi gesti, da sua stessa persona tendevano a questo: dal suo modo di essere Figlio – totalmente Figlio – noi dovevamo imparare a conoscere il Padre celeste e ad affidarci a Lui. “Chi vede me – diceva Gesù – vede il Padre mio, perché io sono nel Padre e il Padre e in me!”. Per questo egli Lo chiamava con l’espressione più tenera e familiare con cui i bambini ebrei, nei primi anni di vita, chiamavano i loro papà (“Abbà!”), e così ci insegnò a chiamarlo nella preghiera.
Da allora in poi, in ogni famiglia cristiana, si vide (o si dovrebbe vivere) qualcosa di questo mistero. Ogni papà dovrebbe condurre il suo bambino fino a consegnarlo nelle mani sicure del Padre che nei cieli. Ciò però avviene solo se, “mentre il bambino guarda il suo papà terreno, costui guarda il suo Padre celeste”. Bisogna procedere per così dire, “di sguardo in sguardo”.
Questo è il segreto di ogni vera paternità.
Antonio Maria Sicari, Una Santa Famiglia
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In questi giorni il Papa è a Torino
in visita alla Sindone
Oggi, domenica 2 maggio è la Giornata Nazionale dell’8xmille alla Chiesa Cattolica. L’8xmille non costa nulla. Ma va riconfermato ogni anno. L’8xmille arriva lontano. Segue tre grandi linee di intervento: i progetti di culto e pastorale per la formazione delle persone e per gli ambienti parrocchiali; il sostentamento dei sacerdoti; le opere di carità in Italia e nei paesi di sviluppo.
In fondo alla Chiesa, dèpliant illustrativo e busta per la consegna.
Giornata delle vocazioni
Dal Messaggio di Papa Benedetto
La testimonianza
suscita vocazioni
La fecondità della proposta vocazionale, dipende primariamente dall'azione gratuita di Dio, ma, come conferma l'esperienza pastorale, è favorita anche dalla qualità e dalla ricchezza della testimonianza personale e comunitaria di quanti hanno già risposto alla chiamata del Signore nel ministero sacerdotale e nella vita consacrata, poiché la loro testimonianza può suscitare in altri il desiderio di corrispondere, a loro volta, con generosità all'appello di Cristo.
Gesù, l'inviato del Padre, testimonia con la sua missione l'amore di Dio verso tutti gli uomini, senza distinzione, con particolare attenzione agli ultimi, ai peccatori, agli emarginati, ai poveri. Giovanni Battista, con una vita interamente spesa per preparare la strada a Cristo, testimonia che nel Figlio di Maria di Nazaret si adempiono le promesse di Dio: lo indica ai suoi discepoli come "l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo". La sua testimonianza è tanto feconda, che due dei suoi discepoli "sentendolo parlare così, seguirono Gesù".
Anche la vocazione di Pietro passa attraverso la testimonianza del fratello Andrea, il quale, dopo aver incontrato il Maestro e aver risposto al suo invito a rimanere con Lui, sente il bisogno di comunicargli subito ciò che ha scoperto nel suo "dimorare" con il Signore: "Abbiamo trovato il Messia - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù". Così avvenne per Natanaele, Bartolomeo, grazie alla testimonianza di un altro discepolo, Filippo, il quale gli comunica con gioia la sua grande scoperta: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret".
Questo accade anche oggi nella Chiesa: Iddio si serve della testimonianza di sacerdoti per suscitare nuove vocazioni sacerdotali e religiose al servizio del Popolo di Dio.
Elemento fondamentale e riconoscibile di ogni vocazione al sacerdozio e alla consacrazione è l'amicizia con Cristo. Gesù viveva in costante unione con il Padre, ed è questo che suscitava nei discepoli il desiderio di vivere la stessa esperienza, imparando da Lui la comunione e il dialogo incessante con Dio. Se il sacerdote è 1`"uomo di Dio", che appartiene a Dio e che aiuta a conoscerlo e ad amarlo, non può non coltivare una profonda intimità con Lui, rimanere nel suo amore, dando spazio all'ascolto della sua Parola. La preghiera è la prima testimonianza che suscita vocazioni. Come l'apostolo Andrea, che comunica al fratello di aver conosciuto il Maestro, ugualmente chi vuol essere discepolo e testimone di Cristo deve averlo "visto" personalmente, deve averlo conosciuto, deve aver imparato ad amarlo e a stare con Lui.
Altro aspetto della consacrazione sacerdotale e della vita religiosa è il dono totale di sé a Dio. Scrive l'apostolo Giovanni: "In questo abbiamo conosciuto l'amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli". Con queste parole, egli invita i discepoli ad entrare nella stessa logica di Gesù che, in tutta la sua esistenza, ha compiuto la volontà del Padre fino al dono supremo di sé sulla croce. Da qui scaturisce la capacità di darsi poi a coloro che la Provvidenza gli affida nel ministero pastorale, con dedizione piena, continua e fedele, e con la gioia di farsi compagno di viaggio di tanti fratelli, affinché si aprano all'incontro con Cristo e la sua Parola divenga luce per il loro cammino. La storia di ogni vocazione si intreccia quasi sempre con la testimonianza di un sacerdote che vive con gioia il dono di se stesso ai fratelli per il Regno dei Cieli. Questo perché la vicinanza e la parola di un prete sono capaci di far sorgere interrogativi e di condurre a decisioni anche definitive
Lettera dalla missione
Una testimonianza
dall’America Latina diventa
un utile paragone per noi...
Andando in giro per il mondo, ne vedi di tutti i colori. Nelle rinomate spiagge di vacanza, è evidentissima la disuguaglianza fra ricchi e poveri, con un turismo da sballo! Ricchi industriali con giovani donne, certamente prostitute, incontrate in viaggio od in loco; bambini di sette-otto anni che vengono a chiedere soldi o a vendere oggetti e fanno balli o gesti a dir poco inquietanti. E’ l’infanzia violata che ha perso l’inno-cenza! Per la prima volta mi rendo conto cosa voglia dire non avere l’infan-zia. Essere derubati del proprio “io!”.
Ho visto che solo la Chiesa con la sua liturgia, è viva nel popolo e raccoglie giovani, anziani, ricchi e poveri e parla un linguaggio comune e parla di solidarietà, di carità, di diritti e doveri, è vicina ai sequestrati, ai malati e a quelli che sono vicini alla morte! La chiesa è fonte di annuncio non ideologico.
Qui è commovente vedere la quantità di ordini religiosi, anche giovani, che si prendono cura dell’educazione e dell’istruzione. Veramente il problema educativo è l’unico da risolvere. La gente è povera sì, ma spende male i soldi: tutti hanno il cellulare e il televisore ed in casa manca acqua magari e le infrastrutture non ci sono. Sarebbe veramente disperante pensare che la situazione continuerà così per sempre! Ogni uomo è prezioso agli occhi di Dio. Ciascuno di noi “vale” il sangue di Gesù, io valgo il sangue di Gesù! per questo voglio bene e mi interesso a un altro anche se non sono interpellato.
...Mi dispiace moltissimo quest’attacco alla chiesa. Per uno che sbaglia, quanti Santi che hanno curato ferite e riparato umanità dissestate e servito povertà tanto crudeli alle quali nessuno si sarebbe accostato.
Qui in America Latina dovunque tu vada, incontri delle situazioni che gridano vendetta al cospetto di Dio! Qui o impari l’odio e la vendetta, o impari il perdono, rivestito della nuova umanità di Cristo Risorto e vittorioso sulla morte! Mi colpiva come il Papa, oggi attaccato ingiustamente dai media, sia ancora l’agnello pasquale che si immola silenziosamente “per tutti”. Qui capisci che Cristo è la strada Maestra ed è ‘per noi uomini’. Lo capisci perché senza di Lui rimane solo disperazione e lutto e pianto e tragedia. Qui è tutto talmente povero e rozzo che non puoi illuderti in nessun modo che le cose possano andar bene per merito tuo. Qui vedi l’umano sfacelo e l’umana arretratezza, come se l’umano fosse nascosto e fosse diventato molto simile all’animale. Qui vedi il frutto del peccato originale che arriva alla distruzione stessa del volto umano! E’ come un tarlo che ti rode e ti rovina; ogni tanto hai voglia di vedere il bello, per ricordartelo, per sapere che da qualche parte esiste. Al mattino, quando vado in bus e tutti ti si buttano addosso e devo stare attento ai furti, capisco che non posso vivere solo “in difesa” e devo invece avere una coscienza molto vigile e guardare a Colui che può salvare ogni uomo...
Un cinese, in carcere in Italia, si converte, chiede di ricevere il battesimo e scrive ad altri amici in carcere questa lettera
Carissimi amici,
ho visto che questa strada che mi prepara al battesimo è la scelta più grande che abbia mai fatto nella vita. Da quel momento la mia vita ha trovato un senso e credo che su questa strada (la mia vita) sarà sempre più certa. Da quando la sto seguendo mi sono accorto di come mi sta cambiando anche il carattere. Per esempio, una volta ero molto nervoso e scattavo subito quando qualcosa non andava o mi dava fastidio e invece adesso mi trovo a essere molto calmo e sereno di fronte alle cose che succedono perché nella mia mente Gesù mi corregge e mi mostra come devo vivere e dove devo andare. Il vangelo di Marco, che ha scritto la storia di Gesù, e che sto leggendo, mi è piaciuto molto e mi ha colpito quello che fa Gesù e come tratta le cose e le persone.
E così mi trovo a “copiare” quello che faceva Gesù nel superare le difficoltà e nell’affrontare le cose. Io non posso fare i miracoli, perché li fa solo Lui, ma vedo che Lui li sta facendo per me e per voi. Ringrazio Dio che mi dà una seconda vita, perché per quello che ho fatto avrei dovuto essere rimandato in Cina e lì rischiavo la pena di morte. Ma Gesù mi ha salvato facendomi rimanere qui. Come nome cristiano ho scelto il nome di Andrea, perché è uno dei primi due che hanno incontrato Gesù e l’hanno seguito. Voglio salutare tutti e vi assicuro che prego per voi perché possiate superare tutte le difficoltà e uscire dal carcere quanto prima possibile. E sono sicuro che il Signore mi ascolta …
Gesù ci vuole condurre fino alle altezze di Dio, alla comunione con Dio, all’essere-con-Dio. È questa la vera meta, e la comunione con Lui è la via. La comunione con Cristo è un essere in cammino, una permanente ascesa verso la vera altezza della nostra chiamata. Il camminare insieme con Gesù è al contempo sempre un camminare nel «noi» di coloro che vogliono seguire Lui. Ci introduce in questa comunità. Poiché il cammino fino alla vita vera, fino ad un essere uomini conformi al modello del Figlio di Dio Gesù Cristo supera le nostre proprie forze, questo camminare è sempre anche un essere portati. Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio. Egli ci tira e ci sostiene. Fa parte della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che accettiamo di non potercela fare da soli. Fa parte di essa questo atto di umiltà, l’entrare nel «noi» della Chiesa; l’aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione – il non strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria. Nel «noi» della Chiesa entriamo in comunione col «Tu» di Gesù Cristo. L’umile credere con la Chiesa, come essere saldati nella cordata dell’ascesa verso Dio, è una condizione essenziale della sequela.
Papa Benedetto la domenica delle Palme
Adorazione eucaristica
Il sacerdote e l’Eucaristia
Francesco d’Assisi
Racconta il suo primo biografo, Tommaso da Celano:
“Ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del Corpo del Signore”.
“riteneva grave segno di disprezzo non ascoltare almeno una messa al giorno, se il tempo lo permetteva. Si comunicava spesso e con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri”. E voleva anche che si dimostrasse grande rispetto alle mani del sacerdote, perché a esse è stato conferito il divino potere di consacrare questo sacramento. Diceva spesso
“Se mi capitasse d’incontrare insieme un santo che viene dal cielo e un sacerdote poverello, saluterei prima il prete e correrei a baciargli le mani. Direi infatti: Ohi! Aspetta, san Lorenzo, perché le mani di costui toccano il Verbo di vita e possiedono un potere sovrumano!”.
In questa pagina è riassunto tutto il senso della vita eucaristica di san Francesco. Non manca proprio nulla: la messa, la comunione, l’adorazione, il decoro dell’altare e delle chiese, la venerazione per i sacerdoti.
Francesco non si stanca di raccomandare ai sacerdoti soprattutto l’umiltà, riferendo l’esempio di Gesù stesso il quale “ogni giorno si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine: ogni giorno, infatti, egli stesso viene a noi in apparenza umile, ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote”.
E le mani del sacerdote dovrebbero essere pure come quelle della Madonna, raccomanda il serafico padre, esprimendosi con queste parole sublimi:
“Ascoltate, fratelli miei. Se la Beata Vergine è così onorata, come è giusto, perché lo portò nel suo santissimo grembo, quanto deve essere santo, giusto e degno colui che tocca con le sue mani, riceve nel cuore e con la bocca e offre agli altri, perché ne mangino, Lui non già morituro, ma in eterno vivente e glorificato, sul quale gli angeli desiderano fissare lo sguardo”.
Stefano Maria Manelli Francesco d’Assisi modello d’amore eucaristico, Osservatore Romano 20 febbraio 2010
Per i giorni dell’adorazione
Un vivo grazie a tutte le persone che hanno collaborato in questa settimana alla distribuzione alle famiglie del foglio con gli orari dell’Adorazione delle Quarantore.
E’ stata una piccola opera missionaria.
TUTTI, ragazzi, giovani, adulti,
possono adorare Gesù con una breve visita ogni giorno, con la Messa e il Vespero.
Gli ADULTI adorano Gesù anche nell’orario indicato a seconda del numero di casa.
I RAGAZZI partecipano all’Adorazione
nell’ora di catechismo.
Ciascuna famiglia può riportare in Chiesa
la busta con la propria libera offerta
come aiuto alla vita della comunità parrocchiale e alle opere di carità della parrocchia.
La busta può essere consegnata personalmente ai sacerdoti oppure inserita nel cassettone
alla porta della Chiesa
Un tesoro perduto ?
Don Carlo Gnocchi
e il dolore innocente
Dopo lo scoppio della bomba, Marco, 1'unico superstite dei quattro bambini, che, ignari e spensierati, giocavano su di un campo minato, era stato immediata-mente sottoposto all'intervento chirurgico: amputazione delle gambe, estrazione del bulbo oculare e regolarizzazione delle vaste numerose ferite che ne crivellavano il fragile corpo palpitante. Lo vidi qualche giorno dopo 1'operazione, quando ancora le medicazioni quotidiane lo facevano tanto soffrire e gli domandai: "Quando ti strappano le bende, ti frugano le ferite e ti fanno piangere, a chi pensi?". "A nessuno", mi rispose con una punta di meraviglia nella voce. "Ma tu non credi che ci sia qualcuno al quale potresti offrire il tuo dolore, per
amore del quale tu dovresti reprimere i lamenti e inghiottire le lacrime e potrebbe aiutarti a sentire meno il tuo dolore?" Marco fisso nel vuoto il viso devastato, guardando con 1'unico occhio stranito, e poi, scuotendo la testa, disse: "Non capisco..." e torno a giocherellare distratto con 1'orlo del lenzuolo.
Fu in quel momento che io ebbi la precisa, quasi materiale, sensazione di una immensa irreparabile sciagura: della perdita di un tesoro, più prezioso di un quadro d'autore o di un diamante di inestimabile valore. Era il grande dolore innocente di un bimbo che cadeva nel vuoto, inutile ed insignificante, soprannaturalmente perduto per lui e per 1'umanita, perché non diretto all'unica meta nella quale il dolore di un innocente può prendere valore e trovare giustificazione: Cristo crocefisso.
C. Gnocchi,
Pedagogia del dolore innocente,
Papa Benedetto
Dall’Angelus di Domenica 7 marzo
Di fronte alla facile conclusione di considerare il male come effetto della punizione divina, Gesù restituisce la vera immagine di Dio, che è buono e non può volere il male, e mettendo in guardia dal pensare che le sventure siano l’effetto immediato delle colpe personali di chi le subisce, afferma: "Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo". Gesù invita a fare una lettura diversa di quei fatti, collocandoli nella prospettiva della conversione: le sventure, gli eventi luttuosi, non devono suscitare in noi curiosità o ricerca di presunti colpevoli, ma devono rappresentare occasioni per riflettere, per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio, e per rafforzare, con l’aiuto del Signore, l’impegno di cambiare vita. Di fronte al peccato, Dio si rivela pieno di misericordia e non manca di richiamare i peccatori ad evitare il male, a crescere nel suo amore e ad aiutare concretamente il prossimo in necessità, per vivere la gioia della grazia e non andare incontro alla morte eterna. Ma la possibilità di conversione esige che impariamo a leggere i fatti della vita nella prospettiva della fede, animati cioè dal santo timore di Dio. In presenza di sofferenze e lutti, vera saggezza è lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza e leggere la storia umana con gli occhi di Dio, il quale, volendo sempre e solo il bene dei suoi figli, per un disegno imperscrutabile del suo amore, talora permette che siano provati dal dolore per condurli a un bene più grande.
Un tesoro perduto ?
Don Carlo Gnocchi
e il dolore innocente
Dopo lo scoppio della bomba, Marco, 1'unico superstite dei quattro bambini, che, ignari e spensierati, giocavano su di un campo minato, era stato immediata-mente sottoposto all'intervento chirurgico: amputazione delle gambe, estrazione del bulbo oculare e regolarizzazione delle vaste numerose ferite che ne crivellavano il fragile corpo palpitante. Lo vidi qualche giorno dopo 1'operazione, quando ancora le medicazioni quotidiane lo facevano tanto soffrire e gli domandai: "Quando ti strappano le bende, ti frugano le ferite e ti fanno piangere, a chi pensi?". "A nessuno", mi rispose con una punta di meraviglia nella voce. "Ma tu non credi che ci sia qualcuno al quale potresti offrire il tuo dolore, per
amore del quale tu dovresti reprimere i lamenti e inghiottire le lacrime e potrebbe aiutarti a sentire meno il tuo dolore?" Marco fisso nel vuoto il viso devastato, guardando con 1'unico occhio stranito, e poi, scuotendo la testa, disse: "Non capisco..." e torno a giocherellare distratto con 1'orlo del lenzuolo.
Fu in quel momento che io ebbi la precisa, quasi materiale, sensazione di una immensa irreparabile sciagura: della perdita di un tesoro, più prezioso di un quadro d'autore o di un diamante di inestimabile valore. Era il grande dolore innocente di un bimbo che cadeva nel vuoto, inutile ed insignificante, soprannaturalmente perduto per lui e per 1'umanita, perché non diretto all'unica meta nella quale il dolore di un innocente può prendere valore e trovare giustificazione: Cristo crocefisso.
C. Gnocchi,
Pedagogia del dolore innocente,
Papa Benedetto
Dall’Angelus di Domenica 7 marzo
Di fronte alla facile conclusione di considerare il male come effetto della punizione divina, Gesù restituisce la vera immagine di Dio, che è buono e non può volere il male, e mettendo in guardia dal pensare che le sventure siano l’effetto immediato delle colpe personali di chi le subisce, afferma: "Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo". Gesù invita a fare una lettura diversa di quei fatti, collocandoli nella prospettiva della conversione: le sventure, gli eventi luttuosi, non devono suscitare in noi curiosità o ricerca di presunti colpevoli, ma devono rappresentare occasioni per riflettere, per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio, e per rafforzare, con l’aiuto del Signore, l’impegno di cambiare vita. Di fronte al peccato, Dio si rivela pieno di misericordia e non manca di richiamare i peccatori ad evitare il male, a crescere nel suo amore e ad aiutare concretamente il prossimo in necessità, per vivere la gioia della grazia e non andare incontro alla morte eterna. Ma la possibilità di conversione esige che impariamo a leggere i fatti della vita nella prospettiva della fede, animati cioè dal santo timore di Dio. In presenza di sofferenze e lutti, vera saggezza è lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza e leggere la storia umana con gli occhi di Dio, il quale, volendo sempre e solo il bene dei suoi figli, per un disegno imperscrutabile del suo amore, talora permette che siano provati dal dolore per condurli a un bene più grande.
Quaresima 2010
Messaggio di Papa Benedetto
III parte Cristo, giustizia di Dio
Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.
Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.
Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.
Il Papa per i Cristiani perseguitati
e per il Cile
Ho appreso con profonda tristezza le tragiche notizie delle recenti uccisioni di alcuni Cristiani nella città di Mossul e ho seguito con viva preoccupazione gli altri episodi di violenza, perpetrati nella martoriata terra irachena ai danni di persone inermi di diversa appartenenza religiosa. Ho pregato spesso per tutte le vittime di quegli attentati ed oggi desidero unirmi spiritualmente alla preghiera per la pace e per il ripristino della sicurezza, promossa dal Consiglio dei Vescovi di Ninive. Sono affettuosamente vicino alle comunità cristiane dell’intero Paese. Non stancatevi di essere fermento di bene per la patria a cui, da secoli, appartenete a pieno titolo!
Mi appello alle Autorità civili dell’Iraq, perché compiano ogni sforzo per ridare sicurezza alla popolazione e, in particolare, alle minoranze religiose più vulnerabili. Mi auguro che non si ceda alla tentazione di far prevalere gli interessi temporanei e di parte sull’incolumità e sui diritti fondamentali di ogni cittadino. Infine, mentre saluto gli iracheni presenti qui in Piazza, esorto la comunità internazionale a prodigarsi per dare agli Iracheni un futuro di riconciliazione e di giustizia, mentre invoco con fiducia da Dio onnipotente il dono prezioso della pace.
Il mio pensiero va al Cile e alle popolazioni colpite dal terremoto, che ha causato numerose perdite in vite umane e ingenti danni. Prego per le vittime e sono spiritualmente vicino alle persone provate da così grave calamità; per esse imploro da Dio sollievo nella sofferenza e coraggio in queste avversità. Sono sicuro che non verrà a mancare la solidarietà di tanti, specie delle organizzazioni
Don Giussani
e il suo Dio di carne e ossa
A venticinque anni io ero il tipico prodotto della cultura in cui ero vissuta. Sprezzante verso la Chiesa, acre verso ciò che del cristianesimo mi era stato tramandato: brandelli di un catechismo moralista e triste, di un pio appello a essere “buoni”, senza che se ne capisse la ragione. Nulla che potesse interessarmi. Senonché ero triste, e a volte quasi disperata: l’educato nichilismo in cui vivevo non mi bastava.
Don Giussani, attraverso la voce di alcuni dei suoi, nei suoi libri, è stato per me l’uomo capace di ribaltare l’idea che mi ero fatta del cristianesimo. Di rovesciarla, riportandola alla essenza rivoluzionaria dell’origine. Che è: Dio si è fatto uomo. Verbum caro factum est. Duemila anni fa è nato un bambino che era il figlio di Dio. Ha predicato, è stato amato, è morto in croce ed è risorto. Tutto comincia da una storia di carne, tutto è concreto. Non è un’idea, non è un nobile “valore”: è un uomo, è quell’uomo, il cristianesimo.
Giussani ha saputo ridirlo con una straordinaria efficacia. Parlava la lingua giusta. Capiva da quali delusioni venivamo, si era accorto prima degli altri, ascoltando gli studenti del liceo Berchet negli anni Cinquanta, di quanto formale e vuoto era diventato ormai, per molti, il cristianesimo. Ho amato Giussani con il suo Cristo di carne e ossa, con la sua orgogliosa pretesa di un Dio che c’entra con ogni uomo, con ogni istante della vita. Quel Cristo che è «tutto in tutti», come scriveva Paolo, nel vigore delle origini.
E però, insieme a questa totalità di pretesa, altrettanto grande è in Giussani l’amore per la libertà. Educava - mi hanno raccontato i suoi amici - ad aderire nella pienezza della ragione. Ammetteva dunque la possibilità di rifiutare, di sbagliare, di andarsene: perché siamo liberi. E di ritornare: perché il nostro Dio è misericordioso.
Ha insegnato a usare la ragione fino al suo culmine: l’ammettere che c’è qualcosa che la supera, l’ammettere che siamo “fatti da”, che siamo creature. Questione determinante, in un tempo che fa dell’autosufficienza dell’uomo il proprio vero dogma. È il crinale che ci divide oggi: siamo creature o padroni assoluti di noi? A quanti ragazzi Giussani ha saputo dire, ha trovato le parole per dire che siamo “figli”. Figli di un padre che ci ha dato una vocazione: cioè un compito. Che dunque siamo qui a fare qualcosa di importante, non a ingannare il tempo. Che non andiamo verso il nulla, ma verso un destino. E che quel destino, qualsiasi siano le circostanze, è buono.
Per me, che Giussani non l’ho mai visto, quest’uomo conosciuto soltanto nella sua eredità di affetti e parole è stato un ricostruttore: ha riedificato quella struttura umana cristiana che molti della mia generazione avevano perduto. Ci ha detto che è vero ciò in cui credevano i padri dei padri: che ha un senso sposarsi per sempre, e avere dei figli, e continuare la storia. (Come il restauro di un tesoro sommerso, ossidato dal tempo, confuso nella memoria).
La bellezza, ho imparato nei libri di Giussani, è segno, che potentemente rimanda all’Altro. Orma sui nostri sentieri, lasciata per chi liberamente voglia riconoscerla. O apparentemente abbandonata in terre senza nessuno, come un fiore cresciuto tra le rocce. Gratuitamente, verginalmente adorante il suo creatore. Come da bambina avevo intuito - fedele a una domanda originaria - un giorno in montagna. E poi dimenticato. Quel prete mai incontrato mi ha spiegato che tutto è ancora e sempre vero. Da quell’istante che ha tagliato la storia, con il vagito di un bambino.
Marina Corradi
Dal Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2010
"La giustizia di Dio si è manifestata
per mezzo della fede in Cristo" Rm 3, 21-22
Giustizia: “dare cuique suum”
Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo - dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio”. (continua)
Diario Haiti 4 febbraio, Port-au-Prince
Fiammetta:
il primo giorno di scuola “normale” tra tende e macerie
Oggi al campo sfollati di Place Fierte (si vede anche su google hearth!) è iniziata la scuola. Con quattro giorni di ritardo sul calendario, a 23 giorni dalla catastrofe. Con il direttore che non vedevo da tre anni e i tre bauli di libri.
Due tende pluriclasse: prima, seconda, terza e quarta quinta sesta. Sono un po’ fitti i ragazzini, ma nei prossimi giorni montiamo altre due tende della Protezione civile per suddividerli.
A Martissant, l’altro quartiere dove AVSI fa accoglienza e sostegno ai senzatetto, quando siamo arrivati alla piccola struttura dove siamo basati, c’era un gruppo di una decina di mamme con i loro neonati in braccio. Bimbi nati dopo il terremoto. Hanno accolto Jean Philippe e me dicendo: “Ci han detto che questo è l’ufficio delle mamme”. Cioè hanno identificato quel luogo come un punto cui poter appoggiare se stesse e la propria maternità. Abbiamo dato loro un materasso, lenzuola, bacinelle. Per domani prepareremo per loro degli alimenti: abbiamo ricevuto un piccolo stock di “razioni k”. Sì, quelle dei militari! Le apriremo e le prepareremo adeguatamente al loro essere mamme e non militari, poi gliele daremo. Dobbiamo fare in modo che si nutrano per poter allattare i loro bambini, altrimenti con l’acqua così inaccessibile e così impura, alimentare i neonati diventa un’impresa.
Le persone adulte vanno sostenute. Spesso ne incontriamo alcune evidentemente perse. Non hanno punti di riferimento, vagano nel campo senza meta o orientamento. Hanno perso i loro punti cardinali. Per questo si possono capire coloro che stanno con le loro tende improvvisate davanti alle macerie della propria casa: è una parte del loro vissuto fisicamente presente, anche se inagibile o ridotta in macerie. Per questo stiamo organizzando i lavori, attrezzandoci per iniziare a fare in modo che ciascuno trovi un compito. Come costruttori di cattedrali.
Fiammetta, cooperante di Avsi ad
Giornata Mondiale Malato
Preghiera
Maria, madre dei deboli
e dei piccoli,
di quelli che soffrono
e che sono soli,
di coloro che sono malati
e attendono di essere curati
con amore e competenza.
Maria, madre di tutti gli uomini,
di chi ha bisogno di aiuto
nelle proprie condizioni di
fragilità e di coloro che sono chiamati a prendersene cura.
Grazie, per averci dato
Gesù Cristo:
medico del corpo e dello spirito,
nome e certezza
della nostra speranza,
Buon Samaritano che si china
sulle nostre ferite per risanarle.
A te, Maria,
con fiducia filiale,
chiediamo di intercedere
presso il tuo Figlio,
perché, in qualsiasi condizione
di fragilità e di sofferenza,
ogni persona si senta amata,
curata e accompagnata
in un cammino
aperto alla speranza,
che è data a tutti noi
dal Signore risorto.
Ufficio CEI per la
Pastorale della salute
Dal Messaggio dei Vescovi per la
Giornata Nazionale per la vita
Chi guarda al benessere economico alla luce del Vangelo sa che esso non è tutto, ma non per questo è indifferente. Infatti, può servire la vita, rendendola più bella e apprezzabile e perciò più umana.
La Chiesa si impegna per lo sviluppo umano integrale, che richiede anche il superamento dell'indigenza e del bisogno. La disponibilità di mezzi materiali, arginando la precarietà che è spesso fonte di ansia e paura, può concorrere a rendere ogni esistenza più serena e distesa. Consente, infatti, di provvedere a sé e ai propri cari una casa, il necessario sostentamento, cure mediche, istruzione. Una certa sicurezza economica costituisce un'opportunità per realizzare pienamente molte potenzialità di ordine culturale, lavorativo e artistico.
Avvertiamo perciò tutta la drammaticità della crisi finanziaria che ha investito molte aree del pianeta: la povertà e la mancanza del lavoro che ne derivano possono avere effetti disumanizzanti. La povertà, infatti, può abbrutire e l'assenza di un lavoro sicuro può far perdere fiducia in se stessi e nella propria dignità. Si tratta, in ogni caso, di motivi di inquietudine per tante famiglie. Molti genitori sono umiliati dall'impossibilità di provvedere, con il proprio lavoro, al benessere dei loro figli e molti giovani sono tentati di guardare al futuro con crescente rassegnazione e sfiducia.
Proprio perché conosciamo Cristo, la Vita vera, sappiamo riconoscere il valore della vita umana e quale minaccia sia insita in una crescente povertà di mezzi e risorse. Proprio perché ci sentiamo a servizio della vita donata da Cristo, abbiamo il dovere di denunciare quei meccanismi economici che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi.
Il benessere economico, però, non è un fine ma un mezzo, il cui valore è determinato dall'uso che se ne fa: è a servizio della vita, ma non è la vita. Quando, anzi, pretende di sostituirsi alla vita e di diventarne la motivazione, si snatura e si perverte. Anche per questo Gesù ha proclamato beati i poveri e ci ha messo in guardia dal pericolo delle ricchezze. Alla sua sequela e testimoniando la libertà del Vangelo, tutti siamo chiamati a uno stile di vita sobrio, che non confonde la ricchezza economica con la ricchezza di vita. Ogni vita, infatti, è degna di essere vissuta anche in situazioni di grande povertà.
L'uso distorto dei beni e un dissennato consumismo possono, anzi, sfociare in una vita povera di senso e di ideali elevati, ignorando i bisogni di milioni di uomini e di donne e danneggiando irreparabilmente la terra, di cui siamo custodi e non padroni. Del resto, tutti conosciamo persone povere di mezzi, ma ricche di umanità e in grado di gustare la vita, perché capaci di disponibilità e di dono.
Anche la crisi economica che stiamo attraversando può costituire un'occasione di crescita. Essa, infatti, ci spinge a riscoprire la bellezza della condivisione e della capacità di prenderci cura gli uni degli altri. Ci fa capire che non è la ricchezza economica a costituire la dignità della vita, perché la vita stessa è la prima radicale ricchezza, e perciò va strenuamente difesa in ogni suo stadio, denunciando ancora una volta, senza cedimenti sul piano del giudizio etico, il delitto dell'aborto. Sarebbe assai povera ed egoista una società che, sedotta dal benessere, dimenticasse che la vita è il bene più grande… Proprio il momento che attraversiamo ci spinge a essere ancora più solidali con quelle madri che, spaventate dallo spettro della recessione economica, possono essere tentate di rinunciare o interrompere la gravidanza, e ci impegna a manifestare concretamente loro aiuto e vicinanza. Ci fa ricordare che, nella ricchezza o nella povertà, nessuno è padrone della propria vita e tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla come un tesoro prezioso dal momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale.
Don Andrea Santoro
ucciso a Trabzon, in Turchia da un giovane mussulmano il 5 febbraio del 2006 scriveva ai suoi genitori da Betania, in Terra Santa
il 5 febbraio 1981:
«Domani mattina vado a Nazaret e mi fermo sei giorni. Ritornerò giù passando per Cesarea (lungo il mare), dove sono accaduti episodi importantissimi raccontati negli Atti degli apostoli, e da dove si imbarcò san Paolo (dopo una prigionia di due anni) per venire a Roma. Lui trovò Nerone ed ebbe la fortuna di morire per il Signore. Io troverò voi e tanti amici, ma spero di avere la stessa fortuna, grazia e coraggio di morire per il Signore. Ci sono molti modi per morire: l’importante è dire sì a quello che ti manda Dio».
Lettera da Haiti
….La situazione è sempre molto grave, ma alcuni aspetti della vita, per chi non è rimasto gravemente vittima del sisma, si stanno normalizzando. Ciò significa che anche per noi la vita è un po’ più semplice, anche se il dolore continua. Con ogni persona che si incontra si fa un bilancio, si fa una sorta di appello. E tutti ti dicono chi è rimasto e chi no. Chiedi di amici, parenti, famigliari di questo e di quello, persone con cui hai parlato, vissuto esperienze, lavorato, discusso. Amici, spesso. E si scoprono i vuoti. Possibile che sia successa una cosa così devastante?
Il bilancio delle vittime è sempre più grave. Se il governo confermerà il numero delle vittime nelle fosse comuni, allora
le cifre che girano sono esatte.
Si scava sempre meno tra le macerie, perché è sempre meno probabile trovare altri superstiti. Ora gli aiuti si dovrebbero concentrare sui campi.
La situazione all’aeroporto è difficilissima e, anche se potrà sembrare surreale, si vivono situazioni che gli esperti di emergenze conoscono bene. Arrivano carichi in continuazione, ma dove c’è bisogno si riceve pochissimo di ciò che arriva. Il numero di sfollati è enorme e le soluzioni per gestirli sono difficili da trovare: molte discussioni, posizioni diverse, poche iniziative
Una grande urgenza che viene dai nostri campi e impegna la sala operativa delle Nazioni Unite è sbloccare la distribuzione del cibo, dell’acqua potabile e prendere finalmente una decisione sul fare o meno le tendopoli.
Stiamo “stabilizzando due siti”, cioè due campi sfollati. Uno, con circa 1.200 persone, l’abbiamo diviso in quattro settori e sta prendendo un po’ di parvenza di ordine. Mi sono resa conto di com’è importante un luogo in cui stare, di un po’ di ordine, di punti di riferimento. Specialmente in una situazione così drammatica.
Ora mancano i bagni. Noi non pensiamo mai quanto questi siano segno di civiltà. Ma 1.200 persone senza bagno è ben complicato gestirle.
Siamo al fronte, ma sentiamo molto la vicinanza di tante e tante persone. E la certezza della speranza cresce.
Fiammetta, volontaria AVSI
PS. Per le popolazioni di Haiti finora abbiamo raccolto in Chiesa oltre duemila euro. La raccolta continua.
—————————————
Aderiamo alla iniziativa
per la Pace in Terrasanta
secondo la questa richiesta
Reverendo Parroco,
Le chiediamo di partecipare alla seconda Giornata Internazionale di Intercessione per la Pace in Terrasanta che si tiene in tutto il mondo il 31 Gennaio.
Se il desiderio di Pace per quei luoghi così martoriati e così cari a noi tutti è anche nel suo cuore, le chiediamo di unirsi a noi e di mettere nelle intenzioni di preghiera della S.Messa che celebrerà Domenica 31 Gennaio nella sua Parrocchia proprio la Pace in Terrasanta.
Confidando che Lei condividerà lo stesso desiderio che è nel cuore del nostro Pontefice (al cui Angelus Domenica porteremo il nostro affetto e la presentazione della nostra Giornata) la salutiamo nel Signore chiedendo per Lei e per il gregge a Lei affidato la Pace del Risorto.
Cordialmente
Lo Staff "Vogliamo la Pace in Terrasanta"
Con queste parole
Domenica scorsa
in Piazza San Pietro
il Papa
ha benedetto
i presepi
In questa domenica, secondo una bella tradizione, i bambini di Roma vengono a far benedire dal Papa le statuine di Gesù Bambino, che porranno nei loro presepi. E, infatti, vedo qui in Piazza San Pietro tanti bambini e ragazzi, insieme con i genitori, gli insegnanti e i catechisti. Carissimi, vi saluto tutti con grande affetto e vi ringrazio di essere venuti. È per me motivo di gioia sapere che nelle vostre famiglie si conserva l’usanza di fare il presepe. Però non basta ripetere un gesto tradizionale, per quanto importante. Bisogna cercare di vivere nella realtà di tutti i giorni quello che il presepe rappresenta, cioè l’amore di Cristo, la sua umiltà, la sua povertà. È ciò che fece san Francesco a Greccio: rappresentò dal vivo la scena della Natività, per poterla contemplare e adorare, ma soprat-tutto per saper meglio mettere in pratica il messag-gio del Figlio di Dio, che per amore nostro si è spogliato di tutto e si è fatto piccolo bambino.
La benedizione dei "Bambinelli" – come si dice a Roma – ci ricorda che il presepio è una scuola di vita, dove possiamo imparare il segreto della vera gioia. Questa non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene.
Guardiamo il presepe: la Madonna e san Giuseppe non sembrano una famiglia molto fortunata; hanno avuto il loro primo figlio in mezzo a grandi disagi; eppure sono pieni di intima gioia, perché si amano, si aiutano, e soprattutto sono certi che nella loro storia è all’opera Dio, il Quale si è fatto presente nel piccolo Gesù. E i pastori? Che motivo avrebbero di rallegrarsi? Quel Neonato non cambierà certo la loro condizione di povertà e di emarginazione. Ma la fede li aiuta a riconoscere nel "bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia", il "segno" del compiersi delle promesse di Dio per tutti gli uomini "che egli ama" (Lc 2,12.14), anche per loro!
Ecco, cari amici, in che cosa consiste la vera gioia: è il sentire che la nostra esistenza personale e comunitaria viene visitata e riempita da un mistero grande, il mistero dell’amore di Dio. Per gioire abbiamo bisogno non solo di cose, ma di amore e di verità: abbiamo bisogno di un Dio vicino, che riscalda il nostro cuore, e risponde alle nostre attese profonde. Questo Dio si è manifestato in Gesù, nato dalla Vergine Maria. Perciò quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore del mondo. Preghiamo perché ogni uomo, come la Vergine Maria, possa accogliere quale centro della propria vita il Dio che si è fatto Bambino, fonte della vera gioia.
Giorno dell’Immacolata, piazza di Spagna
a Roma. Papa Benedetto dice:
Una bella notizia
in mezzo a tante brutte notizie
Nel cuore delle città cristiane, Maria costituisce una presenza dolce e rassicurante. Con il suo stile discreto dona a tutti pace e speranza nei momenti lieti e tristi dell’esistenza. Nelle chiese, nelle cappelle, sulle pareti dei palazzi: un dipinto, un mosaico, una statua ricorda la presenza della Madre che veglia costantemente sui suoi figli. Anche qui, in Piazza di Spagna, Maria è posta in alto, quasi a vegliare su Roma.
Cosa dice Maria alla città? Cosa ricorda a tutti con la sua presenza? Ricorda che “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20) - come scrive l’apostolo Paolo. Ella è la Madre Immacolata che ripete anche agli uomini del nostro tempo: non abbiate paura, Gesù ha vinto il male; l’ha vinto alla radice, liberandoci dal suo dominio.
Quanto abbiamo bisogno di questa bella notizia! Ogni giorno, infatti, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono. Per questo la città ha bisogno di Maria, che con la sua presenza ci parla di Dio, ci ricorda la vittoria della Grazia sul peccato, e ci induce a sperare anche nelle situazioni umanamente più difficili.
Nella città vivono - o sopravvivono - persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi, e vengono sfruttate fino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine attirano l’attenzione. E’ un meccanismo perverso, al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico. Senza pietà, o con una falsa pietà. C’è invece in ogni uomo il desiderio di essere accolto come persona e considerato una realtà sacra, perché ogni storia umana è una storia sacra, e richiede il più grande rispetto.
La città, cari fratelli e sorelle, siamo tutti noi! Ciascuno contribuisce alla sua vita e al suo clima morale, in bene o in male. Nel cuore di ognuno di noi passa il confine tra il bene e il male e nessuno di noi deve sentirsi in diritto di giudicare gli altri, ma piuttosto ciascuno deve sentire il dovere di migliorare se stesso! I mass media tendono a farci sentire sempre “spettatori”, come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti “attori” e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri.
Spesso ci lamentiamo dell’inquinamento dell’aria, che in certi luoghi della città è irrespirabile. E’ vero: ci vuole l’impegno di tutti per rendere più pulita la città. E tuttavia c’è un altro inquinamento, meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericoloso. E’ l’inquinamento dello spirito; è quello che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia… La città è fatta di volti, ma purtroppo le dinamiche collettive possono farci smarrire la percezione della loro profondità. Vediamo tutto in superficie. Le persone diventano dei corpi, e questi corpi perdono l’anima, diventano cose, oggetti senza volto, scambiabili e consumabili.
... La Madonna ci insegna ad aprirci all’azione di Dio, per guardare gli altri come li guarda Lui: a partire dal cuore. E a guardarli con misericordia, con amore, con tenerezza infinita, specialmente quelli più soli, disprezzati, sfruttati. “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia”.
Voglio rendere omaggio pubblicamente a tutti coloro che in silenzio, non a parole ma con i fatti, si sforzano di praticare questa legge evangelica dell’amore, che manda avanti il mondo. Sono tanti, e raramente fanno notizia. Uomini e donne di ogni età, che hanno capito che non serve condannare, lamentarsi, recriminare, ma vale di più rispondere al male con il bene. Questo cambia le cose; o meglio, cambia le persone e, di conseguenza, migliora la società.
Il Comitato San Giovanni
invita la cittadinanza alla
prima assemblea di quartiere
martedì 01/DIC/2009 ore 20.30
In Parrocchia S. Giovanni Battista
Sala pianterreno
Ordine del giorno
Presentazione comitato di quartiere
Obiettivi e finalità del comitato
Viabilità e sicurezza
Dibattito aperto con i partecipanti
Urlavo dal silenzio del coma
Quando finalmente ha potuto comunicare, battendo un dito su una speciale tastiera collegata a un personal computer, Rom Houben ha ammesso che negli infiniti giorni passati nella prigione di un’inco-scienza apparente «aveva cercato di
evadere sognando».
Per i medici era in coma, paralizzato da un incidente automobilistico nel 1983.
Stato vegetativo persistente, è la diagnosi che ha accompagnato la sua scheda personale, almeno sino a che i ricercatori hanno trovato una via per capire che il cervello era ancora in attività. Gli hanno insegnato a esprimersi e lui l’ha fatto. «Urlavo senza che nessuno potesse sentire - è riuscito a dire -. Sono stato il testimone della mia sofferenza mentre i dottori cercavano di parlarmi, sino al giorno in cui ci hanno rinunciato».
C’era ancora Ronald Reagan alla Casa Bianca e il Muro di Berlino era in piedi, quando Houben è stato dato per spacciato. Il suo dramma s’è consumato nove anni prima di quello che ha colpito Eluana Englaro, la donna di Lecco ridotta a un vegetale nel 1992 e morta lo scorso febbraio in seguito alla sospensione della nutrizione artificiale. In medicina è difficile mettere a confronto singoli casi per trarre delle conclusioni esatte, però è chiaro che l’avventura di Rom, che oggi ha 46 anni, è potenzialmente in grado di riaprire il dibattito sul trattamento dei pazienti in stato di incoscienza permanente.
L’intenzione di Steven Laureys, il neurologo dell’Università di Liegi che in un articolo ha reso pubblica la vicenda di Houben, è proprio questa. Attirare l’attenzione sui tanti casi di coma che, a suo avviso, potrebbero essere stati erroneamente diagnosticati in tutto il mondo. All’inizio, con uno nuova tecnologia di «scanning», gli specialisti hanno potuto dimostrare che l’attività cerebrale non era interrotta. In un secondo momento, utilizzando uno strumento ad alta sensibilità, dunque in grado di registrare movimenti anche minimi, hanno cominciato «a parlare con Rom» che ha potuto raccontare la sua storia.
«Come nascere una seconda volta», è stata una delle sensazioni che è riuscito a esternare. La paralisi era stata istantanea, ha fatto sapere ai medici, un dramma nel dramma per un ventenne dinamico, appassionato di arti marziali. Ci sono voluti altri 23 anni perché Laureys e i suoi trovassero il bandolo della matassa. «Per tutto questo tempo ho sognato una vita migliore. - ha spiegato ai medici - E “frustrazione” è una parola che certamente non basta a definire come mi sono sentito». Adesso «voglio leggere, parlare con gli amici attraverso il computer e profittare della mia vita, adesso che la gente sa che non sono morto».
«Non è un caso isolato»
Laureys, belga, quarantunenne, auspica che Rom sia il simbolo della sua battaglia contro il coma irreversibile diagnosticato troppo alla leggera. In un uno studio firmato per la rivista scientifica «BioMedCentral Neurology», lo specialista ha scritto di ritenere tutt’altro che isolate le circostanze in cui si è trovato il giovane belga. «Al 41 per cento di chi è in stato di minima incoscienza viene diagnosticato erroneamente uno stato vegetativo - sostiene - mentre sappiamo che tutti coloro che risultano consapevoli possono essere curati e compiere progressi significativi». Il passo successivo è quello di tracciare un punto interrogativo sui casi clinici ritenuti senza ritorno. Rom Houben, in buona sostanza, può diventare il simbolo di chi si oppone all’eutanasia. Lui, in fondo, è uno che ce l’ha fatta.
M. Zatterin,
La Stampa, martedì 24 nov
IL PAPA e la bellezza
delle CATTEDRALI
Un discorso tutto da leggere quello dell’udienza di Mercoledi scorso: insegna a guardare la bellezza e a creare una vera cultura. Serve anche per gli studenti, per la storia e per lo studio dell’arte, e a tutti per l’educazione al bello. Ne proponiamo la prima parte; nella seconda, parla dello stile gotico.
Cari fratelli e sorelle!
Nelle catechesi delle scorse settimane ho presentato alcuni aspetti della teologia medievale. Ma la fede cristiana, profondamente radicata negli uomini e nelle donne di quei secoli, non diede origine soltanto a capolavori della letteratura teologica, del pensiero e della fede. Essa ispirò anche una delle creazioni artistiche più elevate della civiltà universale: le cattedrali, vera gloria del Medioevo cristiano. Infatti, per circa tre secoli, a partire dal principio del secolo XI si assistette in Europa a un fervore artistico straordinario. Un antico cronista descrive così l'entusiasmo e la laboriosità di quel tempo: "Accadde che in tutto il mondo, ma specialmente in Italia e nelle Gallie, si incominciasse a ricostruire le chiese, sebbene molte, per essere ancora in buone condizioni, non avessero bisogno di tale restaurazione. Era come una gara tra un popolo e l'altro; si sarebbe creduto che il mondo, scuotendosi di dosso i vecchi cenci, volesse rivestirsi dappertutto della bianca veste di nuove chiese. Insomma, quasi tutte le chiese cattedrali, un gran numero di chiese monastiche, e perfino oratori di villaggio, furono allora restaurati dai fedeli". Vari fattori contribuirono a questa rinascita dell'architettura religiosa. Anzitutto, condizioni storiche più favorevoli, come una maggiore sicurezza politica, accompagnata da un costante aumento della popolazione e dal progressivo sviluppo delle città, degli scambi e della ricchezza. Inoltre, gli architetti individuavano soluzioni tecniche sempre più elaborate per aumentare le dimensioni degli edifici, assicurandone allo stesso tempo la saldezza e la maestosità. Fu però principalmente grazie all'ardore e allo zelo spirituale del monachesimo in piena espansione che vennero innalzate chiese abbaziali, dove la liturgia poteva essere celebrata con dignità e solennità, e i fedeli potevano sostare in preghiera, attratti dalla venerazione delle reliquie dei santi, mèta di incessanti pellegrinaggi. Nacquero così le chiese e le cattedrali romaniche, caratterizzate dallo sviluppo longitudinale, in lunghezza, delle navate per accogliere numerosi fedeli; chiese molto solide, con muri spessi, volte in pietra e linee semplici ed essenziali. Una novità è rappresentata dall'introduzione delle sculture.
Essendo le chiese romaniche il luogo della preghiera monastica e del culto dei fedeli, gli scultori, più che preoccuparsi della perfezione tecnica, curarono soprattutto la finalità educativa. Poiché bisognava suscitare nelle anime impressioni forti, sentimenti che potessero incitare a fuggire il vizio, il male, e a praticare la virtù, il bene, il tema ricorrente era la rappresentazione di Cristo come giudice universale, circondato dai personaggi dell'Apocalisse.
Sono in genere i portali delle chiese romaniche a offrire questa raffigurazione, per sottolineare che Cristo è la Porta che conduce al Cielo. I fedeli, oltrepassando la soglia dell'edificio sacro, entrano in un tempo e in uno spazio differenti da quelli della vita ordinaria. Oltre il portale della chiesa, i credenti in Cristo, sovrano, giusto e misericordioso, nell'intenzione degli artisti potevano gustare un anticipo della beatitudine eterna nella celebrazione della liturgia e negli atti di pietà svolti all'interno dell'edificio sacro.
UNA PRESENZA
IRRIDUCIBILE
A proposito della sentenza della
Corte europea sui crocifissi
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro i crocifissi nelle aule scolastiche ha suscitato una vasta eco di proteste: giustamente quasi tutti gli italiani - l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera - si sono scandalizzati della decisione.
«E voi chi dite che io sia?». Questa domanda di Gesù ai discepoli ci raggiunge dal passato e ci sfida ora.
Quel Cristo sul crocifisso non è un cimelio della pietà popolare per il quale si può nutrire, al massimo, un devoto ricordo.
Non è neppure un generico simbolo della nostra tradizione sociale e culturale.
Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio, una esperienza nuova, che c’entra con tutto: con lo studio e il lavoro, con gli affetti e i desideri, con la vita e la morte. Un’esperienza di umanità compiuta.
I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, come è accaduto: ma allora è più vivo di prima!
Si illudono coloro che vogliono togliere i crocifissi, se pensano di contribuire così a cancellare dallo “spazio pubblico” il cristianesimo come esperienza e giudizio: se è in loro potere - ma è ancora tutto da verificare e noi confidiamo che siano smentiti - abolire i crocifissi, non è nelle loro mani togliere dei cristiani vivi dal reale.
Ma c’è un inconveniente: che noi cristiani possiamo non essere noi stessi, dimenticando che cos’è il cristianesimo; allora difendere il crocifisso sarebbe una battaglia persa, perché quell’uomo non direbbe più nulla alla nostra vita.
La sentenza europea è una sfida per la nostra fede. Per questo non possiamo tornare con tranquillità alle cose solite, dopo avere protestato scandalizzati, evitando la questione fondamentale: crocifisso sì, crocifisso no, dov’è l’avvenimento di Cristo oggi? O, detto con le parole di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?».
Novembre 2009 Comunione e Liberazione
Domenica scorsa a Brescia Papa Benedetto ha citato queste parole di Paolo VI:
Potrei dire che sempre ho amata la Chiesa e per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse. Vorrei finalmente comprenderla tutta, nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo. Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo”.
1 Novembre: dall’ANGELUS del Papa
Onorare i defunti
La solennità di Tutti i Santi invita la Chiesa pellegrina sulla terra a pregustare la festa senza fine della Comunità celeste, e a ravvivare la speranza nella vita eterna. Tutti i santi, "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua" (Ap 7,9) – come si esprime san Giovanni.
In questo Anno Sacerdotale, mi piace ricordare con speciale venerazione i santi sacerdoti, sia quelli che la Chiesa ha canonizzato, proponendoli come esempio di virtù spirituali e pastorali; sia quelli – ben più numerosi – che sono noti al Signore. Ognuno di noi conserva la grata memoria di qualcuno di essi, che ci ha aiutato a crescere nella fede e ci ha fatto sentire la bontà e la vicinanza di Dio.
Vorrei invitare a vivere l’annuale Commemorazione di tutti i fedeli defunti secondo l’autentico spirito cristiano, cioè nella luce che proviene dal Mistero pasquale. Cristo è morto e risorto e ci ha aperto il passaggio alla casa del Padre, il Regno della vita e della pace. Chi segue Gesù in questa vita è accolto dove Lui ci ha preceduto. Mentre dunque facciamo visita ai cimiteri, ricordiamoci che lì, nelle tombe, riposano solo le spoglie mortali dei nostri cari in attesa della risurrezione finale. Le loro anime – come dice la Scrittura – già "sono nelle mani di Dio" (Sap 3,1). In unione al Sacrificio eucaristico, possiamo intercedere per la loro salvezza eterna, e sperimentare la più profonda comunione, in attesa di ritrovarci insieme.
Cari amici, quanto è bella e consolante la comunione dei santi! E’ un mistero che, in qualche misura, possiamo già sperimentare in questo mondo, nella famiglia, nell’amicizia, specialmente nella comunità spirituale della Chiesa.
Quella croce
rappresenta tutti
di Natalia Ginzburg
dall’Unità del 22 marzo 1988 (!!)
Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E' l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo "prima di Cristo" e "dopo Cristo". O vogliamo forse smettere di dire così? Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte del muro.
Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l'immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e dei prossimo. Il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola.
INDULGENZA PLENARIA
PER I DEFUNTI
L
'indulgenza plenaria per i defunti esprime la fede dei cristiani riguardo alla sorte dei defunti. L'indulgenza per i defunti è la preghiera con la quale il cristiano, ancora pellegrino sulla terra, chiede a Dio di manifestare la sua misericordia, il suo amore paterno verso coloro che hanno concluso la loro esistenza terrena e aspettano il giorno dell'ultima venuta di Cristo, re glorioso, alla fine del mondo. La vera preghiera per i defunti non può limitarsi ai propri cari, ai familiari, alle persone conosciute. Essa si estende ai fratelli e sorelle nella fede, "che si sono addormentati nella speranza della risurrezione", ma non solo ad essi: il cristiano prega per tutti gli uomini e donne e li affida alla clemenza di Dio, affinché egli "li ammetta a godere la luce del suo volto" (preghiera eucaristica 3°).
P
ossono chiedere nella preghiera l'indulgenza plenaria per i defunti tutti coloro che, confessati e comunicati, sinceramente desiderosi di vivere in obbedienza alla volontà di Dio e in amicizia con lui nella Chiesa, visiteranno, da mezzogiorno del 1 novembre a tutto il giorno 2 novembre, una chiesa, fermandosi a pregare il "Padre nostro", il "Credo", e formulando una preghiera secondo le intenzioni del Papa. (vedi pagina precedente).
La stessa indulgenza si può chiedere nella preghiera, visitando il cimitero, nei giorni dal 1 all'8 novembre.
Nei Mercoledì di Novembre, alla Messa delle ore 8,30 preghiamo in particolare per i defunti della nostra parrocchia di questo ultimo anno e aggiungiamo la preghiera delle Lodi.
Domenica prossima 8 Novembre alla Messa delle ore 11,15 tutti i defunti dell’anno verranno nominatamente affidati alla misericordia del Signore. Invitiamo le famiglie ad associarsi alla preghiera della comunità
PAZIENTI GESTI D’UNITA’ del SUCCESSORE DI PIETRO
La Santa Sede apre le porte a quei sacerdoti e vescovi anglicani che non desiderano più appartenere alla Comunione anglicana e vogliono entrare nella Chiesa cattolica. La notizia è stata annunciata nel corso di una conferenza stampa presieduta dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada.
''Con tale proposta la Chiesa intende rispondere alle legittime aspirazioni di questi gruppi anglicani per una comunione piena e visibile con il vescovo di Roma, il successore di Pietro. Abbiamo cercato - ha detto il cardinale - di venire incontro in modo unitario ed equo alle richieste per una piena unione che ci sono state sottoposte da parte di fedeli già anglicani provenienti da varie parti del mondo negli anni recenti''. Gli anglicani che si sono messi in contatto con la Santa Sede, ''hanno dichiarato di condividere la comune fede cattolica, come espressa nel Catechismo della Chiesa cattolica e di accettare il ministero petrino come elemento voluto da Cristo per la Chiesa''.
Nel suo intervento, il Prefetto ha più volte sottolineato che il provvedimento di questa nuova struttura è in linea con l'impegno per il dialogo ecumenico che continua ad essere ''una priorità per la Chiesa cattolica''.
Dunque, con la Costituzione apostolica che verrà approvata dal Papa, almeno una parte dello scisma che divide la Chiesa anglicana da quella di Roma, si chiuderà. Una parte dei sacerdoti, vescovi e fedeli appartenenti alla Chiesa d'Inghilterra, che è diffusa in tutti i continenti, entrerà in comunione con il Papa e la Chiesa cattolica. Le modalità esatte, le procedure della conversione, non sono ancora del tutto chiare ma alcune cose sono certe: anche i sacerdoti anglicani sposati potranno diventare preti cattolici. Non i vescovi sposati, che potranno accedere solo al livello del sacerdozio. Per quel che riguarda i seminaristi anglicani sposati si valuterà caso per caso. La forma canonica entro la quale verranno incardinate le comunità anglicane è quella dell'Ordinariato personale, sull'esempio degli ordinariati militari che nei singoli Paesi curano i fedeli delle forze armate nazionali. In sintesi, spiega una nota della Congregazione per la dottrina della fede, ''la Costituzione Apostolica cerca di creare un equilibrio tra l'interesse di conservare il prezioso patrimonio anglicano liturgico e spirituale da una parte, e la preoccupazione che questi gruppi e il loro clero siano incorporati nella Chiesa cattolica''.
L'ordinazione di omosessuali e di donne come sacerdoti e vescovi aveva provocato una spaccatura all'interno della Comunione anglicana e ha fatto compiere al Vaticano un passo decisivo verso la loro accoglienza. Quello fra la Chiesa cattolica e la Chiesa d'Inghilterra del resto è una storia antica. Sin dal secolo XVI infatti, quando il Re Enrico VIII dichiarò l'indipendenza della Chiesa d'Inghilterra dall'autorità del Papa, la Chiesa d'Inghilterra creò le proprie confessioni dottrinali, usanze liturgiche e pratiche pastorali, incorporando spesso idee della Riforma avvenuta sul continente europeo. Quindi l'espansione del Regno britannico, congiunta all'apostolato missionario anglicano, comportò poi la nascita di una Comunione Anglicana a livello mondiale.
Potenzialmente, una rivoluzione che potrebbe cambiare il volto della Comunione anglicana. Con centinaia di migliaia di credenti – ma qualcuno dice milioni – che potrebbero passare da Canterbury a Roma. Un’emorragia di parrocchie e intere diocesi difficile, al momento, da calcolare, ma comunque ampio.
donne, e l’accesso all’episcopato ancora delle donne, e di omosessuali dichiarati e conviventi.
In realtà – anche in attesa di conoscere nel dettaglio cosa prevede la Costituzione apostolica che consentirà il rientro nella piena comunione con Roma delle comunità anglicane che vorranno richiederlo – la situazione è molto più complessa, e significativa, di quanto possa apparire in un primo momento. E coinvolge da un lato il futuro della Comunione anglicana e, dall’altro, la visione ecumenica di Benedetto XVI. Il quale, in assoluta coerenza con quanto dichiarato nella sua prima omelia da Pontefice, ha impresso al cammino per l’unità un’accelerazione davvero impressionante. E in questo senso non c’è dubbio che l’annuncio congiunto, a Roma e a Londra, dell’iniziativa di Papa Ratzinger, rappresenti non solo una novità assoluta, ma anche un segnale ben preciso. A sottolineare che, se la Costituzione apostolica non è certo frutto di una trattativa, la vicenda, pur nella sua estrema delicatezza, ha trovato uno sbocco positivo per tutti. Rimarcando anche che, senza quei problemi, probabilmente oggi le due Chiese sarebbero nel loro insieme molto, ma davvero molto, più vicine.
Non c’è infatti dubbio che, mentre risponde alle pressanti domande provenienti da quei settori dell’anglicanesimo disorientati da derive ritenute troppo 'liberal', la nuova Costituzione, offrendo un’alternativa a tali istanze, dia allo stesso tempo alla Chiesa Anglicana l’opportunità di mantenere la sua natura di 'Comunione'. Un elemento decisivo, questo, rispetto alle potenziali derive che, nella Conferenza di Lambeth dello scorso anno, aprivano scenari di polverizzazione di una tradizione secolare, e che invece potrebbe consentire all’arcivescovo di Canterbury di portare avanti quelle correzioni di rotta che proprio a Lambeth sono state avviate.
Certo, per la Chiesa cattolica sarebbe stato facile ricorrere a soluzioni più semplici, come una qualche forma di 'uniatismo'. Ma questo avrebbe finito per allontanare, invece che avvicinare, Roma e Canterbury. E non c’è dubbio di come in questa scelta ci sia forte l’impronta di un Papa che, davanti ai cardinali che l’avevano eletto, si è assunto come accennato, fin dal suo primo giorno da successore di Pietro, «come impegno primario quello di lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo ». Impegno per un’unità autentica, senza equivoci né compromessi. Che ha portato a progressi decisivi nei rapporti con la Chiesa Ortodossa – per i quali ormai già da tempo si dice essere entrati nella «terza fase» –, a chiarimenti fondamentali con le Chiese riformate, e a riaprire la porta agli scismatici lefevbriani. E che continua a dire, nei gesti concreti, che il «perché tutti siano uno» non è un optional, ma un dovere. Da perseguire nella verità e nella carità. Lavorando per evitare nuovi strappi e ricucendo, pazientemente, il tessuto connettivo della fede dei seguaci di Cristo.
Nuovi Diaconi
Oggi alle ore 15 nella parrocchia di Donada, Portoviro, verranno ordinati Diaconi
ALBERTO FERRO
GIOVANNI VIANELLO
Da questa settimana il nuovo Diacono Giovanni comincerà a partecipare alla vita della nostra parrocchia dal giovedì alla domenica condividendo la vita di don Angelo e di don Thomas.
Nei giorni scorsi i due diaconi hanno fatto gli esercizi spirituali. Giovanni ha mandato questo sms a don Angelo:
“In questi giorni di esercizi ho pregato (e continuo a farlo) perché il tempo che vivremo insieme sia un accompagnarmi (da parte del Signore attraverso te e voi) nel riconoscere l’opera Sua, così da poterLo seguire senza condizioni fin da subito come fu per Andrea e Simone”. Giovanni
Don Angelo ha risposto:
“Ti ringrazio Giovanni e chiedo allo Spirito Santo di accompagnarti verso Gesù vivo nella Chiesa che vive anche tra noi, poveri ma desiderosi di Lui. Un caro abbraccio”, don Angelo
GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2009
Dal Messaggio di PAPA BENEDETTO
Le nazioni cammineranno alla sua luce
In questa domenica dedicata alle missioni, mi rivolgo innanzitutto a voi, Fratelli nel ministero episcopale e sacerdotale, e poi anche a voi, fratelli e sorelle dell'intero Popolo di Dio, per esortare ciascuno a ravvivare in sé la consapevolezza del mandato missionario di Cristo di fare “discepoli tutti i popoli” sulle orme di san Paolo, l'Apostolo delle Genti.
“Le nazioni cammineranno alla sua luce”. Scopo della missione della Chiesa infatti è di illuminare con la luce del Vangelo tutti i popoli nel loro cammino storico verso Dio, perché in Lui abbiano la loro piena realizzazione ed il loro compimento. Dobbiamo sentire 1’ansia e la passione di illuminare tutti i popoli, con la luce di Cristo, che risplende sul volto della Chiesa, perché tutti si raccolgano nell’unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio.
È in questa prospettiva che i discepoli di Cristo sparsi in tutto il mondo operano, si affaticano, gemono sotto il peso delle sofferenze e donano la vita.
La Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare il suo dominio, ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo. Noi non chiediamo altro che di metterci al servizio dell’umanità, specialmente di quella più sofferente ed emarginata, perché crediamo che “l’impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo... è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l’umanità” , che “conosce stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza”
1. Tutti i Popoli chiamati alla salvezza
L’umanità intera ha la vocazione radicale di ritornare alla sua sorgente, che è Dio, nel Quale solo troverà il suo compimento finale mediante la restaurazione di tutte le cose in Cristo. La dispersione, la molteplicità, il conflitto, l’inimicizia saranno rappacificate e riconciliate mediante il sangue della Croce, e ricondotte all’unità.
L’inizio nuovo è già cominciato con la risurrezione e l’esaltazione di Cristo, che attrae tutte le cose a sé, le rinnova, le rende partecipi dell’eterna gioia di Dio. Il futuro della nuova creazione brilla già nel nostro mondo ed accende, anche se tra contraddizioni e sofferenze, la speranza di vita nuova. La missione della Chiesa è quella di “contagiare” di speranza tutti i popoli. Per questo Cristo chiama, giustifica, santifica e invia i suoi discepoli ad annunciare il Regno di Dio, perché tutte le nazioni diventino Popolo di Dio. È solo in tale missione che si comprende ed autentica il vero cammino storico dell’umanità. La missione universale deve divenire una costante fondamentale della vita della Chiesa. Annunciare il Vangelo deve essere per noi, come già per l’apostolo Paolo, impegno impreteribile e primario….
5. Conclusione
La spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità delle nostre Chiese. È necessario, tuttavia, riaffermare che l’evangelizzazione è opera dello Spirito e che prima ancora di essere azione è testimonianza e irradiazione della luce di Cristo da parte della Chiesa locale, la quale invia i suoi missionari e missionarie per spingersi oltre le sue frontiere. Chiedo perciò a tutti i cattolici di pregare lo Spirito Santo perché accresca nella Chiesa la passione per la missione di diffondere il Regno di Dio e di sostenere i missionari, le missionarie e le comunità cristiane impegnate in prima linea in questa missione, talvolta in ambienti ostili di persecuzione.
Invito, allo stesso tempo, tutti a dare un segno credibile di comunione tra le Chiese, con un aiuto economico, specialmente nella fase di crisi che sta attraversando l’umanità, per mettere le giovani Chiese locali in condizione
di illuminare le genti con il Vangelo della carità….
Antonio Socci e la figlia
di vent’anni colpita da ictus
E’ accaduto qualche settimana fa, improvvisamente. Da allora, molti amici hanno scritto a Socci e hanno cominciato a pregare con lui e la sua famiglia. Nel suo blog, Socci tiene informati gli amici circa la condizione della ragazza, ma insieme affiorano tante cose straordinarie. Come questa:
In questi giorni sto “scoprendo” la vita di Caterina nei cinque anni di università a Firenze. Soprattutto ascoltando i canti che faceva, dove esprimeva ciò che aveva dentro, sento vibrare la sua anima.
C’è stato specialmente un canto – insieme a “Ojos de cielo” (che ho già messo nel mio blog e potete sentirlo) – che mi ha colpito e anch’esso è un canto per la Madonna, anzi è il suo stesso pianto su Gesù deposto dalla Croce, si intitola “Voi ch’amate lo Criatore” ed è tratto dal Laudario di Cortona, del XIII secolo.
Sono riuscito a procurarmi la registrazione e sono rimasto senza fiato… Non è solo la commozione di risentire la sua bellissima voce, ma è l’intensità con cui ci fa entrare nel dolore della Madre del Salvatore.
Ascoltandola mi rendo conto che è riuscita a far sentire l’immensità del dolore di Maria, la sua struggente tragedia, però senza sbavature enfatiche, facendo trasparire la dignità e il pudore della Vergine.
Io che penso sempre a Caterina come la bambina che era, mi sono chiesto da dove abbia tratto quell’intensa partecipazione al dolore della Madre di Cristo. Poi guardo i volti belli dei suoi amici e delle sue amiche, con i quali ha condiviso in questi anni una splendida avventura cristiana, e mi rendo conto della grandezza del dono che ha avuto: attraverso la nostra povera paternità e maternità, una Paternità e una Maternità grande, luminosa come il volto dei santi, come la grande compagnia cristiana in cui è cresciuta ed è diventata donna.
Antonio Socci
Africa, una speranza per tutti
L’Africa ha bisogno di Dio.
“La Chiesa in Africa a servizio della
riconciliazione, della giustizia e della pace”.
La realizzazione di questo programma dipende tutta dal cuore dell’uomo africano e dalla sua educazione. Cristo è venuto, la questione è accorgersi che questo cambia tutto, cambia il mio modo di trattare me stessa e di comportarmi con gli altri e con le cose.
La questione è l’appartenenza a Lui. Appartenenza vuol dire essere stata preferita, vuol dire che Qualcuno mi ha voluto. Questo supera tutti i contrasti che abbiamo fra tribù, politici e altri interessi costituiti. Veramente la pace per l’Africa dipende dall’incontro tra il cuore dell’uomo e Cristo. Perché l’appartenenza a Cristo supera l’appartenenza al gruppo tribale e colloca quest’ultima al giusto posto, col giusto valore.
Ma questo avviene solo se la fede penetra gli strati profondi dell’umanità, arriva là dove si formano i criteri di percezione delle cose. Allora l’appartenenza diventa la forza dell’io, e la persona diventa libera e protagonista L’uomo africano possiede un senso religioso veramente alto, non c’è un africano che non sia consapevole di dipendere da Qualche Cosa d’Altro. Lo chiama “Spirito” o con un altro nome, lo cerca nelle magie, ma comunque non può vivere senza avere qualcosa da cui dipendere. Nessun africano mai direbbe, come fanno tanti europei, «sono nato, adesso sto qua e questo è tutto».
Il problema è che la maggior parte degli africani, e anche dei cristiani, non può testimoniare di un incontro in cui si è sentito dire: «Sono Io che cerchi». A me e a tanti miei amici è capitata una cosa diversa, attraverso la persona don Luigi Giussani e di chi lo seguiva. È come se ci fosse stato detto: «Tutto quello che hai cercato negli spiriti, nelle magie, c’è già, è presente, è quello che ha fatto te, ti ha fatto nascere, ti fa respirare. E io ti dico il suo nome».
Rose Busingye, partecipante al Sinodo
Il Papa a Praga
CRISTIANI, UNA MINORANZA
CREATIVA
Con i giornalisti in aereo
D. – Santità, la Repubblica Ceca è un paese molto secolarizzato in cui la Chiesa cattolica è una minoranza. In tale situazione, come può contribuire la Chiesa effettivamente al bene comune del paese?
R. – Direi che normalmente sono le minoranze creative che determinano il futuro, e in questo senso la Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva ed attuale. La Chiesa deve attualizzare, essere presente nel dibattito pubblico, nella nostra lotta per un concetto vero di libertà e
di pace.
Così, può contribuire in diversi settori.
Direi che il primo è proprio il dialogo intellettuale tra agnostici e credenti. Ambedue hanno bisogno dell’altro: l’agnostico non può essere contento di
non sapere se Dio esiste o no, ma deve
essere in ricerca e sentire la grande eredità della fede; il cattolico non può acconten-
tarsi di avere la fede, ma deve essere alla ricerca di Dio ancora di più, e nel dialogo con gli altri ri-imparare Dio in modo più profondo. Questo è il primo livello:
il grande dialogo intellettuale, etico
ed umano.
Poi, nel settore educativo, la Chiesa ha molto da fare e da dare, per quanto riguarda la formazione. In Italia parliamo del problema dell’emergenza educativa. È un problema comune a tutto l’Occidente: qui la Chiesa deve di nuovo attualizzare, concretizzare, aprire per il futuro la sua grande eredità.
Nel discorso con le autorità
La mia visita pastorale alla Repubblica Ceca coincide col ventesimo anniversario della caduta dei regimi totalitari in Europa Centrale ed Orientale, e della “Rivoluzione di Velluto” che ripristinò la democrazia in questa nazione….
Oggi, specialmente fra i giovani, emerge di nuovo la domanda sulla natura della libertà conquistata. Per quale scopo si vive
in libertà? Quali sono i suoi autentici tratti distintivi?
Per i Cristiani la verità ha un nome: Dio. E il bene ha un volto: Gesù Cristo.
“Veritas vincit”. Questo è il motto della bandiera del Presidente della Repubblica Ceca: alla fine, davvero la verità vince, non con la forza, ma grazie alla persuasione, alla testimonianza eroica di uomini e donne di solidi principi, al dialogo sincero che sa guardare, al di là dell’interesse personale, alle necessità del bene comune.
La sete di verità, bontà, bellezza, impressa in tutti gli uomini e donne dal Creatore, è intesa a condurre insieme le persone nella ricerca della giustizia, della libertà e della pace. La storia ha ampiamente dimostrato che la verità può essere tradita e manipolata a servizio di false ideologie, dell’oppres-sione e dell'ingiustizia. Tuttavia, le sfide che deve affrontare la famiglia umana non ci chiamano forse a guardare oltre a quei pericoli? Alla fine, cosa è più disumano e distruttivo del cinismo che vorrebbe negare la grandezza della nostra ricerca per la verità, e del relativismo che corrode i valori stessi che sostengono la costruzione di un mondo unito e fraterno? Noi, al contrario, dobbiamo riacquistare fiducia nella nobiltà e grandezza dello spirito umano per la sua capacità di raggiungere la verità, e lasciare che quella fiducia ci guidi nel paziente lavoro della politica e della diplomazia.
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Anno sacerdotale
Santa Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo
e i sacerdoti
Santa Teresa ha sempre avuto un gran rispetto verso i sacerdoti. L’aveva imparato nella sua famiglia, dove se ne parlava con venerazione. Quando a 14 anni fece un viaggio a Roma osservando i preti comprende che anch’essi sono deboli e fragili, e hanno bisogno di preghiere. Quando è in Carmelo a Lisieux riceve quasi in adozione spirituale un prete missionario, Maurizio Bellière e prega per lui ogni giorno. Più tardi le verrà affidato un altro prete missionario e Teresa gli scrive: “Sono veramente felice di lavorare con lei per la salvezza delle anime”.
La SFIDA dell’EDUCAZIONE
Senza Maestro non si vive
Non avere maestro è come non avere a chi
domandare, e ancora più profondamente,
non avere colui davanti al quale interrogare
se stessi, il che significherebbe restare chiusi
all’interno del labirinto primario
che in origine è la mente di ogni uomo;
restare chiusi come il Minotauro,
traboccante d’impeto senza via d’uscita.
Maria Zambrano
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LA CHIESA IN ITALIA
Una parola sulla nostra Chiesa, le sue aspirazioni, il suo essere lievito e luce nella storia: lievito che s’ immerge nella pasta umana come il Verbo Eterno per assumere e condividere, luce posta sul candelabro per far brillare la bellezza salvifica del Vangelo e la verità piena dell’uomo creato e redento. La Chiesa ha lo sguardo fisso su Gesù; da Lui, e dalle sue sorprese divine, è incantata e innamorata.
Le sue energie migliori sono indubitabilmente riversate sull’impegno apostolico perché le anime incontrino il Signore, sentano il suo amore, vivano la vita con lui, e – insieme ai fratelli – partecipino alla costruzione di una società vera e giusta.
Basta pensare ai nostri cari sacerdoti che, nelle parrocchie come in ogni altro ufficio, mai danno mai scontata la fede, e si dedicano incessantemente per alimentarla e trasmetterla. A loro va la nostra gratitudine e il rinnovato affetto in questo Anno Sacerdotale…
L’essere noi, in Italia, una Chiesa di popolo che tale si conserva con suoi connotati e sue proprie caratteristiche, nonostante il processo di scristianizzazione in atto in tutto l’Occidente, non comporta certo alcuna attenuazione delle esigenze che si presentano a chi vuole seguire il Signore. Vorremmo che le nostre comunità crescessero senza sosta in una fede pensata, che si concepisce nella forma della comunione ecclesiale in riferimento al Magistero ascoltato e amato. Una fede per ciò stesso capace di dare a tutti ragione della speranza cristiana.
Dalla prolusione del Cardinal Bagnasco, lunedì 21 settembre 2009
PERCHE’ E’ BELLO TORNARE A SCUOLA
Avvenire. 12 settembre 2009
L’insegnante
Un vero rapporto educativo non si esaurisce con il passaggio di nozioni o informazioni nelle singole materie, ma significa “offrire allo studente anche un metodo di approccio alla realtà attraverso le materie stesse
Una relazione educativa che passa inevitabilmente anche e soprattutto dalla capacità del docente stesso di essere motivato e coinvolto in ciò che fa. Soltanto in questo modo potrà coinvolgere e motivare gli studenti, che sono i coprotagonisti dell’azione educativa. E l’avere docenti “motivati e coinvolgenti” è quanto mai necessario in un passaggio epocale nel quale “i ragazzi arrivano a scuola pensando che quest’ultima non abbia niente da dire loro, perché le cose che a loro servono le hanno già apprese attraverso altri strumenti – si pensi Internet – o dalla cultura giovanile nella quale vivono”.
Il docente deve avere sempre stima del ragazzo che ha davanti, perché non siamo in una posizione di potere, ma di servizio. Infine non deve mai dimenticare di essere parte di una comunità più ampia”, cioè la scuola intesa come comunità di docenti.
La studentessa
“Torno in classe per ricominciare un’importante avventura umana”
Vedersi sgretolare davanti quel muro che spesso si instaura tra alunni e professori mi ha rilanciato in modo del tutto inaspettato di fronte a questo re-inizio di scuola. Buttarmi nel rapporto con i professori e nello studio senza accontentarmi di un livello superficiale: questo è quello che più desidero e che mi sembra più utile di fronte all’inizio di un anno che si prospetta duro e in vista della scelta dell’università. Avendo questo negli occhi e nel cuore, la scuola per me è ridiventata un’avventura da affrontare a testa alta e con la voglia di giocare tutta me stessa.
Il genitore
“Spero che mio figlio trovi prof appassionati”
La dirigente
“Anche il mio 40° primo giorno di scuola è una novità”
I docenti e poi genitori ed alunni del mio istituto: guardandoli, uno per uno, mentre rivolgevo loro un saluto di benvenuto, mi sorprendevo a chiedermi che cosa nascondessero i sorrisi e i volti: bisogno di sostegno, di guida, di sicurezza, di amicizia, di ascolto, di compagnia per affrontare un percorso, che spesso spaventa e mette a nudo la nostra fragilità. E così un anno scolastico non è mai uguale all’altro, non tanto, o non soltanto, perché ce lo impongono le circostanze organizzative e professionali e impegni di progettazione didattica e curricolare diversi, ma soprattutto perché di fronte a persone diverse nella loro unicità e irrepetibilità, occorre essere capaci di intessere un dialogo e relazioni con strumenti e metodi nuovi.
L’insegnante
Penso che la scuola sia innanzitutto quella trama di rapporti con i ragazzi e con i colleghi, quel luogo dove poter mettere a tema le domande di senso, le domande sul mistero della vita, insomma tutte le domande che la realtà suscita paragonandole con i grandi autori della letteratura, o chiedendosi il perché delle cose e magari scoprire grazie alla matematica e alla fisica gli ingranaggi perfetti che si nascondono nella natura, come ad esempio l’ordine nella disposizione delle foglie sullo stelo di una rosa.
Angelus di Papa Benedetto
Domenica 30 agosto 2009
Cari fratelli e sorelle!
Tre giorni fa, il 27 agosto, abbiamo celebrato la memoria liturgica di santa Monica, madre di sant'Agostino, considerata modello e patrona delle madri cristiane. Di lei molte notizie ci vengono fornite dal figlio nel libro autobiografico Le confessioni, capolavoro tra i più letti di tutti i tempi. Qui apprendiamo che sant'Agostino bevve il nome di Gesù con il latte materno e fu educato dalla madre nella religione cristiana, i cui princìpi gli rimarranno impressi anche negli anni di sbandamento spirituale e morale. Monica non smise mai di pregare per lui e per la sua conversione, ed ebbe la consolazione di vederlo ritornare alla fede e ricevere il battesimo. Iddio esaudì le preghiere di questa santa mamma, alla quale il Vescovo di Tagaste aveva detto: "È impossibile che un figlio di tante lacrime vada perduto". In verità, sant'Agostino non solo si convertì, ma decise di abbracciare la vita monastica e, ritornato in Africa, fondò egli stesso una comunità di monaci. Ormai santa Monica era diventata, per questo suo figlio, "più che madre, la sorgente del suo cristianesimo". Il suo unico desiderio era stato per anni la conversione di Agostino. Poteva pertanto morire contenta, ed effettivamente si spense il 27 agosto del 387, a 56 anni, dopo aver chiesto ai figli di non darsi pena per la sua sepoltura, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all'altare del Signore. Sant'Agostino ripeteva che sua madre lo aveva "generato due volte".
La storia del cristianesimo è costellata di innumerevoli esempi di genitori santi e di autentiche famiglie cristiane, che hanno accompagnato la vita di generosi sacerdoti e pastori della Chiesa. Si pensi ai santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, entrambi appartenenti a famiglie di santi. Pensiamo, vicinissimi a noi, ai coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, vissuti tra la fine del XIX secolo e la metà del 1900, beatificati dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II nell'ottobre del 2001, in coincidenza con i vent'anni dell'Esortazione Apostolica Familiaris consortio. Questo documento, oltre ad illustrare il valore del matrimonio e i compiti della famiglia, sollecita gli sposi a un particolare impegno nel cammino di santità, che, attingendo grazia e forza dal Sacramento del matrimonio, li accompagna lungo tutta la loro esistenza. Quando i coniugi si dedicano generosamente all'educazione dei figli, guidandoli e orientandoli alla scoperta del disegno d'amore di Dio, preparano quel fertile terreno spirituale dove scaturiscono e maturano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Si rivela così quanto siano intimamente legati e si illuminino a vicenda il matrimonio e la verginità, a partire dal loro comune radicamento nell'amore sponsale di Cristo.
Cari fratelli e sorelle, in quest'Anno Sacerdotale, preghiamo perché, "per intercessione del Santo Curato d'Ars, le famiglie cristiane divengano piccole chiese, in cui tutte le vocazioni e tutti i carismi, donati dallo Spirito Santo, possano essere accolti e valorizzati" (dalla Preghiera per l'Anno Sacerdotale). Ci ottenga questa grazia la Santa Vergine.
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Settembre con Maria
Martedì 8: Natività di maria
Sabato 12 : Nome di Maria
Siamo vicini con l’affetto e la preghiera
alla sposa, ai figli, ai genitori e parenti di Salvatore Ticli, morto improvvisamente nei giorni scorsi a 41 anni.
Pellegrina a Lourdes riprende a camminare
Ha mantenuto il segreto assoluto di quanto le era accaduto per tutto il viaggio di ritorno: da Lourdes a Francavilla in Sinni – provincia di Potenza, diocesi di Tursi-Lagonegro. Poi, giunta a casa dopo il pellegrinaggio in Francia, una casalinga di 50 anni ha potuto abbracciare marito e due dei quattro figli senza l’ausilio della carrozzella sulla quale era ridotta da quattro anni per via della Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) che l’aveva colpita l’anno prima. La donna era partita il 30 luglio per la città pirenaica aderendo, con altre 700 persone, al pellegrinaggio regionale lucano dell’Unitalsi, guidato dal vescovo di Tursi-Lagonegro, Francescantonio Nolè.
Giunta a Lourdes, ha atteso il suo turno per immergersi nelle piscine del santuario. Appena in acqua la signora avrebbe prima avvertito un forte dolore alle gambe, poi un sollievo e quindi la certezza che 'qualcosa' era avvenuto. Un 'qualcosa' che avrebbe trovato una toccante conferma in una voce: «Coraggio, sei guarita». La donna, che per via della malattia stava perdendo anche l’uso della parola, pur essendo ormai certa di poter riprendere a camminare è rimasta in carrozzina. L’umiltà, lo sbigottimento, la paura di essere giudicata dagli altri ma soprattutto la consapevolezza – come ha poi spiegato lei stessa – di non essere degna di un segno che sapeva di «miracolo», hanno dapprima indotto la pellegrina a non rivelare nulla, neanche ai suoi amici, neanche al suo parroco, che partecipava al pellegrinaggio.
«C’è stato solo un momento in cui ho avuto dei sospetti – dice don Franco Lacanna che da sette anni guida la comunità parrocchiale di Francavilla in Sinni e che ha seguito la signora dalla scoperta della malattia ad oggi –: quando davanti alla grotta di Massabielle l’abbiamo aiutata ad inginocchiarsi era come se lei facesse tutto con estrema facilità, senza problemi. È stato un attimo ma poi non ci ho più fatto caso. Inoltre, proprio quando abbiamo ripreso il treno bianco per rientrare a casa, la pellegrina ha avuto un leggero infortunio a una spalla: l’abbiamo soccorsa anche grazie alla presenza di un ortopedico. Ebbene, lei sorridendo ci ha detto: 'Non badate a queste cose esterne, voi non potete immaginare la gioia che porto dentro'. Credevo però si riferisse alla gioia di aver preso parte al pellegrinaggio mariano».
Solo a casa, la donna, spinta da una sorta di 'voce interiore', si è alzata dalla sedia a rotelle tra lo stupore del marito e dei figli e ha ripreso a camminare. «Quella stessa sera – spiega don Lacanna che della diocesi di Tursi-Lagonegro è vicario generale – ho raggiunto la loro famiglia con un medico. L’emozione è stata grande e il medico stentava a credere ai suoi occhi mentre asseriva di non aver mai assistito a nulla di simile. Ho reso grazie al Signore e quindi ho informato il vescovo».
La signora, che prima di ammalarsi ha guidato un’associazione di volontariato per disabili, aveva raggiunto Lourdes non per chiedere la propria guarigione ma per presentare alla Madonna ben altre 'richieste', come racconta don Lacanna: «Ha pregato la Vergine perché le fosse concesso di avere la forza per vivere dignitosamente fino all’ultimo la sua esistenza in qualsiasi stato e in compagnia dei suoi familiari; non voleva che le accadesse quanto avvenuto a Piergiorgio Welby nel 2006 oppure a Eluana Englaro quest’anno, e cioè che le potessero interrompere qualsiasi sostegno vitale; inoltre, ha partecipato al pellegrinaggio portando con sé, davanti alla statua della Madonna, i vestiti di una bambina del suo stesso paese affetta da una forma grave di Sla, chiedendone la guarigione».
«Questa signora – aggiunge il sacerdote – ha sempre accettato la malattia con serenità mantenendosi salda nella fede. Quello che le è avvenuto è un grande segno per tutta la comunità che è da sempre devotissima a Maria».
Prossimamente, il 7,8,9 settembre 55 persone della nostra comunità andranno in pellegrinaggio a Lourdes. Chiederemo per noi e per tutti il dono della fede e della speranza, vissute nell’unità della Chiesa. Chi ha intenzioni da consegnarci lo può fare personalmente oppure inserendo un biglietto nel cassettone all’ingresso della Chiesa.
E’ in corso fino a sabato 29 il MEETING di Rimini, grande occasione di incontro, di cultura, di testimonianza, di scoperta. Attualità, storia, arte, sport, vita concreta manifestano la ricchezza e la varietà del mondo umano. Aumenta la voglia di vivere e di imparare.
Al Meeting si può partecipare liberamente ogni giorno: visita alle mostre, presenza ai dibattiti e agli spettacoli e alle mille occasioni di incontro che lo rendono vario e profondamente umano. Una corriera da Chioggia è prevista per Mercoledì 26 agosto
Anche alcuni nostri parrocchiani, giovani e adulti, vi lavorano come volontari.
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Lunedì 24 agosto, San Bartolomeo apostolo
Secondo il Vangelo di Giovanni egli era amico di Filippo che gli parlò per la prima volta del Messia quando gli disse: Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth. La risposta di Bartolomeo fu molto scettica: Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono? Ma Filippo insistette: Vieni e vedrai. Bartolomeo incontrò Cristo e quanto gli disse fu sufficiente a fargli cambiare idea. Gesù: Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità. Bartolomeo turbato gli chiese come facesse a conoscerlo e Gesù di rimando: Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico. L'essere raggiunto da Cristo nei suoi pensieri più intimi, suscitò in lui un'immediata dichiarazione di fede: Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele! Gesù, allora, gli rispose Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico credi? Vedrai cose maggiori di questa.
Giovedì 27 agosto, Santa Monica, madre di Sant’Agostino
Venerdì 28 agosto, Sant’Agostino vescovo di Ippona
Monica nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332 in una famiglia di buone condizioni economiche e profondamente cristiana; contrariamente agli usi del tempo, le fu permesso di studiare e lei ne approfittò per leggere la Sacra Scrittura e meditarla. Ebbe molto a patire per il figlio Agostino, il primogenito avuto a 22 anni, che seguiva brutte strade.
La conversione del figlio fu una grande grazia. Le preghiere della madre erano state esaudite. Agostino divenne vescovo di Ippona; i suoi discorsi e i suoi scritti sono ancora tra i libri più letti. Il Meeting di Rimini di quest’anno dedica una grande mostra a S.Agostino.
Sabato 29 agosto, Martirio di San Giovanni Battista
“Il più grande fra i nati di donna”, secondo l’elogio di Gesù. morì vittima di Erode, al quale aveva contestato l’adulterio. Fu decapitato nella fortezza di Macheronte sul Mar Morto, dove il vizioso Erode si era ritirato in vacanza. Gesù ne fu informato dalla viva voce dei discepoli del Battista. La data di oggi ricorda forse la dedicazione dell’antica basilica in onore del Precursore dei Messia eretta a Sebaste, in Samaria. A san Giovanni Battista la liturgia dedica quindi due ricorrenze, quella più solenne del 24 giugno, dedicata alla sua nascita, e questa del martirio.
Per la vita o per la morte?
Una decisione sciagurata e la vita diventa zavorra
Il quotidiano Avvenire lancia la sua
campagna di protesta contro la decisione dell'Aifa di autorizzare la commercializzazione della pillola abortiva RU486,
e lo ha fatto attraverso le parole di condanna del cardinale Angelo Bagnasco:
"Una notizia preoccupante.
E' una deriva di civilta', in cui a prevalere è la libertà individuale che si pretende assoluta. Ho avuto una reazione di tristezza, di amarezza e di preoccupazione perchè penso che questa decisione rappresenti una discesa della civiltà del nostro Paese, nel senso che laddove la vita umana nella sua integra dignità non è riconosciuta, ma è offesa e ferita ulteriormente, non si può dire che la civiltà cresce ma diminuisce ulteriormente".
Diversi medici ed esperti hanno denunciato la pericolosità fisica e morale di un ’farmaco per la morte’.
Appello del Papa perché in Pakistan si ponga fine alla violenza contro i cristiani
Profondo dolore “per l’insensato attacco alla comunità cristiana di Gojra City”, che ha portato alla “tragica uccisione di bambini, donne e uomini innocenti” è stato espresso da Benedetto XVI. Per tre giorni in Pakistan resteranno chiuse, in segno di lutto, le scuole e le università cristiane. Sembra ormai accertato che sono otto, fra cui quattro donne e un bambino, le vittime dell’assalto di un gruppo di musulmani, appartenenti al movimento estremista Sipah-e-Sahaba, avvenuto, sabato, nel villaggio di Gojra. Oltre cinquanta abitazioni sono state date alle fiamme e migliaia di abitanti sono fuggiti.
Caritas in veritate
Benedetto XVI
1. LA CARITÀ NELLA VERITÀ
di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera.
3. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell'amore in una cultura senza verità. Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme Agápe e Lógos: Carità e Verità, Amore e Parola.
4. Un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività.
28. Uno degli aspetti più evidenti dello sviluppo odierno è l'importanza del tema del rispetto per la vita, che non può in alcun modo essere disgiunto dalle questioni relative allo sviluppo dei popoli. Non solo la situazione di povertà provoca ancora in molte regioni alti tassi di mortalità infantile, ma perdurano in varie parti del mondo pratiche di controllo demografico da parte dei governi, che spesso diffondono la contraccezione e giungono a imporre anche l'aborto. Nei paesi economicamente più sviluppati, le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi, contribuendo a diffondere una mentalità antinatalista ...come se fosse un progresso culturale.
29. C'è un altro aspetto della vita di oggi, collegato in modo molto stretto con lo sviluppo: la negazione del diritto alla libertà religiosa. Oltre al fanatismo religioso che in alcuni contesti impedisce l'esercizio del diritto di libertà di religione, anche la promozione programmata dell'indifferenza religiosa o dell'ateismo pratico da parte di molti paesi contrasta con le necessità dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane. Dio è il garante del vero sviluppo dell'uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine, ne fonda altresì la trascendente dignità e ne alimenta il costitutivo anelito ad “essere di più”.
34. La carità nella verità pone l'uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. Talvolta l'uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società...
Angelo Busetto, Teologia dalla strada, Edizioni Marietti, giugno 2009
Una parrocchia tutta chiesa e strada. Oltre le sacre mura, le case e tutti i luoghi della vita diventano ambiente pastorale nell’intreccio di incontri e dialoghi, attese e desideri, speranze e compimenti, solitudini e compagnie. Mentre si snoda la strada del quartiere, si delinea il cammino della vita e se ne svela il senso. Una ‘teologia dalla strada’ che entra in dialogo diretto con il lettore e lo conduce a scoprire ‘la bellezza dell’essere cristiani e la gioia di comunicarlo’.
Angelo Busetto è parroco a Chioggia. Ha insegnato teologia dogmatica a Padova nella Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e nell’Istituto San Massimo. Ha pubblicato I giorni del prete (1995), Tracce di teologia (2003), Vita da prete (2005), L’isola che c’è (2006). Collabora con settimanali e riviste.
Ancora Santi
I santi
dell’anno sacerdotale
Nell'aprire l'Anno Sacerdotale da lui personalmente ideato e voluto, Benedetto XVI ha detto che il suo scopo è di mostrare "quanto sia importante la santità dei sacerdoti per la vita e la missione della Chiesa".
E di tale santità ha offerto come modelli il Curato d'Ars e padre Pio.
Il primo l'ha ricordato nella lettera con cui ha aperto l'Anno Sacerdotale, venerdì 19 giugno, festa del Sacro Cuore di Gesù. Quanto al secondo, si è recato pellegrino sul luogo dove visse, San Giovanni Rotondo, domenica 21 giugno.
Questi due santi non hanno un profilo alla moda. Entrambi nati contadini, non dotti, l'uno parroco e l'altro frate francescano in due villaggi sperduti della Francia dell'Ottocento e dell'Italia del Novecento. Ma la loro santità era così fulgente che miriadi di persone, anche da molto lontano, accorrevano a implorare da loro il perdono di Dio, in interminabili code al loro confessionale
La preghiera, l'eucaristia, il sacramento della penitenza: di queste tre luci brillava la loro santità.
La terza luce soprattutto colpisce, in un'epoca come l'attuale in cui il sacramento della penitenza è pochissimo praticato, caduto in abbandono anche per la trascuratezza di molti sacerdoti.
Sulla necessità di ridar vita a questo sacramento Benedetto XVI ha particolarmente insistito, nell'aprire l'Anno Sacerdotale.
L'ha fatto anzitutto nella lettera di inaugurazione dell'Anno, coincidente con il centocinquantesimo anniversario del "dies natalis" del santo Curato d'Ars, Giovanni Maria Vianney:
"I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento. Al tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa. Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della presenza eucaristica.
"Seppe così dare il via a un circolo virtuoso. Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero a imitarlo, recandovisi per visitare Gesù, e fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il loro parroco, disponibile all’ascolto e al perdono. In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno.
"Si diceva allora che Ars era diventata 'il grande ospedale delle anime'. 'La grazia che egli otteneva [per la conversione dei peccatori] era sì forte che essa andava a cercarli senza lasciar loro un momento di tregua!', dice il primo biografo. Il Santo Curato non la pensava diversamente, quando diceva: 'Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui... Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto'.
"Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle parole che egli metteva in bocca a Cristo: 'Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita'. Dal Santo Curato d’Ars noi sacerdoti possiamo imparare un’inesauribile fiducia nel sacramento della penitenza che ci spinga a rimetterlo al centro delle nostre preoccupazioni pastorali…
metodo del 'dialogo di salvezza' che in esso si deve svolgere.
"Il Curato d’Ars aveva una maniera diversa di atteggiarsi con i vari penitenti. Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, trovava in lui l’incoraggiamento ad immergersi nel 'torrente della divina misericordia' che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: 'Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci!'
"A chi, invece, si accusava in maniera tiepida e quasi indifferente, offriva, attraverso le sue stesse lacrime, la seria e sofferta evidenza di quanto 'abominevole' fosse quell’atteggiamento: 'Piango perché voi non piangete', diceva. 'Se almeno il Signore non fosse così buono! Ma è così buono! Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti a un Padre così buono!'.
"Faceva nascere il pentimento nel cuore dei tiepidi, costringendoli a vedere, con i propri occhi, la sofferenza di Dio per i peccati quasi 'incarnata' nel volto del prete che li confessava. A chi, invece, si presentava già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale, spalancava le profondità dell’amore, spiegando l’indicibile bellezza di poter vivere uniti a Dio e alla sua presenza: 'Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio... Com’è bello!'. E insegnava loro a pregare: 'Mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto quanto è possibile che io t’ami'".
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E di nuovo Benedetto XVI è tornato a sollecitare i sacerdoti a prendersi cura del sacramento della penitenza in questo passaggio di un suo discorso a San Giovanni Rotondo:
"Come il Curato d’Ars, anche Padre Pio ci ricorda la dignità e la responsabilità del ministero sacerdotale. Chi non restava colpito dal fervore con cui egli riviveva la passione di Cristo in ogni celebrazione eucaristica? Dall’amore per l’Eucaristia scaturiva in lui come nel Curato d’Ars una totale disponibilità all’accoglienza dei fedeli, soprattutto dei peccatori.
"Inoltre, se san Giovanni Maria Vianney, in un epoca tormentata e difficile, cercò in ogni modo di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della penitenza sacramentale, per il santo frate del Gargano la cura delle anime e la conversione dei peccatori furono un anelito che lo consumò fino alla morte. Quante persone hanno cambiato vita grazie al suo paziente ministero sacerdotale; quante lunghe ore egli trascorreva in confessionale!
"Come per il Curato d’Ars, è proprio il ministero di confessore a costituire il maggior titolo di gloria e il tratto distintivo di questo santo frate cappuccino. Come allora non renderci conto dell’importanza di partecipare devotamente alla celebrazione eucaristica e di accostarsi frequentemente al sacramento della confessione? In particolare, il sacramento della penitenza va ancor più valorizzato, e i sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli per questa straordinaria fonte di serenità e di pace".
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Nel riferire l'inizio dell'Anno Sacerdotale le cronache giornalistiche non hanno dato quasi nessun rilievo a questa insistenza del papa sul sacramento della penitenza.
Le cronache hanno dato evidenza, piuttosto, al passaggio in cui Benedetto XVI ha deplorato la malvagia condotta di alcuni pastori della Chiesa, "soprattutto di quelli che si tramutano in 'ladri delle pecore' (Giovanni 10, 1ss), o perché le deviano con le loro private dottrine, o perché le stringono con lacci di peccato e di morte".
Così come l'altro passaggio in cui il papa ha detto che "anche per noi sacerdoti vale il richiamo alla conversione e al ricorso alla divina misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l’accorata e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare".
Ma è evidente che l'obiettivo numero uno dell'Anno Sacerdotale indetto da Benedetto XVI è proprio la rinnovata cura della confessione sacramentale.
L'obiettivo è decisamente controcorrente, rispetto allo spirito di resa che tanti vescovi e sacerdoti mostrano di fronte alla caduta in disuso di questo sacramento.
Ma va notato che tale obiettivo è condiviso anche da un alto esponente della Chiesa che pure per molti aspetti è il meno in sintonia con questo e col precedente pontificato: il cardinale Carlo Maria Martini.
È ciò che risulta da una sua intervista con Eugenio Scalfari su "la Repubblica" del 18 giugno 2009, vigilia dell'apertura dell'Anno Sacerdotale.
In essa il cardinale Martini ha ribadito la sua nota personale classifica dei problemi maggiori della Chiesa d'oggi, "in ordine d'importanza":
"Anzitutto l'atteggiamento della Chiesa verso i divorziati, poi la nomina o l'elezione dei vescovi, il celibato dei preti, il ruolo del laicato cattolico, i rapporti tra la gerarchia e la politica".
E ha inoltre rilanciato la sua idea di convocare urgentemente un nuovo Concilio il cui primo tema dovrebbe essere proprio "il rapporto della Chiesa con i divorziati".
Ma subito dopo ha aggiunto:
"C'è anche un altro argomento che un prossimo Concilio dovrebbe affrontare: quello del percorso penitenziale della propria vita. La confessione è un sacramento estremamente importante ma ormai esangue. Sono sempre meno le persone che lo praticano, ma soprattutto il suo esercizio è diventato quasi meccanico: si confessa qualche peccato, si ottiene il perdono, si recita qualche preghiera e tutto finisce così, nel nulla o poco più. Bisogna ridare alla confessione una sostanza che sia veramente sacramentale, un percorso di pentimento e un programma di vita, un confronto costante con il proprio confessore, insomma una direzione spirituale".
Che il cardinale Martini e papa Joseph Ratzinger si trovino d'accordo su qualcosa, è già questa una notizia.
Ma lo è ancor più per l'oggetto dell'accordo: "ridare una sostanza" al più trascurato dei sette sacramenti. Quella "sostanza" che il santo Curato d'Ars e padre Pio hanno fatto balenare più di tutti, a miriadi di penitenti in cerca della misericordia di Dio.
Giancarlo Vecerrica
Vescovo di Fabriano
porta la sua testimonianza Lunedì 22 ore 21,chiesa Madonna della Navicella
Riportiamo da Avvenire la cronaca del pellegrinaggio Macerata-Loreto, svoltosi nella notte di sabato scorso, al quale hanno partecipato anche molti parrocchiani. Mons. Vecerrica, iniziatore del pellegrinaggio, l’ha accompagnato anche quest’anno
85mila in cammino
Ottantacinquemila persone, soprattutto giovani, in cammino per tutta la notte, pellegrini da Macerata verso la basilica di Loreto.
Giornalisticamente parlando, quella che si è consumata tra il tramonto di sabato e l’alba di domenica è una notizia. Anzi, una ‘ signora notizia’. Anche se la stragrande maggioranza dei media l’ha tranquillamente ignorata. A chi volete che interessino giovani che non fanno una manifestazione per protestare contro qualcosa o qualcuno, che sfilano in silenzio, cantano e pregano, per 28 chilometri? Ci vuol altro per finire sui giornali. E invece quei ragazzi, insieme alle migliaia di adulti di ogni età - comprese decine di ultraottantenni, che di pellegrinaggi a piedi ne hanno fatti tanti in gioventù - sono una realtà sulla quale non possiamo mettere il silenziatore. Una realtà totalmente immersa nella modernità, un fatto di cui dovrebbero tenere conto maitre-à-penser e sociologi che sentenziano sul sentire profondo di questo Paese.
Sono un fatto che testimonia quanto la speranza sia viva tra la gente, e diventi qualcosa di contagioso. L’ha testimoniato in questi mesi la gente dell’Aquila alle prese con le ferite del terremoto, e al Pellegrinaggio Macerata-Loreto se ne sono fatti eco l’arcivescovo Molinari e uno dei tanti padri di famiglia che in pochi secondi hanno perso tutto.
L’hanno testimoniato altri che durante il cammino notturno hanno raccontato la loro odissea: un ex tossicodipendente che ha trovato nell’abbraccio di una comunità di recupero un possibilità di riscatto, una mamma che poche settimane fa ha perso il figlio quindicenne e che solo nella fede ha potuto dare significato a un fatto che fa tremare le vene ai polsi.
E ancora, le migliaia di storie minime che sono emerse nei colloqui discreti fioriti nelle ore impiegate per arrivare alla Casa di Loreto, il luogo che racchiude i muri della dimora di Nazaret in cui è riecheggiato il ‘ sì’ di Maria che ha cambiato la storia.
L’altra notte ognuno degli 85mila pellegrini ha pronunciato il suo piccolo grande ‘ sì’: sì alla presenza viva e operante di Cristo nella sua vita, sì a un compagno di scuola o a un collega di lavoro che l’aveva invitato alla Macerata-Loreto…
È stata una notte resa ricca dalla povertà di chi ha partecipato, ognuno portando il proprio limite e la domanda di felicità. «L’unica gioia al mondo è cominciare - scrive Pavese. È bello vivere, perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante».
Ma per poter ricominciare, per poter sperare, non serve un discorso giusto, una filosofia convincente. Ci vogliono ragioni forti. Ci vuole gente che affronta la fatica del presente perché certa di un significato e di una meta. L’altra notte è stata un’esperienza così per ottantacinquemila persone, che sono tornate a scuola, al lavoro, alle sfide della vita quotidiana, più certi di quello che scrive Péguy: “Egli è qui, come il primo giorno”.
"Dunque come tutto il ferro reso rovente si è liquefatto al punto che sembra esserci soltanto fuoco e tuttavia restano distinte le sostanze dell’uno e dell’altro, così si deve accettare che dopo la fine di questo mondo tutta la natura, sia quella corporea che quella incorporea, manifesti soltanto Dio e tuttavia resti integra in modo tale che Dio possa essere in qualche modo com-preso pur restando in-comprensibile e la creatura stessa venga trasformata, con meraviglia ineffabile, in Dio" (V, PL 122, col 451B).
In realtà, l’intero pensiero teologico di Giovanni Scoto è la dimostrazione più palese del tentativo di esprimere il dicibile dell’indicibile Dio, fondandosi unicamente sul mistero del Verbo fatto carne in Gesù di Nazaret. Le tante metafore da lui utilizzate per indicare questa realtà ineffabile dimostrano quanto egli sia consapevole dell’assoluta inadeguatezza dei termini con cui noi parliamo di queste cose. E tuttavia resta l’incanto e quell’atmosfera di autentica esperienza mistica che si può di tanto in tanto toccare con mano nei suoi testi. Basti citare, a riprova di ciò, una pagina del De divisione naturae che tocca in profondità l’animo anche di noi credenti del XXI secolo:
"Non si deve desiderare altro – egli scrive - se non la gioia della verità che è Cristo, né altro evitare se non l’assenza di Lui. Questa infatti si dovrebbe ritenere causa unica di totale ed eterna tristezza. Toglimi Cristo e non mi rimarrà alcun bene né altro mi atterrirà quanto la sua assenza. Il più grande tormento di una creatura razionale sono la privazione e l’assenza di Lui" (V, PL 122, col 989a). Sono parole che possiamo fare nostre, traducendole in preghiera a Colui che costituisce l’anelito anche del nostro cuore.
Il nostro divino ‘genoma’
Papa Benedetto
ci spiega come noi siamo fatti a immagine
di Dio Trinità
Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l'Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù.
Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l'intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell'Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell'unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l'itinerario della rivelazione di Gesù, dall'incarnazione alla morte e risurrezione fino all'ascensione e al dono dello Spirito Santo.
Quest'oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l'ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore "non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza": è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore.
Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica.
Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari.
In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il "nome" della Santissima Trinità, perché tutto l'essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l'Amore creatore. Tutto proviene dall'amore, tende all'amore, e si muove spinto dall'amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. "O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!" - esclama il salmista.... "In lui - disse san Paolo nell'Areòpago di Atene - viviamo, ci muoviamo ed esistiamo". La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l'amore ci rende felici, perché viviamo in relazione, e viviamo per amare e per essere amati. Usando un'analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l'essere umano porta nel proprio "genoma" la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.
La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell'Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l'Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l'immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.
L’Europa di Benedetto
Mentre oggi si vota per l’Europa
Benedetto parla di Benedetto. Quattro anni dopo il celebre “discorso di Subiaco”, quando l’allora Cardinale Ratzinger aveva presentato la sua lectio magistralis sull’Europa, il Santo Padre è tornato a parlare di San Benedetto da Norcia, figura esemplare e Santo patrono dell’Europa. Nel monastero di Montecassino il Papa ha trovato i simboli dell’altro “Benedetto”, padre del monachesimo e propugnatore dell’evangelizzazione nel nostro continente.
“Ora et labora” dicevano - e dicono tuttora - i benedettini. Il Papa ha espresso la sua solidarietà verso coloro che più di tutti stanno pagando il dazio imposto dalla crisi: i precari, i disoccupati e i giovani senza lavoro. Ha esortato a creare «nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie, fortemente insidiate nelle radici stesse della loro istituzione».
San Benedetto con una “regola” fatta di lavoro, cultura e preghiera contribuì a tirar fuori l’Europa da un periodo di profonda crisi. Occorre guardare alle nostre radici mettendo tutti insieme il peso di cui siamo capaci sulla stessa mattonella perché nessuno rimanga indietro.
La dignità umana, infatti, viene prima di tutto. È per quella dignità che proprio nel nostro continente è stata calpestata milioni di volte dalle atrocità delle ideologie che le istituzioni sono pronte a battersi, facendosi garanti e mai padrone. È per questo motivo, nella memoria delle vite che la guerra ha spezzato, che il Santo Padre ha visitato ai cimiteri di guerra, ricordando così i caduti di tutte le nazioni e di tutti conflitti.
Forse, per noi abituati a vivere in un clima privo di conflitti civili o di popoli, la parola pace ha acquisito un significato che diamo ormai per assodato.
Ma c’è un rischio. Se l’Europa non sarà capace di una memoria storica che le permetta di mantenere viva la sua tradizione culturale e religiosa, non potrà nemmeno pretendere di avere un futuro. L’Europa è stata veramente se stessa e profondamente grande nel creare forme di autentica civiltà e progresso dei popoli a livello universale, solo nel momento in cui ha trasmesso quei valori costitutivi che le provenivano dalla fede cristiana, dopo averli fatti diventare patrimonio di cultura e identità di popoli.
E’ necessario ritornare al IV secolo quando, durante la grave crisi dell’Impero romano, iniziò a svilupparsi la Chiesa, come nuovo soggetto storico, culturale e politico. Il monastero di Montecassino quattro volte distrutto e quattro volte ricostruito è il simbolo di questa Europa che, pur essendo stata minata più volte alle sue fondamenta, è ancora oggi in piedi. Ha sopportato guerre, ha visto la distruzione, è più volte stata messa in ginocchio, ma oggi è salda ed è stata capace di assicurare a noi e ai nostri figli oltre sessant’anni di pace. È per questo che vogliamo difenderla, anche nel ricordo di S.Benedetto.
La visita di Benedetto XVI alla vigilia di un importante appuntamento che coinvolge i cittadini dei Ventisette Stati Membri ci sprona a proseguire sulla strada tracciata dai padri del nostro continente e a batterci affinché, soprattutto ai giovani, sia garantito un avvenire di pace e sviluppo.
Il Papa e i Bambini
Lo fa ogni anno con i preti della diocesi di Roma, all'inizio della Quaresima. Lo fa d'estate con i preti delle località in cui va in vacanza. Lo fa con gruppi di giovani. Lo fa con i giornalisti alla partenza di ogni viaggio. Il botta e risposta diretto, senza leggere testi prefissati, è una formula che papa Joseph Ratzinger predilige. L'ha sperimentata quand'era professore. L'affronta tuttora pur conoscendone i rischi. L'ultimo, fragoroso, quello occorsogli quando ha denunciato l'inefficacia del preservativo nel combattere l'AIDS.
Ma con i bambini, fino a pochi giorni fa, Benedetto XVI ci aveva provato una sola volta. Il botta e risposta era avvenuto in piazza San Pietro, il 15 ottobre del 2005, primo anno del suo pontificato. Gremivano la piazza i bambini di Roma e del Lazio che avevano fatto quell'anno la prima comunione. La loro età era tra gli 8 e i 10 anni.
Le domande furono sette e papa Ratzinger superò l'esame a pieni voti. Conquistò l'attenzione, si fece capire, parlò in mondo semplice eppure profondo.
Il nuovo incontro con i bambini è avvenuto nel pomeriggio di sabato 30 maggio, vigilia di Pentecoste, nell'aula delle udienze, in Vaticano. I bambini, settemila, appartenevano alla Pontificia Opera dell'Infanzia Missionaria.
Le domande sono state questa volta tre.
Dalla trascrizione integrale del botta e risposta emergono i tratti tipici della personalità dell'attuale pontefice. L'efficacia nel catturare l'ascolto. La semplicità del linguaggio. La nitidezza delle cose dette. L'ottimismo di fondo. La sincerità. Chi l'ascolta, intuisce che Benedetto XVI non ha sottintesi. E neppure insinua od accarezza dubbi. Infonde certezze non sue ma che lui per primo mostra d'aver ricevuto dall'alto.
Le risposte del Papa ai bambini
si possono richiedere in parrocchia
Giovani:
una generazione tecnologica
Il bello della comunicazione
Le nuove tecnologie digitali stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani. Questi cambiamenti sono particolarmente evidenti tra i giovani che sono cresciuti in stretto contatto con queste nuove tecniche di comunicazione e si sentono quindi a loro agio in un mondo digitale che spesso sembra invece estraneo a quanti di noi, adulti, hanno dovuto imparare a capire ed apprezzare le opportunità che esso offre per la comunicazione.
Il mio pensiero va quindi in modo particolare a chi fa parte della cosiddetta generazione digitale. Tali tecnologie sono un vero dono per l’umanità: dobbiamo perciò far sì che i vantaggi che esse offrono siano messi al servizio di tutti gli esseri umani e di tutte le comunità, soprattutto di chi è bisognoso e vulnerabile.
L’accessibilità di cellulari e computer, unita alla portata globale e alla capillarità di internet, ha creato una molteplicità di vie attraverso le quali è possibile inviare, in modo istantaneo, parole ed immagini ai più lontani ed isolati angoli del mondo: è, questa, chiaramente una possibilità impensabile per le precedenti generazioni. I giovani, in particolare, hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione, la comunicazione e la comprensione tra individui e comunità e li utilizzano per comunicare con i propri amici, per incontrarne di nuovi, per creare comunità e reti, per cercare informazioni e notizie, per condividere le proprie idee e opinioni.
Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti, alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto, lavorare in équipe da luoghi diversi; inoltre la natura interattiva dei nuovi media facilita forme più dinamiche di apprendimento e di comunicazione, che contribuiscono al progresso sociale.
Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani: esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione.
Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri.
Dal Messaggio di Papa Benedetto per la Giornata delle Comunicazioni Sociali.
LA BELLA ITALIA?
QUELLA DEI VOLONTARI
Le cronache, i racconti, le immagini delle terre di Abruzzo colpite dal terremoto si sono succedute in questi giorni con un ritmo incalzante, talvolta eccessivo e forse troppo ripetitivo. In primo piano i protagonisti: gli aquilani con i loro volti che irradiano dignità e compostezza, il governo e il presidente del consiglio, le massime autorità dello Stato, i leader di partito, la protezione civile con i suoi uomini. Ma manca un racconto che è bene iniziare a scrivere. Ed è il ruolo e la testimonianza che stanno dando le organizzazioni di volontariato specializzate negli interventi di emergenza, nella gestione delle tendopoli e dei centri di assistenza. Non sono andati in vetrina, non hanno partecipato a tavole rotonde o talkshow televisivi. Però ci sono eccome! Sono migliaia, giovani e adulti insieme, un mix di generazioni strabiliante che non trova un eguale riscontro in altre occasioni e momenti della vita sociale del nostro Paese. Sono uniti dalla medesima generosità e dal desiderio di mettersi a disposizione, un servizio donato e gratuito che non chiede alcunché in cambio. E’ l’immagine della bella Italia, quella popolare, salda nei valori della solidarietà, innamorata dei suoi borghi e delle sue tradizioni. E’ l’Italia della generosità che sa agire con competenza ed efficienza, non perde tempo perché sa che il tempo è prezioso e non va sprecato.
Papa Benedetto martedì 28 aprile visiterà le popolazioni colpite dal terremoto
La paziente ricerca di Papa Ratzinger
Dopo avere varcato l’82˚genetliaco, Joseph Ratzinger inizia il quinto anno di pontificato. Smentendo ancora una volta coloro che non lo conoscevano, il peso della tiara non lo ha sfiancato e non gli sono mancate le energie per viaggi impegnativi come quello africano. Merito anche della prospettiva che trae dalla fede. Non dimentico l’espressione sorpresa quando gli chiesi se erano serene le sue notti da Cardinal Prefetto della Dottrina della fede.
Allora infuriava la contestazione clericale e sul suo tavolo giungevano dossier inquietanti da ogni parte del mondo. È con sorpresa, dunque, che mi rispose: «Fatto l’esame di coscienza e recitate le mie preghiere, perché non dovrei dormire tranquillo? Se mi agitassi, non prenderei sul serio il Vangelo che ci ricorda, senza complimenti, che ciascuno di noi non è che un ‘servo inutile’. Dobbiamo fare sino in fondo il nostro dovere, ma consapevoli che la Chiesa non è nostra, la Chiesa è di quel Cristo che vuole usarci come strumenti ma che ne resta pur sempre il signore e la guida. A noi sarà chiesto conto dell’impegno, non dei risultati».
Vittorio Messori, Corriere della Sera, lunedì 20 aprile, p. 1.
Messaggio Pasquale di
Papa Benedetto al mondo
Cari fratelli e sorelle di Roma
e del mondo intero
Formulo di cuore a voi tutti l’augurio pasquale con le parole di sant’Agostino: “Resurrectio Domini, spes nostra – la risurrezione del Signore è la nostra speranza” (Agostino, Sermo 261, 1). Con questa affermazione, il grande Vescovo spiegava ai suoi fedeli che Gesù è risorto perché noi, pur destinati alla morte, non disperassimo, pensando che con la morte la vita sia totalmente finita; Cristo è risorto per darci la speranza.
In effetti, una delle domande che più angustiano l’esistenza dell’uomo è proprio questa: che cosa c’è dopo la morte? A quest’enigma la solennità odierna ci permette di rispondere che la morte non ha l’ultima parola, perché a trionfare alla fine è la Vita. E questa nostra certezza non si fonda su semplici ragionamenti umani, bensì su uno storico dato di fede: Gesù Cristo, crocifisso e sepolto, è risorto con il suo corpo glorioso. Gesù è risorto perché anche noi, credendo in Lui, possiamo avere la vita eterna. Quest’annuncio sta nel cuore del messaggio evangelico. Lo dichiara con vigore san Paolo: “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede”. E aggiunge: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1 Cor 15,14.19). Dall’alba di Pasqua una nuova primavera di speranza investe il mondo; da quel giorno la nostra risurrezione è già cominciata, perché la Pasqua non segna semplicemente un momento della storia, ma l’avvio di una nuova condizione: Gesù è risorto non perché la sua memoria resti viva nel cuore dei suoi discepoli, bensì perché Egli stesso viva in noi e in Lui possiamo già gustare la gioia della vita eterna.
La risurrezione pertanto non è una teoria, ma una realtà storica rivelata dall’Uomo Gesù Cristo mediante la sua “pasqua”, il suo “passaggio”, che ha aperto una “nuova via” tra la terra e il Cielo (cfr Eb 10,20). Non è un mito né un sogno, non è una visione né un’utopia, non è una favola, ma un evento unico ed irripetibile: Gesù di Nazaret, figlio di Maria, che al tramonto del Venerdì è stato deposto dalla croce e sepolto, ha lasciato vittorioso la tomba. Infatti all’alba del primo giorno dopo il sabato, Pietro e Giovanni hanno trovato la tomba vuota. Maddalena e le altre donne hanno incontrato Gesù risorto; lo hanno riconosciuto anche i due discepoli di Emmaus allo spezzare il pane; il Risorto è apparso agli Apostoli la sera nel Cenacolo e quindi a molti altri discepoli in Galilea.
L’annuncio della risurrezione del Signore illumina le zone buie del mondo in cui viviamo. Mi riferisco particolarmente al materialismo e al nichilismo, a quella visione del mondo che non sa trascendere ciò che è sperimentalmente constatabile, e ripiega sconsolata in un sentimento del nulla che sarebbe il definitivo approdo dell’esistenza umana. È un fatto che se Cristo non fosse risorto, il “vuoto” sarebbe destinato ad avere il sopravvento.
Se togliamo Cristo e la sua risurrezione, non c’è scampo per l’uomo e ogni sua speranza rimane un’illusione. Ma proprio oggi prorompe con vigore l’annuncio della risurrezione del Signore, ed è risposta alla ricorrente domanda degli scettici, riportata anche dal libro di Qoèlet: “C’è forse qualcosa di cui si possa dire: / Ecco, questa è una novità?” (Qo 1,10). Sì, rispondiamo: nel mattino di Pasqua tutto si è rinnovato. “Mors et vita / duello conflixere mirando: dux vitae mortuus/ regnat vivus - Morte e vita si sono affrontate / in un prodigioso duello: / il Signore della vita era morto; / ma ora, vivo, trionfa. Questa è la novità! Una novità che cambia l’esistenza di chi l’accoglie, come avvenne nei santi. Così, ad esempio, è accaduto per s. Paolo.
Più volte, nel contesto dell’Anno Paolino, abbiamo avuto modo di meditare sull’esperienza del grande Apostolo. Saulo di Tarso, l’accanito persecutore dei cristiani, sulla via di Damasco incontrò Cristo risorto e fu da Lui “conquistato”. Il resto ci è noto. Avvenne in Paolo quel che più tardi egli scriverà ai cristiani di Corinto: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2 Cor 5,17). Guardiamo a questo grande evangelizzatore, che con l’entusiasmo audace della sua azione apostolica, ha recato il Vangelo a tante popolazioni del mondo di allora. Il suo insegnamento e il suo esempio ci stimolino a ricercare il Signore Gesù. Ci incoraggino a fidarci di Lui, perché ormai il senso del nulla, che tende ad intossicare l’umanità, è stato sopraffatto dalla luce e dalla speranza che promanano dalla risurrezione. Ormai sono vere e reali le parole del Salmo: “Nemmeno le tenebre per te sono tenebre / e la notte è luminosa come il giorno”. Non è più il nulla che avvolge ogni cosa, ma la presenza amorosa di Dio. Addirittura il regno stesso della morte è stato liberato, perché anche negli “inferi” è arrivato il Verbo della vita, sospinto dal soffio dello Spirito.
Se è vero che la morte non ha più potere sull’uomo e sul mondo, tuttavia rimangono ancora tanti, troppi segni del suo vecchio dominio. Se mediante la Pasqua, Cristo ha estirpato la radice del male, ha però bisogno di uomini e donne che in ogni tempo e luogo lo aiutino ad affermare la sua vittoria con le sue stesse armi: le armi della giustizia e della verità, della misericordia, del perdono e dell’amore.
E’ questo il messaggio che, in occasione del recente viaggio apostolico in Camerun e in Angola, ho inteso portare a tutto il Continente africano, che mi ha accolto con grande entusiasmo e disponibilità all’ascolto. L’Africa, infatti, soffre in modo smisurato per i crudeli e interminabili conflitti – spesso dimenticati – che lacerano e insanguinano diverse sue Nazioni e per il numero crescente di suoi figli e figlie che finiscono preda della fame, della povertà, della malattia. Il medesimo messaggio ripeterò con forza in Terrasanta, ove avrò la gioia di recarmi fra qualche settimana….
In un tempo di globale scarsità di cibo, di scompiglio finanziario, di povertà antiche e nuove, di cambiamenti climatici preoccupanti, di violenze e miseria che costringono molti a lasciare la propria terra in cerca di una meno incerta sopravvivenza, di terrorismo sempre minaccioso, di paure crescenti di fronte all’incertezza del domani, è urgente riscoprire prospettive capaci di ridare speranza. Nessuno si tiri indietro in questa pacifica battaglia iniziata dalla Pasqua di Cristo, il Quale – lo ripeto – cerca uomini e donne che lo aiutino ad affermare la sua vittoria con le sue stesse armi, quelle della giustizia e della verità, della misericordia, del perdono e dell’amore.
Resurrectio Domini, spes nostra!
La risurrezione di Cristo è la nostra speranza! Questo la Chiesa proclama oggi con gioia: annuncia la speranza, che Dio ha reso salda e invincibile risuscitando Gesù Cristo dai morti; comunica la speranza, che essa porta nel cuore e vuole condividere con tutti, in ogni luogo, specialmente là dove i cristiani soffrono persecuzione a causa della loro fede e del loro impegno per la giustizia e la pace; invoca la speranza capace di suscitare il coraggio del bene anche e soprattutto quando costa. Oggi la Chiesa canta “il giorno che ha fatto il Signore” ed invita alla gioia. Oggi la Chiesa prega, invoca Maria, Stella della Speranza, perché guidi l’umanità verso il porto sicuro della salvezza che è il cuore di Cristo, la Vittima pasquale, l’Agnello che “ha redento il mondo”, l’Innocente che “ha riconciliato noi peccatori col Padre”. A Lui, Re vittorioso, a Lui crocifisso e risorto, noi gridiamo con gioia il nostro Alleluia !
PASQUA
ALLA SCUOLA ELEMENTARE
Quest'anno abbiamo deciso di cercare
una poesia che spiegasse il perché della nostra gioia nel giorno di PASQUA.
Questa che abbiamo scelto ci ha toccato il cuore e la mente:e' un cantico di gioia a GESU' risorto e presente oggi tra noi.
L'AURORA
RISPLENDE DI LUCE
L'aurora risplende di luce,
il cielo si veste di canti,
la terra inneggia gioiosa
a Cristo risorto dai morti.
La Vita ha distrutto la morte,
l'Amore ha lavato il peccato;
e Cristo, splendore di gloria,
illumina il nostro mattino.
La notte e' ormai tutta trascorsa
nel nuovo fulgore del giorno;
con l'anima piena di gioia,
in Lui ci scopriamo fratelli.
Gesu' ritorni sul nostro cammino
e la Sua Parola ci infiammi:
di nuovo,nel Pane spezzato,
vedremo il Suo volto risorto.
QUESTA E' PER NOI
LA GIOIA DELLA PASQUA!
Gli Alunni classi V A-B
Scuola M.Chiereghin
Abbiamo ricevuto anche il periodico
della Scuola Media, Olivi News,
che riporta tante corrispondenze
dei ragazzi e l’augurio di
Papa Benedetto:
CI E’ STATA DONATA
UNA SPERANZA AFFIDABILE
La Via Crucis
va in scena stavolta nella nostra terra
Da un articolo di Davide Rondoni, Avvenire
La morte di Cristo fu reale, come lo è quella di uomini e donne d’Abruzzo. Come la loro fu insensata e brutale. La morte di Cristo e la morte degli uomini sono uguali. E il dolore per quella morte fu uguale al dolore per le morti che oggi ci stanno davanti agli occhi. Fu lo stesso serrare i pugni, e lo stesso buttarsi nell’abbraccio l’uno dell’altro. Come per metter quiete a qualcosa che fa rompere il petto. Il dolore di Lui che moriva fu dello stesso tipo del dolore di molti che non ce l’hanno fatta sotto le macerie. E anche la disperazione di Cristo fu la stessa di quella che hanno provato in tanti, in troppi in Abruzzo. La croce non fu una scena teatrale. Come non è teatro quello che vediamo in Abruzzo. Abbiamo la croce davanti, e la croce addosso a così tante famiglie. Ed è lo stesso peso, la stessa offesa e la stessa sofferenza, la stessa condanna, sulle spalle di Gesù e sulle spalle oggi di tanti.
La Via Crucis si svolge sotto i nostri occhi. Vediamo i volti di Cristo, i volti della Madre dolorosa, quelli degli amici sgomenti. E pure i volti, i tanti volti del Cireneo che aiuta a portare la croce. Con i segni del bene che non cessa di presentarsi. Della Resurrezione che non smette di annunciarsi. Si fa fatica a tenere gli occhi su questi segni. Sembrano piccoli, nella immensa via Crucis di queste ore italiane. Piccoli ma evidenti. Per vedere il volto di Cristo che soffre e per rivolgere gli occhi dove stava guardando Lui mentre era nel supplizio.
E occorrerà guardare bene, da soli e nella comunità, per vedere il sabato. E per attendere la Domenica. Occorrerà aiutarsi a guardare la Via Crucis tra noi. Cercando Gesù dov’è. Perché è dove si patisce la morte, questa morte sua, uguale di Figlio di uomo alla morte di tutti i figli di uomini, specie degli innocenti; sì, Lui è nella Via Crucis d’Abruzzo, dove si patisce forte, ma è lì tra le tende, le bare, le case non più case, le coperte e le sue chiese aperte come grida al cielo, per la certezza di conoscere la vita che non finisce mai.
LASCIATE al PAPA la LIBERTA’ di PARLARE
Lasciate al Papa la libertà di parlare, di dire la verità che altri, per interessi economici, politici, ideologici, non hanno il coraggio di dire. Lasciate al Papa la libertà di usare misericordia verso chi sbaglia, come nel caso dei vescovi ai quali è stato tolta la scomunica. Lasciategli la possibilità di dire che il problema dell’Aids non si risolve con i preservativi, ma con l’educazione sessuale e con la fedeltà al proprio coniuge, come documenta l’opera di medici e missionari in Uganda e in altri paesi del mondo. Per una volta, impariamo ad ascoltare interamente quello che dice il Papa e a provare a praticarlo nella vita. La realtà dirà chi ha ragione.
Madre Teresa di Calcutta
Amate Gesù!
Spesso nel corso della giornata
dite a voi stessi:
"Gesù è nel mio cuore.
Credo al tuo tenero amore per me,
e ti amo, Gesù".
Bisogna dirlo e ripeterlo
costantemente.
E vedrete quale forza,
quale gioia e quale pace avrete,
grazie a quell'amore
che nutrite per Gesù.
E potrete amare gli altri
come Gesù vi ama.
Cromazio di Aquileia
Il nostro Signore e Salvatore
ci ha mandato
la pioggia dal cielo:
la predicazione del Vangelo.
Con acque vive ha
ricreato i cuori
degli uomini rinsecchiti
come terra assetata.
Noi compiamo il rito,
Dio concede la grazia.
Noi eseguiamo: egli dispone.
La grazia viene da Lui.
Noi laviamo i piedi del corpo: Egli lava i passi dell’anima.
Noi immergiamo
il corpo nell’acqua,
Egli rimette i peccati.
Noi immergiamo, Egli santifica.
Noi sulla terra imponiamo
le mani. Egli dal cielo manda
lo Spirito Santo QUARESIMA
La Mostra su San Cromazio
Domenica scorsa l’abbiamo visitata con una cinquantina di parrocchiani, arrivati a Udine in corriera e con qualche macchina.
Abbiamo conosciuto un periodo di tempo ricco e complesso in cui la fede cristiana ha fatto fronte alle invasioni delle nuove popolazioni, alle riduzioni della fede (arianesimo), attraverso un’esperienza sacramentale vivissima, irrorata dalla parola di Dio
testimoniata da fervidi pastori e da martiri...
Ne fanno testo anche le due preziose citazioni riportate a lato, che abbiamo ricavato dalla Mostra stessa.
La mostra chiude i battenti oggi.
Un viaggio a Roma
viene proposto alle famiglie dei ragazzi che si preparano alla Prima Comunione, per i giorni 4-5-6 maggio. Tappa ad Assisi; a Roma visita a vari luoghi, tra cui le basiliche di S.Pietro e S.Paolo, e partecipazione alla Udienza del Papa al Mercoledì.
Pellegrinaggio a Lourdes
Apriamo le iscrizioni al pellegrinaggio a Lourdes che non è stato possibile fare l’anno scorso.
Prevediamo di andare in aereo nei giorni 4.5.6 settembre, venerdì, sabato, domenica.
Film: L’ultima estate, ricordi di un’amicizia.
Il film racconta la storia di due ragazzini
che sognano di cambiare il mondo.
Viene presentato Lunedì ore 17,
proposto
Il Papa per la Quaresima:
Preghiera e digiuno
elemosina e parola di Dio
Come portare a compimento la vocazione battesimale, come essere vittoriosi nella lotta tra la carne e lo spirito, tra il bene e il male, lotta che segna la nostra esistenza?
Il brano evangelico del Mercoledì delle Ceneri ci indica tre utili mezzi:
la preghiera, l’elemosina e il digiuno.
Nell’esperienza e negli scritti di San Paolo troviamo anche al riguardo utili riferimenti. Circa la preghiera, egli esorta a “perseverare” e a “vegliare in essa, rendendo grazie”
(Rm 12,12; Col 4,2), a “pregare ininterrottamente” (1 Ts 5,17). Gesù è nel fondo del nostro cuore. La relazione con Lui è presente e rimane presente anche se parliamo, agiamo secondo i nostri doveri professionali. Per questo nella preghiera c’è la presenza interiore nel nostro cuore della relazione con Dio, che diventa volta a volta anche preghiera esplicita.
Per quanto concerne l’elemosina, sono certamente importanti le pagine dedicate alla grande colletta in favore dei fratelli poveri (cfr 2 Cor 8-9), ma va sottolineato che per San Paolo è la carità il vertice della vita del credente, il “vincolo della perfezione”: “sopra tutte queste cose - scrive ai Colossesi - rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto” (Col 3,14).
Del digiuno San Paolo non parla espressamente, esorta però spesso alla sobrietà, come caratteristica di chi è chiamato a vivere in vigilante attesa del Signore (cfr 1 Ts 5,6-8; Tt 2,12). “Ogni atleta - scrive ai Corinzi - è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre” (1 Cor 9,25). Il cristiano deve essere disciplinato per trovare la strada ed arrivare realmente al Signore.
Per vivere questa “nuova” esistenza in Dio è indispensabile nutrirsi della Parola di Dio. Solo così possiamo realmente essere congiunti con Dio, vivere alla sua presenza, se siamo in dialogo con Lui. Gesù lo dice chiaramente quando risponde alla prima delle tre tentazioni nel deserto, citando il Deuteronomio: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; cfr Dt 8,3). San Paolo raccomanda: “La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati” (Col 3,16). Anche in questo, l’Apostolo è innanzitutto testimone: le sue Lettere sono la prova eloquente del fatto che egli viveva in permanente dialogo con la Parola di Dio: pensiero, azione, preghiera, teologia, predicazione, esortazione, tutto in lui era frutto della Parola, ricevuta fin dalla giovinezza nella fede ebraica, pienamente svelata ai suoi occhi dall’incontro con Cristo morto e risorto, predicata per il resto della vita durante la sua “corsa” missionaria. A lui fu rivelato che Dio ha pronunciato in Gesù Cristo la Parola definitiva, sé stesso, Parola di salvezza che coincide con il mistero pasquale, il dono di sé nella Croce che diventa poi risurrezione, perché l’amore è più forte della morte. San Paolo poteva così concludere: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). In Paolo la Parola si è fatta vita, ed unico suo vanto è Cristo crocifisso e risorto.
Dall’omelia di Papa Benedetto
il Mercoledì delle Ceneri
Preghiamo per Eluana
I Vescovi italiani invocano amore e assistenza e non sospensione dell’alimentazione e idratazione per Eluana Englaro.
Denunciano inoltre la falsa pietà che invece di alimentare e idratare Eluana, utilizza i farmaci per farle accettare le sofferenze e la morte.
In una conferenza stampa monsignor Mariano Crociata, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha sostenuto che “il discorso più eloquente è stato e rimane, da parte della Chiesa, il servizio silenzioso delle suore che fino a ieri hanno accudito Eluana. Ma non si può fare a meno di far notare una contraddizione enorme e inconcepibile. Da un lato si toglie cibo e acqua, dall’altro lato si ricorre a sedativi e medicine per far sopportare l’effetto immediato di essere privata del sostegno vitale di cibo e acqua”.
Dal punto di vista umano, monsignor Crociata ha tenuto a “ribadire l’assoluta vicinanza e comprensione per la famiglia e la ragazza. Una compassione rispettosa, perché sono convinto che quando ci avviciniamo al mistero del dolore e della morte bisogna tacere, e per chi crede, pregare”.
Egli ha raccontato di una coincidenza che lo ha impressionato. Nel celebrare la messa quotidiana ha riflettuto sul brano di Marco (5,21-43) in cui si racconta della resurrezione della figlia di Giairo. Il brano di Marco racconta la storia di una bambina di dodici anni di cui si stava celebrando il funerale e l’intervento di Gesù che invece la invita ad alzarsi.
“Quello che più mi ha colpito – ha narrato il vescovo – è una annotazione umanissima di Gesù che dice ‘datele da mangiare’, un coincidenza che impressiona!”.
Monsignor Crociata ha sottolineato che “c’è il rischio di equivocare l’atteggiamento della pietà”. “Alcuni – ha aggiunto – vorrebbero far passare questo togliere il sondino come un atto di pietà, ma non può essere un atto di pietà quello che provoca sofferenze, che comporta la privazione del cibo e dell’acqua”
“La vera pietà è quella testimoniata dalle suore di Lecco che hanno accudito Eluana” perché la vera pietà è “accompagnare la sofferenza” è “la capacità di integrare la sofferenza e la morte nella nostra vita e quindi anche nella nostra cultura”.
Il Segretario della CEI ha quindi raccontato di una persona che gli ha fatto notare come “probabilmente il tema della fine della vita è un problema di quelli che stanno bene, perché tutti quelli che stanno male chiedono aiuto e sostegno: chiedono di essere accompagnati”. “Il problema dunque diventa quello della nostra capacità sociale, amministrativa ed economica di rendere possibile alle famiglie e alle strutture sanitarie di accompagnare chi è nella sofferenza, ad arrivare al termine naturale senza accanimento terapeutico e senza abbandono terapeutico”.
La civiltà di una comunità si vede dalla sua capacità di salvaguardare, di accompagnare, di proteggere, di aver cura delle persone più deboli, di quelle che non hanno le forze e l’energia per andare avanti da sole, all’inizio, alla fine e durante la vita”.
Messa per LUCA ZENNARO
Chiesa di San Giacomo, Chioggia 14.1.2009
Chi sei tu, Cristo, che lasci morire un tuo amico, Lazzaro o Luca, e non hai fatto subito il miracolo della sua guarigione, senza che intervenisse la morte ? Chi sei tu, o Cristo, che arrivi a scoppiare in pianto davanti alla tomba dell’amico Lazzaro insieme con le sorelle Marta e Maria gli amici venuti da Gerusalemme, davanti all’amico Luca, insieme con la moglie Betty e i figli Michele, Rosanna, Margherita, insieme con i fratelli Luigi, Franca, Lea ? Chi sei tu, o Cristo, che hai tu stesso subìto nella tua carne il contraccolpo della sofferenza e della morte ? Chi sei tu che piangi con noi, che muori con Luca, che muori con noi? Che razza di Dio sei, che hai fatto tua la nostra vicenda umana, la nostra sofferenza, la nostra morte ? Chi sei tu Cristo, che sei stato messo alla prova come noi e hai sofferto personalmente con noi la vita, la sofferenza, la morte? Chi sei veramente Cristo, che noi pretendiamo di conoscere in fretta e facilmente, e in fretta e facilmente pretendiamo di accettare o di rifiutare…
Chi sei tu o Cristo, che susciti attorno all’amico Lazzaro, all’amico Luca una così vasta corrente di amicizia, un così intenso calore umano, una così densa partecipazione? Non solo ora, ma in questi anni, in questi mesi, attorno a Lazzaro, attorno a Luca, il moltiplicarsi del pane buono delle presenze, delle amicizie, l’intensificarsi dell’attenzione, della fiducia, della serenità, della pace. Fin dall'inizio della sua degenza in ospedale qualcuno ha notato la 'stranezza' della camera numero 1 del quarto piano, fino alla stranezza dell’infermiera 20 giorni fa non sapeva chi era Luca e l’altro giorno è andata all’ospedale fuori orario di lavoro perché preferiva essere lei a mettere Luca nel letto dell'obitorio, così poteva salutarlo l'ultima volta.... E il giro si è allargato fino agli amici degli amici, fino ai colleghi di lavoro degli amici, ai quali è stato facile chiedere di pregare per lui, anche se nessuno di essi conosceva Luca, e una, estranea, ha detto a un amico di Luca: “Voglio soffrire con te e con tutti voi”. Chi sei tu o Cristo, così capace di unire, di sostenere, di consolare, di creare amicizia e unità? Quale storia è nata da te, Gesù, fin dai tempi passati, dalle strade di Palestina fino alle nostre strade, fino al nostro Corso del Popolo, alla nostra chiesa di San Giacomo, e prima ancora alla Chiesa di S.Andrea, dove Luca piccolino tra i fratelli più grandi e con la sorella più piccola, insieme con Papà Gaspare e Mamma Graziella ti ha conosciuto e amato in modo nuovo, stringendosi in un’amicizia che nel carisma di don Giussani si allargava ad abbracciare il mondo. Chi sei tu o Cristo che hai generato e generi ancora oggi questo tipo, questo livello di familiarità tra le persone, questo senso così nuovo, così bello della vita ? Chi sei tu che dalla malattia, dalla morte tua, dalla morte di Lazzaro, dalla morte di Luca, hai saputo e sai trarre il miracolo della vita, il miracolo del cambiamento ?
Chi sei tu o Cristo che non ti blocchi di fronte alla morte ? Chi sei tu, capace di gridare: “Lazzaro, vieni fuori”, capace di riempire il cuore di speranza nella morte di Luca? Andando a trovare Luca nella cella mortuaria, una nipote diceva: “Sono stata a trovare Luca, ma Luca non era mica lì. Luca è in Paradiso”. Chi sei tu, o Cristo, che spalanchi i confini della vita , che spezzi la cortina della morte, per cui, come diceva il nostro grande maestro don Giussani: “Solo vita è vita e basta, vita e morte è vita eterna”. Dice Gesù a Marta, sorella dell’amico Lazzaro, “Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore vivrà. Credi tu questo?”
“Noi crediamo, Signore Gesù, che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. Questa nostra certezza sul futuro nasce dalla fede, nasce dall’avere riconosciuto una presenza certa, una presenza che ha invaso la nostra vita. Quello che tu o Cristo hai già fatto nella nostra vita, quello che è appena iniziato come albore nella nostra vita, e che la nostra amicizia, la consolazione dei fatti vissuti comunica, tutto questo ‘passato’, tutto questo ‘presente’ già vissuto, già sperimentato, ci dà speranza certa che il passato e il presente si compiono finalmente. Rinasce in un altro modo e in un altro mondo che noi non vediamo, è la fioritura totale della gemma che ci hai già dato la grazia di contemplare, della vita che ci hai già dato la grazia di vivere, della consolazione e dell’amicizia che ci hai già dato di sperimentare.
Chi sei tu, o Cristo, così capace di portare a compimento il desiderio dell’uomo e la nostra attesa di vita?
Chi sei tu, così amico di Lazzaro, così amico di Luca, così amico nostro, così amico di ogni uomo che viene nel mondo, da non tradire la nostra attesa umana ?
Ti intravvediamo negli occhi chiusi di Luca, chiusi negli ultimi giorni della malattia, chiusi sul letto di morte, aperti e lucenti negli occhi dei familiari e degli amici che piangono, certi, Signore Gesù, che tu lo ami, che tu ci ami, perché tu, Signore Gesù, tu sei uomo come noi, tu sei Dio davanti, più avanti di noi.
In occasione dell’INCONTRO MONDIALE delle FAMIGLIE in corso in Messico, presentiamo questa testimonianza di un Missionario della Fraternità San Carlo che scrive dal Messico.
Tlalpan, ottobre 2008
Carissimi,
Gesù viene, bussa alla mia porta e, io - tecnicamente - rispondo, affronto, risolvo, ma temo di non andare molto più in là. Domenica 12 ottobre, mi è stata portata una bambina di sei anni, Marta, che voleva parlare con un prete perché i suoi genitori si stavano separando. Entrati in ufficio parrocchiale, lei è andata subito a sedersi sulla poltrona del parroco dietro la scrivania, non mi è restato che mettermi dall’altra parte: in fondo era giusto così! La piccola saliva in cattedra per darmi una lezione sul dolore innocente. Per avere solo sei anni aveva già il suo bel fardello da portare: sapeva le verità e le giustificazioni di ciascuno dei suoi genitori che, naturalmente, le avevano raccontato tutto.
Un tempo si censurava troppo, si taceva troppo, rischiando così di cadere nell’ipocrisia; ma oggi, con questa smania di dire tutto e di fare tutto alla luce del sole, siamo poi certi di agire bene? Non stiamo obbligando i più deboli a portare pesi che le loro spalle non possono reggere?
San Benedetto diceva che è bene tacere anche delle cose belle, figuriamoci delle brutte! Marta mi ha chiaramente detto che non sapeva a chi credere, se a suo padre o a sua madre. Avevo le lacrime agli occhi, mi sentivo totalmente incapace e inadeguato: l’ho portata davanti al tabernacolo. Assieme abbiamo recitato un Pater noster e poi, con parole sue, ha chiesto che suo papà ritorni; poi abbiamo detto un’Ave Maria a cui Marta ha aggiunto la sua personale richiesta.
Un saluto a tutti, padre Gianni
In margine alla cronaca di questi giorni
La pubblicità del Nulla
“Sono a Barcellona - mi scrive un amico - Qui nei bus pubblici è affissa una pubblicità che dice: ‘Dio non esiste, smetti di preoccuparti e goditi la vita’”. Il mio amico ha preso l’aereo per Barcellona subito dopo aver partecipato al funerale di un carissimo amico comune. Abbiamo vissuto insieme una circostanza grandiosa e drammatica che ci ha fatto toccare con mano la Presenza divina che accompagna la vita nella malattia, nel dolore, nella morte, aprendo rapporti e generosità impensabili. A familiari e amici sono state donate una pace e perfino una gioia che non sono seminate in nessun campo del mondo. E questa stolta pubblicità, che è stata imbarcata anche dalle fiancate dei bus di alcune città italiane, pretende di venderci un prodotto del Nulla che cava gli occhi e svuota il cuore. Non sa che noi abbiamo già visto che Dio è qui, nei miracoli che ci accadono intorno. L’abbiamo sperimentato perfino nella morte di un amico.
La corrispondenza con padre Aldo del Paraguay ci ha messo in contatto anche con una catechista della sua parrocchia, che scrive così:
LA GRAZIA DI FARE LA CATECHISTA
Signore, il mare è tanto grande e la mia barca è piccolissima, ma se Tu la solleverai io non avrò paura. Quando Padre Alberto 18 anni fa, visitando casa per casa, mi invitò a far parte della catechesi della parrocchia, non potevo immaginare che questa proposta sarebbe diventata una delle cose più belle della mia vita, perché per me la catechesi non è mai stata un servizio, ma una grande necessità che riusciva a riempire i vuoti della mia anima.
I miei figli scherzano sempre dicendo che io mi presento così: “Sono Fatima, ho sei figli e sono catechista”. È che sono sempre stata orgogliosa di esserlo. Non so cosa sarebbe stato della mia vita senza la catechesi. Per questo da quando 15 giorni fa mi hanno diagnosticato un cancro allo stomaco, non ho potuto smettere di pensare a tutti questi anni condivisi con i sacerdoti e i catechisti, la cui compagnia mi ha insegnato a pensare in maniera differente davanti ai momenti difficili.
Credo che quando Dio permette che affrontiamo delle prove, proprio in mezzo a queste possiamo trovare la pace. Dobbiamo consegnarci alle sue mani perché ‘il vaso si perfezioni nelle mani del vasaio’. Nel mio caso personale, lo prendo come un momento di ‘potatura’, come quella che si fa sulla pianta della vite, perché possa dare frutti migliori e più abbondanti. Mi sento amata e benedetta da Dio, poiché in queste circostanze riconosciamo con maggiore profondità la nostra umanità e questo ci rende più umili e più disposti a riconoscere la Sua grandezza. Non conosco quello che Dio ha preparato per me, però accetto la Sua Volontà come in quella canzone che cantavamo durante il catechismo e che ha sempre avuto un significato speciale per me: Più in là delle mie paure, più in là delle mie insicurezze, voglio darti la mia risposta, sono qui per fare la Tua Volontà, perché il mio amore sia dire di sì fino alla fine. Grazie Padre Aldo per avermi accompagnato durante tutto questo tempo, per avermi insegnato tante cose e per avermi preparato a un momento come questo.
Fatima Asuncion, Paraguay
Il Papa agli ambasciatori: rilanciare il dialogo in Medio Oriente
La mattina dell’8 gennaio in Vaticano, Benedetto XVI ha ricevuto il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per il tradizionale scambio di auguri. Nel suo discorso il Papa ha volto lo sguardo alla situazione del Pianeta e soprattutto alle aree di conflitto. Parlando della Terra Santa ha detto tra l'altro: «In questi giorni assistiamo ad una recrudescenza di violenza che provoca danni e immense sofferenze alle popolazioni civili. Una volta di più, vorrei ripetere che l'opzione militare non è una soluzione e che la violenza, da qualunque parte essa provenga e qualsiasi forma assuma, va condannata fermamente».
Suggeriamo di leggere anche il bellissimo discorso che Papa Benedetto ha fatto nel giorno dell’Epifania. Si può trovare in www.vatican.va
In visita alle reliquie dei Beati coniugi Martin, genitori di Santa Teresa di Lisieux:
Giovedi pomeriggio a Ferrara. Iscrizioni in parrocchia.
MESE DI GENNAIO 2009
Liturgia quotidiana
Riflessioni proposte da don Angelo Busetto
Nota Bene
Le riflessioni vengono proposte per ciascun giorno in quattro brevi sezioni: lettura, meditazione, preghiera, agier.
Sono pubblicate nel fascicolo mensile di gennaio ’09
Messa-Meditazione, ed Art, Casella Postale 386, Uff PT Roma-Bravetta Via Arcelli snc 00164 Roma
1 Gennaio 2009
Il nuovo anno inizia nel segno di Maria, Madre di Dio: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge”. La presenza della Madre del Signore alla soglia del nuovo anno indica che il tempo è un dono e non un’opera nostra; un dono abitato dalla presenza del Figlio di Dio che, attraverso Maria sua Madre, è venuto ad abitare il tempo e ci precede e accoglie, affinché la nostra libertà lo riconosca e l’abbracci, o piuttosto se ne lasci abbracciare.
La benedizione di Dio a Mosè e per suo mezzo ad Aronne e ai suoi sacerdoti e quindi all’intero Israele, oggi si estende a ciascuno di noi, al popolo cristiano e al mondo intero. ‘Il Signore rivolga su di te il suo volto’. Il Signore Dio non solo ha rivolto su di noi la sua faccia, ma ha mandato ad abitare tra noi il suo Figlio, riempiendo della sua presenza il tempo della storia e il cuore della nostra vita. Uomini come siamo, ci troviamo a vivere l’identità filiale comunicataci dal Figlio di Dio divenuto uomo, nello Spirito che ci fa gridare: Abbà, Padre.
Questa non è un’invenzione mitica, come le saghe tramandate nei libri religiosi o i drammi raccontati nelle tragedie dell’antica Grecia con gli improvvidi interventi degli dèi. E’ invece una storia umana che ha i connotati di una narrazione vissuta: la storia di un bambino e di sua Madre e di colui che gli ha fatto umanamente da padre. Un bambino viene al mondo in un luogo di rifugio per gli animali ed è adagiato in una mangiatoia; viene visitato dai pastori del luogo, ai quali gli Angeli hanno portato il lieto annuncio. Il Bambino è Gesù, Dio che salva. Generandolo alla vita umana, sua Madre ha messo al mondo non semplicemente un uomo, ma il Figlio di Dio diventato uomo. Oggi riconosciamo Maria non soltanto come Madre di Gesù, ma come Madre di Gesù che è Figlio di Dio, Dio egli stesso insieme con il Padre e lo Spirito Santo. Più semplicemente e direttamente, come hanno cominciato a proclamare i cristiani a partire dal Concilio di Efeso nell’anno 431 e ancor prima nella preghiera del Sub tuum praesidium, noi riconosciamo e veneriamo Maria come Madre di Dio, in greco Theotòcos.
Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genitrix… Sotto il tuo aiuto noi ci rifugiamo, santa Madre di Dio; non respingere le nostre invocazioni nelle necessità; ma liberaci sempre da tutti i pericoli, Vergine gloriosa e benedetta.
L’augurio di buon anno che ci scambiamo oggi con parenti, amici e conoscenti venga confermato da un atto di fede con il quale affidiamo le persone alla paternità di Dio e alla protezione materna della Vergine Maria. 2145
2 Gennaio 2008
Nei primi giorni del nuovo anno ci accompagnano l’apostolo Giovanni con la sua prima lettera e la figura del Battista. In modo diverso ci conducono a riconoscere la vera identità di Gesù, come Messia-Cristo e come Figlio di Dio. La prima lettera di Giovanni si caratterizza per una affermazione decisa: l’uomo Gesù, che abbiamo visto e udito e toccato con le nostre mani, è il vero Figlio del Padre. Occorre riconoscerlo e accoglierlo per non cadere nella menzogna che rinnega i fatti accaduti.
I due santi che si festeggiano oggi, Basilio e Gregorio, furono due grandi amici e contribuirono ad affermare e specificare la dottrina trinitaria e in particolare la divinità di Cristo e dello Spirito Santo. Nel contesto natalizio la loro dottrina acquista particolare risalto. La liturgia di questi giorni è una continua e variegata affermazione dell’identità divina di Cristo. Dire che Gesù è il Cristo, significa che le promesse di Dio si sono avverate in Lui. Dire che Gesù è il Figlio significa riconoscere la sua venuta dal Padre e quindi la sua identità divina. Per i discepoli, e in particolare per l’apostolo Giovanni, si è trattato di un’esperienza reale. La loro lunga convivenza con Gesù è diventata familiarità e profonda amicizia; un’attenzione vigile alle sue parole, una partecipazione viva ai suoi gesti, hanno condotto a riconoscere in Gesù la manifestazione storica del Figlio eterno di Dio mandato dal Padre. Come dice il Battista nel Vangelo: ‘In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete’: uno che è di più di quello che i vostri occhi vedono e le vostre mani toccano. E’ infatti il Verbo della vita. Riconoscere Dio in un uomo: questo è il cristianesimo. Questa novità supera la promessa dell’Antico Testamento; Gesù è più che un profeta, è più che il Battista, supera tutte le attese e le costruzioni delle varie religioni. Dio non rimane il Supremo irraggiungibile come per l’islam; né si disperde in varie forme nell’universo o nell’anima umana, come affermano tante espressioni religiose orientali riprese da moderne filosofie. Dio è un uomo. Questo ‘scandalo’ della fede ha attraversato la storia cristiana fin dall’inizio. Gli gnostici del primo secolo e i sapienti dei nostri giorni continuano a ridurre la figura di Gesù dentro un perimetro umano, sia pure straordinario e grandioso. Ma è una gabbia che imprigiona Dio e non lascia sbocco alla salvezza dell’uomo, chiuso nella sua solitudine.
Rinnovo la professione di fede del Credo: Credo in Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre.
Oggi voglio compiere un atto di fede e di adorazione con una visita in Chiesa oppure in una nuova consapevolezza con la quale pronuncio le preghiere del mattino e della sera.
3 gennaio 2009
La lettera di San Giovanni svela che quello cristiano è un cammino filiale. Dio Padre, dopo aver mandato il suo Figlio Gesù, chiama anche noi ad essere suoi figli, introducendoci in una somiglianza progressiva che attraverso la nostra purificazione arriverà a compimento quando egli si manifesterà pienamente. Nel Vangelo il Battista indica in Gesù l’Agnello che si carica dei peccati del mondo, il Figlio di Dio e l’uomo pieno di Spirito Santo, mandato a battezzare nello stesso Spirito.
‘In mezzo a voi sta uno che non conoscete’, aveva detto il Battista. Come si potrà dunque conoscerlo? L’arrivo di Gesù al fiume Giordano è un punto drammatico della storia, è il primo momento in cui Gesù viene svelato agli uomini. Per trent’anni la sua presenza era rimasta nascosta, confondendosi in mezzo agli uomini; dopo gli umili splendori della nascita, nessuno aveva potuto riconoscere la vera identità dell’uomo Gesù. Sua Madre Maria custodiva nel cuore il segreto dell’annuncio dell’Angelo Gabriele, e ne attendeva con fiducia lo svelarsi. Questo è il momento. Gesù non si manifesta per sua iniziativa. Egli è mandato, ed è l’azione del Padre a manifestarlo agli uomini. Completando l’annuncio dei profeti, il Battista lo riconosce e lo mostra come Colui che si carica addosso il peso dei peccati dell’umanità. Ma nemmeno il Battista lo riconosce di propria iniziativa. Egli dice: “Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui”. In un modo impressionante, tutto il contesto dell’avvenimento che si svolge sulle rive del fiume Giordano rivela la Trinità in azione, il Padre il Figlio e lo Spirito Santo. Il mondo viene nuovamente riempito dalla presenza di Dio; è in atto una nuova creazione, che si esprime come perdono per i peccati e missione dello Spirito. Il mondo nuovo non nasce come prodotto della capacità umana, ma per il rinnovato intervento di Dio che lo viene a redimere e salvare nel suo Figlio fatto uomo. Il primo atto avviene nel fiume Giordano le cui acque, dicono i Padri della Chiesa, continuano a scorrere nel sacramento del Battesimo.
La manifestazione del Signore nella nostra vita è una grazia da chiedere allo Spirito Santo: Vieni Spirito Creatore, e rinnova la faccia della terra, la mia faccia e il mio cuore. Invoco il nome di Gesù, di cui oggi ricorre la festa: Jesus hominum salvator, come suggeriva San Bernardino da Siena.
Anche nelle pieghe della giornata il Signore è presente e attende di manifestarsi. Vivo le circostanze come luogo in cui il Signore attende di essere riconosciuto e annunciato.
4 gennaio 2009
Domenica II dopo il Natale
Ci innalziamo a volo d’aquila fino alle profondità del mistero sulle ali dell’evangelista Giovanni, di San Paolo e della Sapienza. Quello che abbiamo visto e udito a Natale, è il Verbo della vita. Per riconoscerlo, la liturgia di questa domenica presenta alla nostra meditazione e alla nostra preghiera tre brani intensissimi, che gettano lo scandaglio nell’abisso del mistero di Dio.
Il primo brano è come una testata di ponte lanciato dall’Antico Testamento verso il Nuovo, in vista della piena rivelazione di Dio. La sapienza eterna uscita dalla bocca di Dio ha preso dimora in Israele. Il Vangelo di Giovanni la chiama con un nome preciso: è il Logos, il Verbo che viene dal Padre; e ne esprime la chiara identità: è il Figlio unigenito del Padre. Siamo introdotti nel dinamismo della vita divina che dal Padre si comunica al Figlio in un dialogo eterno. Noi arriviamo a conoscere questo mistero non perché ci viene spiegato dalla sapienza filosofica, ma perché il mistero stesso si è rivolto in faccia al mondo. La Sapienza uscita dalla bocca di Dio, cioè il Figlio generato dal Padre, viene a porre la sua tenda tra gli uomini e abita tra noi. Questa è la benedizione per la nostra vita e per l’intera storia, come canta Paolo nell’inno agli Efesini. Non viviamo dentro un destino cieco e senza senso, che rovina nell’insignificanza del nulla. Siamo amati e voluti nel Figlio eterno e veniamo consegnati a una storia di grazia, a un progetto di misericordia e di benevolenza, alla speranza di un tesoro di grazia. Siamo benedetti, dall’eternità fino allo scorrere del giorno presente. Non siamo orfani che cercano inutilmente di ritrovare la propria origine e annaspano nel vuoto alla ricerca di un impossibile abbraccio dei genitori. Tutta la storia che ci precede, fin da prima della creazione del mondo, è una corrente di amore. Il raggio di luce che parte dal gran sole di Dio raggiunge ogni nostra giornata, tocca tutte le occasioni della vita e ci dona la certezza di essere amati e la speranza di un destino buono per noi e per il mondo. Cambia il nostro sguardo sulla vita, si ravvivano l’amore e la dedizione al tempo che ci viene donato.
Ti ringrazio o Signore di avermi creato, fatto cristiano, conservato in questa notte. Ti ringrazio per il tuo sguardo d’amore che mi precede e mi accompagna in ogni momento e in ogni azione.
Nelle circostanze che accadono, voglio vivere l’istante come il momento in cui Dio mi raggiunge e mi ama, mi benedice e mi conduce. Posso aiutarmi in questa consapevolezza, richiamandomi in una breve preghiera prima delle azioni della giornata.
5 gennaio 2009
E’ accaduto qualcosa di molto importante nel brano di vangelo che precede quello odierno. Due discepoli del Battista, Giovanni e Andrea, hanno seguito Gesù e sono rimasti con lui per un giorno intero; uno dei due, Andrea, vede il fratello Simone e gli comunica il fatto. Il Vangelo di oggi racconta il seguito. Gesù incontra Filippo, che è dello stesso paese di Andrea e Pietro, e lo chiama a seguirlo. Filippo a sua volta racconta tutto a Natanaele. Un sequenza impressionante, un passa-parola decisivo; una catena che si allunga fino ai nostri giorni.
Gesù con la sua chiamata apre a un nuovo rapporto con il prossimo. Si incontra l’altro per comunicargli la grazia che abbiamo ricevuto. E’ l’inizio di una nuova carità che si esprime come comunicazione di quando di bello è accaduto nella nostra vita, in particolare alle persone alle quali vogliamo bene. E’ la vicenda dei primi discepoli, ma è la vicenda di ogni persona che ama. Non accade così nei riguardi del marito, della moglie, di figli, di un amico ? “Se tu ci fossi stato!” gli diciamo, e subito raccontiamo quello che ci è capitato. L’amore non tende solo alla comunicazione di se stessi, ma assai di più alla comunicazione di ciò che riempie la nostra vita. Questo è il principio della missione: il desiderio di comunicare Gesù, fondamento della nostra vita e sorgente della nostra gioia. Allora si scopre insieme che Cristo ci ha amati per primo e ci ha fatti incontrare. “Egli ha dato la sua vita per noi e quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. Nasce la vera amicizia, nasce la Chiesa; si diffonde nel mondo un nuovo stile di carità: ci amiamo gli uni gli altri perché c’è Cristo tra noi. Egli è la ‘terza persona’, nella quale il rapporto con la ‘seconda persona’ che ci sta davanti viene garantito e purificato. Questa trama di amore che tende a comunicare Cristo e tutti i beni che da lui derivano, è stata travolgente agli inizi del cristianesimo, nella vita degli apostoli e poi di San Paolo. Nella storia della Chiesa tante altre volte la missione cristiana è proseguita con questa modalità integrale: portare Cristo, inizio della vera carità che aiuta a vivere; la missione ha innalzato chiese e costruito ospedali, ha annunciato il vangelo e ha scavato pozzi.
Signore Gesù, tu sei il vero bene. Ti domando che attraverso di me, la mia parola e la mia opera, e attraverso la parola e l’opera di tanti cristiani, tu possa essere riconosciuto e sperimentato come salvatore.
Il mio modo di amare le persone è sempre condizionato dalla pretesa di fissare una misura di tempo, di modi, di soldi, di coinvolgimento. In una situazione che mi potrà accadere oggi, provo ad amare senza condizioni e senza limiti, rendendomi totalmente disponibile a chi mi interpella.
Martedì 6 Gennaio 2009
EPIFANIA DEL SIGNORE
La grandiosità della festa dell’Epifania celebrata dalla liturgia si pone in vivace contrasto con le favole che si raccontano ai bambini in questo giorno, anche se la faccenda dei doni lega in qualche modo gli aspetti contrastanti della giornata. Al centro sono comunque i bambini, i bambini del mondo convocati a una missione universale di salvezza. Al centro è un Bambino, il Bambino Gesù salvatore di tutti i bambini e di tutti gli uomini.
Epifania: si potrebbe dire ‘supermanifestazione’. Quel riconoscimento che a Natale era circoscritto alla stretta cerchia dei pastori e degli amici e parenti – anche se era risuonato fino al cielo – ora si allarga al mondo intero. Nelle figure dei magi che vengono dall’Oriente non solo vengono rappresentati tutti i popoli della terra per i quali questo Bambino è il salvatore, ma è raffigurato ciascun uomo con la sua domanda di senso, il suo desiderio, l’appassionata ricerca e la mossa che lo conduce a percorrere i sentieri del cuore e quelli di tutte le coordinate geografiche. Qui viene manifestato anche l’esito della ricerca. “Quello che il tuo cuore desidera, esiste; quello che il tuo cuore ricerca è già qui”. Questa frase, che ci è dato di vedere stampata nelle magliette di alcuni giovani, indica la verità della ricerca umana e della risposta che ci è venuta incontro. Tutte le strade percorse dall’uomo, le indagini filosofiche, gli sguardi lanciati verso il cielo infinito, i perché del bambino e le domande dell’uomo maturo trovano qui la loro risposta.
Il termine dell’indagine non è una spiegazione teorica, ma un incontro personale: i magi sono stati condotti dalla stella a trovare e riconoscere il Bambino. E’ piena di mistero la loro adorazione di fronte a questo Bambino; è piena di meraviglia la loro gioia. Qui si ferma la stella che brilla nel cielo della vita, qui giunge il punto focale di ogni percorso, il nucleo originario dell’universo. Davanti al Bambino vengono deposti l’oro della regalità, l’incenso della divinità, la mirra dell’immortalità. Solo chi si fida di una risposta che venga dall’alto, può chinarsi di fronte a questo Bambino e attenderne lo svelamento che accadrà nel tempo della sua vita. I Magi rappresentano l’umanità che, in risposta al proprio desiderio e come compimento del proprio cammino, non trova il vuoto del nulla, ma l’abbraccio del Dio fatto uomo.
Oggi la mia preghiera si allarga a domandare la salvezza per ogni uomo e ogni bambino.
Farò un gesto di preghiera e di offerta per le missioni, in particolare per i bambini del mondo, secondo il suggerimento della Giornata Mondiale per l’Infanzia.
7 gennaio 2009
La liturgia dei giorni di questa settimana ci mostra il sorgere della luce che è Gesù e l’inizio della sua missione. A partire dalla terra di Galilea, gli uomini cominciano a riconoscerne l’albore. Il Signore si manifesta al mondo con la sua parola e la sua azione risanatrice.
Particolarmente espressivo è il brano del Vangelo di Matteo, che rappresenta Cristo come nuova alba del sole che sorge a illuminare la notte del mondo. “Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce”. E’ l’esperienza di ogni uomo che incontra il Signore Gesù: un passaggio verso la luce, che rischiara il volto della vita e quello delle persone. L’aprirsi di ogni giornata davanti al Signore che viene a incontrarci è pieno di speranza, come cantano gli inni delle lodi, proclamati negli antichi monasteri e nelle nostre parrocchie. La luce di Cristo non è solo illuminazione interiore e chiarezza per camminare nelle strade della vita, ma diventa esperienza di salvezza attraverso i gesti della carità: Gesù che entra in scena a Cafarnao, già da subito guarisce e consola. Egli continua a percorrere le vie della storia attraverso i credenti in lui: “Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome di suo Figlio Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri”. Riconoscere Gesù venuto nella carne permette di riconoscerlo nei fratelli. San Giovanni, nella sua prima lettera che viene letta continuativamente in questi giorni, lega in modo indissolubile il riconoscimento del Figlio di Dio nella carne di Gesù di Nazaret, con il riconoscimento del volto di Dio e di Cristo negli altri, a partire dai fratelli nella fede. San Giovanni si trova di fronte a cristiani che contestano la venuta del Figlio di Dio nella carne di Gesù di Nazaret, con la pretesa che lo Spirito di Dio può suggerire altre vie di salvezza. Ma il criterio per vagliare ogni personale ispirazione, è se ci conduce a riconoscere Gesù come Dio e Salvatore. Questo criterio continua a valere anche oggi, non solo in riferimento ad eventuali nuove ‘rivelazioni’ ma anche come metro di giudizio per ogni insegnamento che ci venga proposto. Con grande determinazione e audacia Giovanni scrive: “Chi conosce Dio ascolta noi”. Noi infatti abbiamo visto e udito il Verbo di Dio che si è manifestato nell’uomo Gesù.
Per quanti ti cercano nelle tenebre, ti prego o Signore. Per quanti sono appesantiti dal male, ti prego o Signore. Sii luce e salvezza.
Opinioni, sentenze, giudizi che ci arrivano da tutte le conversazioni e da tutti mass-media: con quale criterio valutarli ? Quanto non ci distoglie dal riconoscere Cristo nella carne, cioè nella concretezza della sua presenza nella Chiesa, è buono; quello che ce ne allontana, è da rigettare.
8 gennaio 2009
Nel racconto della moltiplicazione dei pani il Vangelo di Marco descrive un fatto che rivela l’identità misericordiosa e salvatrice del Signore Gesù. L’amore di Dio verso di noi si manifesta nel dono del suo Figlio, che ha compassione della folla umana. Questo amore continua a rivelarsi nell’amore fraterno descritto dalla prima lettera di Giovanni.
L’incarnazione del Figlio di Dio tra gli uomini non è appena un dato ontologico che la Chiesa esprime nella sua professione di fede. Il Figlio di Dio ha vissuto una autentica esistenza umana ed ha compiuto gesti di benevolenza e salvezza, nati da un cuore mosso a compassione. Gesù allarga lo sguardo a comprendere la folla di umanità smarrita come gregge senza pastore, che lo cerca e domanda il senso del vivere. Gesù parla dicendo ‘molte cose’. Quali ? Sono le parole che il Vangelo registra. Quando ne scopriamo il senso, vediamo che segnano la strada della vita e aprono il cuore alla speranza. Ma ancora di più abbiamo bisogno della reale presenza del Signore che ci sostenga e accompagni nel vivere quotidiano. Non si può spiegare a una persona - ragazzo o uomo che sia - il senso della vita, e poi lasciarlo solo. Gesù una compagnia reale all’uomo. Questo episodio lo rivela. Gesù guarda le persone che l’hanno seguito; alla fine della giornata esse hanno fame; non può lasciarle partire così. Ma il cuore grande di Gesù fa ancora un passo: coinvolge i suoi discepoli nel gesto dell’amore. “Date voi stessi da mangiare”. E’ l’inizio della Chiesa, comunità dei discepoli del Signore chiamati a continuare la sua opera amorevole e soccorritrice nei riguardi dell’uomo. Qui il pane non scende dal cielo come la manna del deserto degli ebrei. Qui il dono di Dio si moltiplica nel cuore e nelle mani dei fratelli che vivono un gesto di amore. Alla fine accade la sovrabbondanza e vengono raccolte dodici ceste piene: dodici come gli Apostoli, colonne e fondamento della Chiesa. Adesso sappiamo che Gesù è luce e vita e la sua azione si prolunga nei discepoli. Come dice la lettera di Giovanni, il suo amore si rivela in noi perché abbiamo la vita a causa sua.
Signore, tu non mi lasci nella solitudine come pecora senza pastore. Nella grande famiglia della Chiesa, tu sei mia guida e mio sostegno. Donami la grazia di appoggiarmi a te.
Oggi voglio cogliere un’occasione di condivisione, ‘perdendo tempo’ con qualcuno che, forse senza dirlo con le parole, manifesta un particolare bisogno.
9 Gennaio 2009
Gesù si manifesta in un momento drammatico: la tempesta sul lago. Questo episodio che segue la moltiplicazione dei pani è pieno di valore simbolico: la barca, il lago, la tempesta indicano la vita dell’uomo e la storia della Chiesa. Nella sua prima lettera, l’Apostolo Giovanni insiste a dire che il Dio invisibile si è fatto visibile nell’amore del Figlio e continua la sua azione nell’amore dei discepoli.
L’evangelista Marco racconta alcuni passaggi della vita di Gesù con una evidenza perfettamente realista. Aveva già notato l’erba verde della radura dove la folla aveva mangiato i pani e pesci. Ora ci mostra la barca degli apostoli sul lago e Gesù solo a riva, dopo essersi ritirato a pregare. Un’immagine che pare lo scatto di una fotografia. Nel distacco tra Gesù e i discepoli si manifesta una distanza che non è solo fisica, ma che indica la lontananza del cuore. I discepoli sono affaticati a remare in mezzo al lago e rischiano di venire travolti dalla tempesta. Gesù si fa loro incontro camminando sulle acque. Stranamente, di fronte a questo fatto straordinario, che segue il miracolo dei pani, il loro cuore rimane indurito: non riconoscono il Signore e gridano al fantasma. Tuttavia rimangono stupiti e, come in altre circostanze, si domandano: “Chi è costui, al quale il vento e il mare obbediscono?”. Qualcosa di nuovo sta accadendo. Chi è veramente l’uomo che hanno incontrato ? I fatti narrati costituiscono la prima sorgente della fede in Gesù: i discepoli cominciano a riconoscere che le categorie in loro possesso per definire l’identità della persona straordinaria che hanno davanti, non bastano. Quest’uomo che moltiplica i pani e pesci, costui al quale i venti e il mare obbediscono, chi è realmente?
Gesù entra nel tessuto della vita umana, nelle condizioni della fame e della tempesta, della fatica e della paura. Il Salvatore non svolge la sua missione solo in relazione al tempo futuro, ma già per il tempo presente. “Sto imparando a vivere tutto attraverso gli occhi di Gesù, e cosa più bella non poteva accadermi – scrive una persona – So che nemmeno un capello del nostro capo è sconosciuto a Dio e perciò affronto le difficoltà con la pace nel cuore, stringendomi a lui”. “Nell’amore non c’è timore”, ci ripete Giovanni nella prima lettura.
Lo stupore davanti a Gesù è il primo atteggiamento della preghiera. Ti domando o Signore uno sguardo stupito e aperto, pronto a percorrere tutto il cammino della fede che, attraverso i fatti che accadono, giunge a riconoscerti nella tua identità di protagonista divino.
Farò attenzione ai fatti della giornata, attraverso i quali il Signore desidera rivelare lo splendore della sua presenza e della sua azione.
10 gennaio 2009
Arriva il momento in cui Gesù si rivela in modo esplicito. Ritorna nel suo paese di Nazaret ed entra nella sinagoga dove tutti credono già di conoscerlo. Dopo aver letto il libro del profeta Isaia che annuncia il messia e il compito che questi è mandato a svolgere, Gesù annuncia: “Oggi si compie davanti ai vostri occhi questa profezia”.
I fatti segnano la strada per la identificazione di Gesù di Nazaret, ma solo una parola esplicita e diretta può togliere ogni dubbio sulla loro interpretazione. Chi è veramente Gesù di Nazaret ? Possiamo immaginare la sorpresa degli uomini di Nazaret quando Gesù, dopo aver chiuso il rotolo del profeta Isaia, non ne propone un commento, ma ne indica il soggetto protagonista. Il profeta Isaia sintetizzava la missione del Messia promesso dalle scritture nella consacrazione dello Spirito Santo e nelle opere che ne conseguivano: “Lo Spirito del Signore è su di me…”. Lo Spirito Santo nel quale il Figlio Gesù è stato concepito e generato da Maria; lo Spirito che lo ha pervaso nei primi vagiti e nelle prime mosse di bambino e ragazzo, in particolare nel tempio, dapprima davanti al vecchio Simeone e Anna, e in seguito davanti ai dottori della legge; lo Spirito disceso su di lui, che aveva permesso al Battista di riconoscerlo; il mistero di questa presenza che fremeva nascosto nel cuore della vita di Gesù e di sua madre Maria, ora esce allo scoperto e viene proclamato. La storia antica si è compiuta, la promessa trova il suo punto di realizzazione. D’altra parte, la vita che Gesù conduce, l’annuncio che egli lancia, le opere di guarigione che egli compie dichiarano con evidenza che la sua personalità non può essere definita con i criteri soliti. La salvezza realizzata dal Messia raggiunge tutti i campi della vita dell’uomo ferito, che viene descritto secondo le caratteristiche della mentalità semitica: poveri, lebbrosi, oppressi. Si inaugura l’anno di grazia, cioè di salvezza per l’umanità. Nel cuore del mondo è posto un uomo nuovo, una nuova origine di vita, verso la quale occorre volgere lo sguardo, per entrare nell’ambito della sua azione benefica. L’iniziativa di Dio si concretizza nella figura umana del suo Figlio Gesù e prosegue e si manifesta nel nostro amore verso il prossimo.
O Dio, vieni a salvarmi, nella totalità del mio essere uomo e per l’umanità intera che ha bisogno di te. Vieni a salvarmi nello scorrere dei giorni, nelle vicende quotidiane di cui è intessuta la vita.
Voglio eliminare ogni pretesa di autosufficienza. Nelle situazioni di oggi desidero riconoscere che la salvezza non viene dalla mia abilità o iniziativa, ma dal Signore. Lo riconosco affidandomi con semplicità anche all’aiuto dei fratelli.
11.1.2009
Domenica del Battesimo del Signore
Nella festa del Battesimo del Signore vengono portati a compimento tutti i segni che ci sono stati presentati finora per poter riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, il Salvatore: l’azione del Padre, del Figlio, dello Spirito; l’umanità di Gesù; la profezia, il riconoscimento e l’indicazione di Giovanni Battista; l’attesa della folla; l’inizio della missione del Signore.
Tria prodigia declarantur hodie. La bella antifona che accompagna i Vesperi di questa giornata sintetizza i tre fatti nei quali Gesù si manifesta come Figlio di Dio e Signore: il riconoscimento dei magi, il miracolo di Cana, il battesimo nel fiume Giordano.
Nella redazione del Vangelo di Marco che leggiamo quest’anno, il fatto del Battesimo di Gesù viene proposto nella sua nuda essenzialità. Dapprima sentiamo le parole del Battista, che dichiara la superiorità del Battesimo con il quale Gesù stesso battezzerà. Subito dopo vediamo lo svolgersi del fatto, per il quale Gesù sembra venire appositamente da Nazaret di Galilea: Battesimo nell’acqua, discesa dello Spirito in forma di colomba, voce del Padre.
In un modo assolutamente lineare e semplice, l’avvenimento è davanti ai nostri occhi. Che cosa accade qui dunque ? L’azione di Giovanni indica che Gesù viene accolto nella schiera degli uomini peccatori. L’evangelista Giovanni chiarirà in seguito che Gesù non viene battezzato per i suoi personali peccati, ma come ‘Agnello che prende su di sé i peccati degli uomini’. Infatti l’azione compiuta dal Battista viene superata dall’azione dello Spirito Santo e del Padre. Quest’uomo viene consacrato in modo particolare dallo Spirito di Dio e riconosciuto dal Padre come Figlio prediletto. In questa forma visiva e plastica, che tanti i pittori hanno saputo variamente descrivere e interpretare, possiamo riconoscere la vera identità e la missione di Gesù. Si realizza la promessa dell’Antico Testamento, riassunta nelle parole di Isaia, e inizia la missione del Messia, come annuncia l’apostolo Pietro negli Atti. Tutto quello che si svolge successivamente non è che la piena estensione di quanto accade nel Battesimo del Signore.
L’importanza che il Vangelo e gli Atti danno al Battesimo di Gesù mi fa riconoscere il valore della mia storia cristiana, iniziata con il mio Battesimo. Di questo ringrazio, come della grande novità e grazia che mi è stata donata, inizio della mia identificazione con il Figlio Gesù.
Prima di ogni mia opera e di ogni mia corrispondenza, sta la scelta del Signore e la sua chiamata. Voglio rendermi conto, all’inizio della giornata e nel seguito delle azioni, della grazia che precede e accompagna ogni mossa della mia vita.
Lunedì 12 Gennaio 2009
Oggi inizia il tempo ordinario della liturgia, che corrisponde al tempo ordinario della vita. Gesù, il Figlio di Dio che ‘è apparso’ nel mondo, accompagna di giorno in giorno la nostra storia e la storia del mondo. Ci guiderà la lettura continua della lettera agli Ebrei e del Vangelo di Marco. La lettera agli Ebrei, che si trova nel catalogo delle lettere di San Paolo, nasce in ambiente ebraico e descrive la funzione sacerdotale di Gesù che nel sacrificio della croce sostituisce l’antico sacerdozio e rinnova l’antica alleanza.
La pagina del Vangelo di Marco comincia con uno stacco: Giovanni Battista è stato arrestato. La sua missione è finita e si apre il campo all’azione di Gesù che lancia il primo annuncio del Regno. Il tempo dell’attesa è compiuto. Anche il tempo stabilito da Dio è compiuto. L’inizio solenne della lettera agli Ebrei annuncia che siamo in presenza di un fatto nuovo. Dio, che nei tempi antichi aveva parlato in vari modi attraverso in profeti, adesso ha parlato a noi attraverso il Figlio. La parola di Dio risuona in Gesù. Il regno che viene annunciato non è semplicemente un nuovo sistema di rapporti tra gli uomini, impostato secondo Dio. Il regno comincia con l’aderire a Gesù, diventando suoi discepoli e partecipando alla sua missione. L’annuncio del Regno non è quindi un’altra cosa rispetto alla chiamata degli apostoli; Gesù chiama per nome i primi, li lega a sé, li rende partecipi e familiari della sua vita. Questa è la novità: uomini uniti a Dio in una amicizia umana, uomini che diventano familiari del Mistero di Dio attraverso una comunanza di vita. Il Figlio di Dio, irradiazione della gloria del Padre, entra in rapporto con noi. Il cristianesimo è Gesù. Essere cristiani, prima di qualsiasi altra cosa, è essere chiamati per nome e venire inseriti in un rapporto amicale con il Signore. La Chiesa sarà l’estensione nel tempo di questa amicizia con il Signore: prima di ogni azione pastorale, prima di ogni indicazione morale e di ogni progetto per la vita di ciascuno. Questo punto di origine non è da lasciare alle spalle come cosa scontata. E’ invece il principio e la condizione di ogni scelta, di ogni atteggiamento, di ogni azione. “Voi siete miei amici”.
Lo sguardo di Gesù su di me e il mio sguardo su di Lui: voglio guardare Gesù come si guarda un Amico grande e un Maestro, il Dio della vita che mi si è fatto vicino.
Dentro ogni azione della giornata, riconosco lo sguardo di Gesù su di me e la sua voce che mi chiama per nome. Perché questo diventi un sentimento normale della vita, ho bisogno di richiamarmi attraverso quotidiani ‘esercizi di memoria’.
Martedì 13 gennaio 2009
La parola di Dio nella liturgia di questi giorni ci accompagna a riconoscere all’opera Gesù salvatore. La lettera agli Ebrei proclama la sua identità divina e insieme la gloria di cui è stato ‘reso perfetto mediante la sofferenza’. Il Vangelo di Marco racconta i primi passi di Gesù in azione, subito riconosciuto e contraddetto da Satana.
La cittadina di Cafarnao, sul lago di Tiberiade, diventa il centro della prima azione messianica di Gesù. Quasi in corrispondenza con l’episodio accaduto nella sinagoga di Nazaret, raccontato qualche giorno fa da Luca, Gesù entra di sabato nella sinagoga del paese, e si mette a insegnare. In questa grande sinagoga di cui rimangono ancora le tracce, segno del prestigio del paese ed eco del primo insegnamento del Signore, accade qualcosa di nuovo, viene proclamata ‘una dottrina nuova’. La presenza di Gesù si impone in modo tale da far reagire un uomo posseduto da uno spirito immondo. Non ci viene espressamente detto nulla del contenuto di questo insegnamento, ma viene rilevata l’autorità del maestro così diverso dagli scribi. Gesù non è un commentatore delle scritture, ma uno che proclama e attua una salvezza presente. La sua parola indica la via della vita, apre a una speranza reale e subito compie quello che annuncia. Il primo effetto si attua nella contrapposizione a satana, che viene svelato e respinto. Gesù non prende l’iniziativa di agire espressamente contro satana; Egli si rende presente e parla: una presenza e una parola di verità che sgominano il male. Ne nasce una indicazione preziosa per la vita. La prima vittoria sul male e su satana che ne è all’origine, è data dal porre innanzitutto una presenza positiva, una iniziativa di bene in parole e in opere. Fare il bene è già operare una lotta contro il male. Una presenza significativa e autorevole, un volto preciso, un giudizio dentro la vita, una posizione chiaramente espressa segnano un rilievo e indicano un orientamento che la gente riconosce e rilancia. Il silenzio avvilente, le posizioni amorfe o snervate o compiacenti, allargano le sponde del male.
Come gli abitanti di Cafarnao, riconosco Gesù e il suo insegnamento autorevole per la mia vita: Tu Signore sei il mio maestro; mi affido alla chiarezza e determinazione della tua presenza.
In un dialogo tra amici o in una situazione di lavoro, o in altre circostanza in cui sarebbe facile annegare in una rassegnata ambiguità e nel qualunquismo, desidero esprimere con chiarezza e decisione un giudizio di fede.
Mercoledì 14 gennaio 2009
Con termini molto efficaci la lettera agli Ebrei esprime la comunanza di Gesù con la nostra condizione umana e la sua azione di salvezza operata dall’interno della nostra stessa storia. Egli si prende cura non degli angeli, ma della stirpe di Abramo; è stato messo alla prova e ha personalmente sofferto; per questo è in grado di venirci in aiuto.
In un racconto pressoché continuo, il Vangelo di Marco descrive questa prima giornata del Signore all’opera, quasi una ‘giornata tipo’. Vale la pena metterne in evidenza i passaggi. Uscito dalla sinagoga, Gesù va in casa di Pietro insieme con l’iniziale compagnia di quattro amici: Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni. La tradizione ha riconosciuto nella casa di Pietro il punto di partenza e di arrivo della missione di Gesù nella Galilea, il primo luogo di Chiesa. Qui Gesù viene accolto e ospitato, si ristora con persone amiche, e svolge la sua azione di salvezza, in un modo talmente semplice da apparire irrilevante: guarisce la suocera da una febbriciattola occasionale. Questa casa diventa anche il luogo nel quale tutti gli abitanti della città conducono gli ammalati perché il Signore li guarisca; una scena che sembra quasi l’inizio dei grandi raduni che si ripeteranno in tanti santuari. L’evangelista nota che Gesù si alza di buon mattino per ritirarsi a pregare: una indicazione che esprime la personalità di Gesù più di molte parole; nella questa preghiera, nel rapporto continuo con il Padre Gesù rinnova la coscienza della propria origine e appartenenza. Infine, l’ultimo passaggio. Gesù non si ferma in questo luogo, nonostante l’arrivo di molte persone e la loro richiesta. Lo spazio della sua missione è il mondo ed egli ne percorre subito le strade. Il bisogno dell’uomo lo sollecita da ogni confine.
La semplice bellezza di questa pagina di Vangelo rappresenta una sintesi della vita di Gesù e nello stesso tempo offre le coordinate per la vita della Chiesa e del singolo cristiano: una casa, una compagnia, un’origine riconosciuta, una disponibilità sempre aperta alla missione.
All’inizio della mia giornata mi pongo nell’atteggiamento di Gesù che rinnova il suo dialogo con il Padre e prego: Gesù tu sei la fonte della mia persona, della mia vita, di ogni mia azione.
La giornata di Gesù, pur nel tumulto delle cose e nella invasione delle persone, appare ordinata, cioè impostata secondo il ritmo della sua vocazione. Le cose da fare non prevaricano. Voglio tenerlo presente per la giornata di oggi.
Giovedì 15 gennaio 2009
Mentre prosegue la missione del Signore Gesù secondo il Vangelo di Marco, la lettera agli Ebrei ha una sorta di sospensione, per un richiamo ai cristiani, in analogia con la situazione degli Israeliti. Si instaura un paragone tra la proposta di vita introdotta da Mosè e quella ancor più grande di Gesù; così come alcuni non credettero a Mosè, può accadere che pure i discepoli del Signore vengano meno, e siano così esclusi dalla salvezza, descritta come ‘riposo’ nella terra promessa del Paradiso.
Gesù incontra un lebbroso. L’evangelista racconta con precisione ed evidenza i momenti di questo incontro, nello stesso tempo reale e pieno di simbolismo: Gesù è mosso da compassione, stende la mano, lo tocca, gli dice la parola di salvezza. Tutto così umanamente vero e semplice. La salvezza è qui presente, ti incontra, ti salva. Il cristianesimo è l’avvenimento di un incontro che salva: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. Così ci ha ricordato Papa Benedetto nell’enciclica Deus caritas est. Questo incontro può accadere al di là di ogni previsione e di ogni convenzione. Il lebbroso avrebbe dovuto girare al largo, senza possibilità di incrociare Gesù; tanto meno Gesù avrebbe potuto toccarlo fisicamente. Eppure, per la misericordia del Signore, l’incontro di grazia è accaduto. Come avverrà tante altre volte e come ancora tante persone testimoniano. Un bisogno reale muove a un grido, non sempre espresso esternamente, che diventa domanda e ricerca. A volte accade che la persona non ha una percezione precisa del suo bisogno, soltanto avverte un disagio che le rende inutile e vuota la vita. Allora la grazia le si fa incontro in modo concreto attraverso una presenza visibile che è segno della mano salvatrice di Gesù: un amico, una compagnia di amici, un fatto della vita. Quando l’incontro è vero e definitivo, la persona che l’ha sperimentato vi rimane talmente fedele da restare legata a chi riconosce come suo salvatore. Nell’episodio del Vangelo invece il lebbroso si allontana. Ma grida, annunciando a tutti la salvezza che l’ha raggiunto e che rimane presente nel mondo. Accade ancora così.
Grazie Signore per averti incontrato, non in una suggestione passeggera, ma in una situazione reale che mi ha legato a te e mi permette di seguirti in un segno umano.
La salvezza è un fatto, un incontro che mi è già accaduto e può ancora accadere. Desidero esprimere un gesto di gratitudine e di riconoscenza alle persone che sono state strumento della grazia di Gesù.
Venerdì 16 gennaio 2009
L’opera di salvezza del Signore incalza e si manifesta nella sua compiutezza nell’episodio del paralitico. In parallelo, la lettera agli Ebrei ci ricorda che la salvezza non è un’azione automatica, ma viene affidata alla nostra libertà. Occorre ‘rimanere uniti grazie alla fede con coloro che avevano ascoltato’. La fedeltà al Signore diventa fedeltà a coloro che gli appartengono; di fatto, questo si realizza in una reale appartenenza alla Chiesa.
L’episodio del paralitico è ricco di azione e di colore: la folla assiepata alla porta di casa fino a impedire di entrare, la barella portata da quattro persone, il tetto scoperchiato e tutto quanto segue. Il centro dell’azione è dato dalle parole sorprendenti di Gesù che attribuisce a se stesso il potere di rimettere i peccati e lo conferma con la guarigione del paralitico. La meraviglia espressa dalla folla sul finale del racconto dice i tratti del personaggio Gesù: “Non abbiamo mai visto nulla di simile”. Questo episodio ci rivela in modo compiuto l’identità di Gesù: un uomo che ha il potere stesso di Dio, poiché come Dio rimette i peccati. Gesù in azione mostra e realizza la sua vera fisionomia. In Gesù, Dio stesso si è fatto vicino all’umanità debole e peccatrice, e attraverso la misericordia dà inizio all’opera della salvezza. Il Regno di Dio passa dall’annuncio ai fatti e manifesta la sua realizzazione. Il mondo viene sanato a partire dalla sua costituzione profonda, cioè dal cuore dell’uomo. Il perdono dei peccati è realmente l’inizio della salvezza, perché toglie l’uomo dall’estraneità nei riguardi di Dio e lo rende libero dal male. L’uomo, ‘paralitico nel cuore’ viene rialzato e cammina con nuovo passo nel mondo, nello stesso tempo in cui si porta appresso il lettuccio che gli ricorda la sua propria fragilità e la grazia ricevuta. La guarigione fisica diventa l’espressione visibile del nuovo cammino. Se la salvezza non raggiunge la profondità del cuore e si limita alla condizione esterna, non conduce l’uomo a libertà e felicità.
O Dio vieni a salvarmi, non solo nelle condizioni esterne di debolezza e disagio che accompagnano la vita dell’uomo. Salva il mio cuore ferito e distante da te. Riconciliami con l’amore del Padre, perché io possa camminare libero e lieto nella vita.
Il richiamo di Gesù al perdono dei peccati mi ricorda il sacramento della confessione. Verifico da quanto tempo e come mi confesso, e faccio il passo di cui ho bisogno.
Sabato 17 gennaio 2009
E’ vero quanto dice con precisa determinazione la lettera agli Ebrei: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada…”. Ce ne accorgiamo quando la pratichiamo, quando la parola ci viene comunicata nella realtà viva della Chiesa. Aumenta il numero dei cristiani che ‘frequentano’ la parola di Dio e si lasciano toccare, ferire e risanare da essa, particolarmente nel contesto della liturgia quotidiana. E’ lo stesso cammino che viene donato a noi ogni giorno.
Questa parola non è una lettera e un suono, ma è una persona vivente, che ci guarda e ci chiama. Lo sguardo di Gesù, che passa ‘lungo il mare’ e vede Levi-Matteo chino sul banco delle imposte; la sua voce che lo chiama, lo rialza e lo induce immediatamente alla sequela, sono il segno più evidente dell’efficacia e del mordente di questa parola. Questo episodio è rappresentato in modo straordinario sotto i nostri occhi nel quadro di Caravaggio, che mostra il braccio teso di Gesù, a cui si accompagnano il braccio di Pietro, e lo sguardo e i gesti sbigottiti del personaggi seduti. Il Vangelo ci dice la sorprendente iniziativa di Dio, che non ha bisogno di muoversi a partire da condizioni previe di una particolare disponibilità, ma agisce per sua propria iniziativa. Sorprendono l’imponenza semplice della chiamata del Signore e l’immediatezza della risposta di Matteo. Così si è mossa la storia, così Gesù ha associato alla sua vita e alla sua missione le persone più imprevedibili e più lontane. Ogni giorno conviene rimanere attenti all’azione di Dio, che non opera secondo le nostre previsioni e non percorre necessariamente le strade che noi abbiamo previsto o magari gli abbiamo insistentemente segnalato. Ogni giorno il cuore scruta il modo con cui Dio incrocia la nostra vita e apre il nostro cammino, ridestandoci accanto persone, situazioni, fatti, nei quali egli si manifesta e ci chiama. E’ importante essere liberi da ogni pregiudizio, e dalla pesantezza di una vita già tutta programmata e preordinata. Attraverso le sorprese di Dio nascono le vocazioni, accadono le conversioni, spuntano nuove possibilità di vita. Neppure l’essere peccatori e il dichiararsi indegni è un ostacolo alla sua opera. Chi si scandalizza della novità di Dio, rimane bloccato nel suo nulla.
Donami un cuore semplice e ben disposto o Signore, un animo non prevenuto nei tuoi riguardi e non condizionato dai limiti miei e degli altri. Donami la grazia di rialzare lo sguardo verso di te.
Desidero un occhio semplice per guardare me stesso e gli altri, un cuore libero all’iniziativa del Signore; fin dal mattino mi predispongo a questo atteggiamento.
Domenica 18 gennaio 2009
Il tema della sequela semplice e piena si ripresenta nelle letture di questa domenica. Una volta riconosciuto il Signore, è forse possibile non seguirlo ? Nel racconto della chiamata di Samuele e in quello dei primi due discepoli che seguono Gesù, è evidente anche un altro elemento. Queste persone giungono al riconoscimento e alla sequela attraverso l’indicazione del loro maestro. La voce di Dio è riconoscibile attraverso qualcuno che ne ha già fatto esperienza e ce la indica.
Leggendo questi due famosissimi episodi, abbiamo l’impressione di essere condotti alle sorgenti della storia cristiana e della nostra stessa vita. Ancora bambini, o giovani, o forse già grandi, non è accaduto sostanzialmente così anche a noi ? Ricordiamo la nostra adesione al Signore, la scelta che ha determinato l’orientamento della nostra vita. Il nostro cuore era in attesa e in ricerca di un senso della vita, di un motivo per cui spendere le energie, di una meta verso la quale camminare, di una compagnia vera e significativa. Forse eravamo già in buona posizione e ben attestati, come i protagonisti delle letture di oggi: Samuele era già ospite del tempio, Giovanni e Andrea si erano già mossi verso il Battista. Può accadere, come nel caso di Matteo o Saulo o di tanti altri, di trovarsi in una posizione di estraneità e lontananza. Sull’orizzonte della vita appare una novità: una voce, una presenza, un uomo, un richiamo. Quell’accento ci colpisce non a livello superficiale e puramente emotivo, ma dandoci la percezione profonda che lì si gioca il nostro destino. Come potremmo sottrarci? Forse siamo titubanti e incerti, come Samuele che non riconosce subito la voce, o come i due che camminano dietro a Gesù sul fiume Giordano senza avere il coraggio di farsi notare. E’ un momento sottile e delicato, un crinale che decide della direzione della vita. Se non fosse per l’evidenza della iniziativa di Dio, ci potremmo smarrire. La misericordia di Dio ci insegue, e ci troviamo a dire: “Parla Signore, che il tuo servo ti ascolta”; acconsentendo alla grazia di ‘stare con lui tutto questo giorno”. Una grazia che fiorisce nei giorni successivi, e insieme con noi coinvolge altre persone, come è accaduto nella missione di Samuele e già subito nell’incontro di Andrea con il fratello Simone.
Parla Signore, che il tuo servo ti ascolta. Ti domando la docilità del cuore e l’attenzione della mente.
Quante persone, nel corso della giornata, con una parola esplicita o con un gesto, mi indicano il Signore ? Oggi voglio prestarvi una particolare attenzione.
Lunedì 19 gennaio 2009
Entriamo nella parte centrale della lettera agli Ebrei, dove si stabilisce un raffronto serrato tra l’Antico Testamento e il Nuovo, tra il sacerdozio levitico e quello di Gesù attuato nel sacrificio della croce. Alcuni episodi del Vangelo di Marco che leggeremo in questa settimana raccontano del contrasto aperto tra la Gesù e l’antica legge. La novità di Gesù apre alla storia un imprevisto cammino.
Quanta differenza c’è tra il rispetto devoto a una legge e l’attaccamento sincero a una persona ? E’ la differenza che definisce la distanza tra la religione intesa come pratica cultuale, regola morale, prescrizione tradizionale, e la religione vissuta come riconoscimento di una Presenza. A coloro che per primi l’hanno incontrato, Gesù non è apparso innanzitutto come uno che cambiava gli ordinamenti religiosi, ma come una persona da amare e seguire. Coloro che hanno vissuto con lui hanno reimpostato la propria vita, a partire da un’adesione affettiva che li ha coinvolti fino a informare scelte concrete e criteri di valore. La questione del digiuno, praticato dai discepoli di Giovanni Battista e dei farisei, e invece evitato dai discepoli di Gesù, dà l’occasione al Signore di dichiarare il senso della sua presenza: Egli è lo sposo che si intrattiene con gli invitati a nozze. Non c’è modo più netto e più bello per esprimere il senso della fede cristiana. Questa esperienza descrive non soltanto la vita degli apostoli che l’hanno seguito, dei grandi santi e dei mistici, ma anche di tanti cristiani che incontrano il Signore Gesù. Scoppia un grande amore e fiorisce la festa della vita. Anche in mezzo alle tribolazioni, ai contrasti, alle difficoltà, la presenza dello sposo è una compagnia che apre, schiarisce e allieta il cammino. “Il Signore ama di un amore imprevedibile, impensabile, superiore ad ogni nostra misura, e ce lo fa gustare concretamente”. Queste parole di un semplice cristiano sembrano un’eco di quanto dice San Paolo: “Io vi ho fidanzati a Cristo”, e “Sovrabbondo di gioia in ogni mia tribolazione”. La fede è il riconoscimento di una presenza, ripeteva don Giussani. La fede non è prima di tutto l’assunzione di nuove categorie, di nuovi valori o di nuovi orientamenti morali, ma è l’avvenimento dell’incontro con un grande amore, nel quale tutto viene compreso e al quale tutto viene riferito, come scriveva Romano Guardini.
Ricerco nella bibbia, nella liturgia e negli scritti dei santi le espressioni dell’amore a Cristo: “Ti amo, Signore, mia forza”. Come Simon Pietro ripeto: “Signore, tu lo sai che ti amo”
Oggi faccio attenzione al motivo per cui agisco: come fedeltà a una prescrizione e a un dovere, o come espressione di un amore ?
Martedì 20 gennaio 2009
Possiamo confidare nella fedeltà di Dio alle promesse che Egli ‘ha giurato ad Abramo e alla sua discendenza’. Possiamo dunque afferrarci saldamente alla speranza che ci è offerta, come a un’ancora salda, secondo la lettera agli Ebrei. Dio ci vuole bene, e in Gesù ha rinnovato e realizzato la sua promessa.
L’estrema e più compiuta garanzia delle promesse di Dio, è Gesù stesso, sommo sacerdote che si è offerto per i fratelli. Dio è dalla nostra parte, dalla parte degli uomini che egli ha creato perché gli fossero figli e godessero della pienezza della vita. Non è in vista di un proprio vantaggio che Dio dona le sue leggi all’uomo, ma è in vista dell’uomo stesso. L’episodio del Vangelo lo dice in modo paradossale. I discepoli di Gesù strappano le spighe dai campi – come è permesso ai viandanti per il proprio sostentamento – e lo fanno in giorno di sabato; questo, secondo la legislazione ebraica interpretata dai farisei, non si può fare. Gesù rivendica con forza che la legge del Signore è data per la vita dell’uomo; il riposo del sabato non può diventare una prescrizione ingessata che impedisca il proprio sostentamento o l’opera di carità, ma è dato all’uomo per garantirgli l’affrancamento dalla schiavitù del lavoro e persino dalle opere delle proprie mani, al fine di ritrovare la libertà del figlio. Questo episodio si presta a tante applicazioni alla nostra vita di uomini moderni, che tendono a distruggere la scansione settimanale dei giorni e il ritmo della festa domenicale, sostituendo il tempo della preghiera, del riposo, della carità con occupazioni di lavoro e di divertimento che non arrivano a soddisfare il cuore. La felicità è un dono di grazia che viene dal Signore quando facciamo spazio, nel nostro cuore e nelle nostre attività, alla sua presenza. Potremmo parafrasare il Vangelo dicendo a noi stessi: la festa è fatta per l’uomo e non l’uomo per la festa. Anche noi dobbiamo riconoscere la signoria di Dio sui giorni della nostra vita, fino ad accettare che Egli ne determini il ritmo; il Figlio dell’uomo è padrone del sabato, per mettere il sabato al servizio della nostra felicità.
Grazie Signore, di avere donato il tempo e le stagioni della vita. Fa che ti riconosca come Signore dei giorni e delle opere dell’uomo.
C’è un assillo delle cose e delle occupazioni, che finisce con il rendermi schiavo. Vedo di regolare i tempi del lavoro e del riposo, nel ritmo quotidiano e settimanale, perché siano a lode di Dio e quindi al vero servizio dell’uomo.
Mercoledì 21 gennaio 2009
La figura di Gesù sommo sacerdote, secondo l’autore della lettera agli Ebrei, percorre la trama dell’Antico Testamento e ne porta a piena realizzazione le promesse e le figure. Particolare rilievo riceve il misterioso sacerdote Melchisedek, che è andato incontro ad Abramo per benedirlo; con l’offerta del pane e del vino anticipa il sacrificio di Gesù sacerdote.
Gesù si introduce nell’ordinamento dell’antica alleanza con un fermento nuovo che lo fa lievitare verso il compimento. Entrando nella sinagoga in giorno di Sabato, Egli si colloca nel cuore del comando di Dio. L’uomo con la mano inaridita viene invitato a ‘mettersi nel mezzo’, per essere visto e riconosciuto attraverso la novità dell’azione che Gesù sta per compiere. Lo sguardo di Gesù verso i circostanti è deciso, e la sua voce comanda: “Stendi la mano”. Il cristianesimo è questo rapporto tra Gesù e l’uomo: è un incontro, una compagnia, un’amicizia, una comunione di vita tra Dio e l’uomo, talmente efficace da provocare salvezza, con la guarigione della mano e quella del cuore, con l’esperienza della misericordia e la scoperta del senso della vita. “Signore, da chi andremo – gli dice Pietro – tu solo hai parole che danno senso alla vita”. Questa è la grande scoperta che ha convinto e avvinto coloro che, dopo avere incontrato il Signore, lo hanno seguito e hanno vissuto con lui. Cos’ero io prima di incontrare il Signore ? Come vivevo, cosa pensavo, come mi muovevo ? Si rimane sorpresi da quello che ci è accaduto, dalla novità di vita che ci ha toccato e rinnovato dal profondo. Come può anche oggi accadere questo ? “Il modo c’è: la compagnia che da Cristo è nata ha investito la storia: è la Chiesa, suo corpo, cioè modalità della sua presenza oggi”, dice don Giussani. “E’ perciò una familiarità quotidiana di impegno nel mistero della sua presenza entro il segno della Chiesa” a introdurci nella fede e nella vita cristiana in modo non episodico e formale, ma persuasivo e permanente, ricco di pace e di risposta alla domanda del nostro cuore.
Nella memoria di Sant’Agnese martire, ripeto le parole di Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole che danno senso alla vita”. Di fronte alla tentazione di ridurre la fede a legalismo formale, rinnovo lo sguardo e l’adesione personale a Cristo.
Ci sono compiti e opere di carità che sono tentato di evitare rifugiandomi in legalismi autoprotettivi: Non tocca a me, non è compito mio… Domando di vivere con libertà di cuore una carità autentica.
Giovedì 22 gennaio 2009
Conviene soffermarsi sulla pagina della lettera agli Ebrei dove si descrive Cristo come vero sacerdote che salva l’umanità perché è sempre vivo; egli è completamente senza peccato; ha offerto se stesso una volta per tutte ed è entrato nel santuario eterno di Dio. Una differenza impressionante rispetto ai sacerdoti dell’antica legge e anche rispetto a tutti i nostri tentativi di salvarci con le nostre opere.
Non ci si salva da soli. Le folle della Galilea, e poi anche le persone che vengono da Gerusalemme e le più lontane provenienti dalla Transgiordania e perfino dalle città costiere di Tiro e Sidone, lo hanno compreso e sperimentato. Tutti arrivano da Gesù e premono per toccarlo, fino al punto che egli chiede di mettergli a disposizione una barca e si stacca un poco dalla riva. Il bisogno di salvezza attraversa l’umanità e si esprime in modo evidente e immediato con la richiesta della guarigione fisica. La gente non solo domanda e grida, ma si getta addosso a Gesù per toccarlo: domanda una presenza fisica, sensibile, così come ogni uomo avverte nella carne il proprio bisogno, la sua malattia, la pressione delle sue esigenze. Anche se tutti si mettessero insieme tra loro, non si salverebbero. Anche camminando dentro il progresso della storia, non ci si salva. Una catena di malati non fa una persona sana. Ci occorre un altro, uno che non ha bisogno prima di tutto di salvare se stesso dalle proprie infermità o dai propri peccati; uno che è santo, innocente, senza macchia, separato da noi peccatori eppure capace di piegarsi alla nostra debolezza. La lettera agli Ebrei traduce in termini sacerdotali la vicenda storica del Signore Gesù e la sua opera di salvezza. Ma Gesù non è soltanto un uomo giusto in mezzo ai peccatori. Egli è assiso alla destra del Padre, sul trono della Maestà divina. Egli dà all’offerta della sua vita una consistenza e un valore infiniti ed eterni, perché è Figlio di Dio, che vive nel tempo e oltre il tempo. Abbiamo bisogno di riconoscere questo salvatore e di affidarci a lui. Non con l’accento di sfida degli spiriti immondi, ma con la fiducia del mendicante: “Mi prendi per la mano o mio Gesù, col tuo poter sovrano guidami tu… La gioia e il dolore vengon da te… a te mi affido solo o Salvator e trovo nel mio duolo conforto ognor”. Dopo aver sentito questo canto nella liturgia della Messa, una mamma ne ha domandato il testo per portarlo al figlio in carcere per un delitto.
Salvami Signore. Come prosegue il testo del canto: “S’addensi la bufera sul mio cammin, sia pur la notte nera tu sei vicin, con te non ho timore, mi guida tu, avvinci questo core a te Gesù.”
Mentre cerco di rispondere con l’affetto e l’aiuto concreto a qualche persona che è nel bisogno, riconosco la salvezza vera che viene da Gesù.
Venerdì 23 gennaio
L’alleanza nuova di cui parla con intensità la lettera agli Ebrei nella prima lettura, viene a iscriversi nel profondo della vita delle persone che Dio chiama a formare il suo popolo. Questo progetto si realizza in modo semplice e umano quando Gesù chiama dodici uomini e li costituisce come nuovo inizio del popolo di Dio.
Quello che la lettera agli Ebrei esprime nel linguaggio della riflessione biblico-teologica, il Vangelo lo racconta attraverso un fatto. Come è avvenuta la nuova alleanza, come si è svolta nella successione del tempo ? Possiamo leggere il racconto evangelico, semplice e lineare, in parallelo con la grande rivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai. Anche Gesù sale sul monte, il luogo dove accade e si intensifica il suo rapporto con il Padre, dal quale traggono origine le sue decisioni e le sue opere. Le parole impiegate dall’evangelista Marco sono tutte preziose, in particolare i verbi: “Chiamò a sé quelli che egli volle, ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici, perché stessero con lui, e per mandarli…” Sono parole ormai incise nella roccia della storia, e costituiscono nello stesso tempo l’architettura portante e la prima semente della Chiesa di Dio. In questa iniziativa di Gesù si realizza in modo nuovo e sorprendente l’opera del Padre che ama gli uomini e vuole la loro felicità. L’evangelista Marco dice che Gesù ‘costituisce’ i Dodici. E’ assai più che una semplice chiamata individuale o a due a due. E’ la costituzione di un gruppo stabile, di una comunità permanente, con un compito preciso e stabilito, espresso in tre passaggi: la comunione di vita con Gesù, l’invio in missione, l’opera di salvezza dal male. La presenza di Gesù continua e si irradia nel mondo attraverso gli apostoli. Questo fatto dichiara apertamente che Gesù egli non si propone come profeta provvisorio, ma come iniziatore di una comunità stabile e di una azione permanente, destinata e inviata a raggiungere ogni uomo e ogni tempo. La Chiesa è la permanenza di Gesù nella storia: ancora Egli chiama i discepoli a seguirlo, ancora li costituisce nell’unità della sua amicizia, ancora li invia nella missione di salvezza.
Ti ringrazio o Signore, di avermi fatto partecipe della tua comunità di salvezza; ti ringrazio di avermi chiamato a collaborare, secondo la mia vocazione, alla tua opera messianica nel mondo.
Oggi vivrò la mia giornata, e in particolare il tempo del lavoro con la coscienza che il Signore mi chiama ad essere segno di Lui e annunciatore e testimone della sua opera nel mondo.
Sabato 24 gennaio 2009
Prosegue incalzante il paragone tra l’antica alleanza e la nuova. L’antica si vede caratterizzata dalla costruzione della tenda che precedette il tempio, luogo sacro nel quale il ‘Santo dei Santi’ costituiva il segno privilegiato della presenza di Dio. Gesù compie il suo sacrificio non in una tenda-tempio, ma nel suo corpo, e sparge il suo stesso sangue, per un sacrificio perfetto che purifica interamente l’umanità.
Questa pagina del Vangelo di Marco registra in due righe fulminanti l’episodio forse più sconcertante di tutto il nuovo Testamento. Gesù è pressato dalla folla, e ‘i suoi’ vengono a portarselo a casa, dicendo: “E’ fuori di sé”. Si tratta dei familiari, ‘fratelli e sorelle’, preoccupati della strana piega che ha preso la sua vita ? E’ un’azione di protezione ? E’ un segno dell’incomprensione dei familiari che l’hanno visto crescere e fino all’altro giorno vivevano con lui ? Non abbiamo la possibilità di sciogliere interamente l’enigma. Registriamo la meraviglia di chi si trova di fronte a un fenomeno imprevisto e sorprendente. Il modo con il quale Dio si presenta nella scena del mondo è spesso sconcertante e rompe i canoni dell’abitudine. E’ logico che si tenti di incanalarne l’azione dentro l’alveo della normalità, difendendosi da ogni sorpresa. Accade così quando Dio agisce attraverso fatti e personaggi che rompono gli schemi previsti: un ragazzo o una ragazza che intraprendono la strada del sacerdozio o della consacrazione; un prete che imposta la pastorale in un modo che sembra sovvertire i canoni della tradizione, non per spirito di novità ma per una proposta più vera; un gruppo ecclesiale che interviene con modalità divergenti dalle abitudini consolidate; un’azione di carità audace e imprevista. Càpita di dire o di sentir dire: “Quelli sono fuori di testa”. Certamente accadono stranezze ed eccessi che sarebbero da verificare e da contenere. Ma il primo atteggiamento deve essere quello di una fiducia preventiva, di un’accoglienza capace di coinvolgersi per vedere fino in fondo di che cosa si tratta, e poi eventualmente correggere. La grazia del Signore è piena di sorprese.
Ti ringrazio o Signore, per tutte le volte in cui hai sovvertito le mie abitudini e il mio schema, e hai fatto irruzione nella mia vita con la novità di una nuova presenza. Manda ancora il tuo Spirito e rinnova la faccia della terra.
Nel luogo di lavoro, in famiglia, nella comunità cristiana cerco di evitare la reazione scandalizzata di chi giudica in fretta, e mi lascio percuotere dalla novità imprevista: “Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che vale”.
Domenica 25 gennaio, festa della conversione di San Paolo
Oggi la domenica viene a coincidere con la festa della conversione di San Paolo, proprio in quest’anno che ricorda il secondo millennio della data probabile della sua nascita. Secondo l’indicazione della Congregazione per il Culto Divino, oggi si può celebrare una Messa con il formulario della festa della Conversione di San Paolo, prendendo la seconda lettura dalla terza domenica ‘per annum’.
Per tre volte, due negli Atti e una nella lettera ai Galati, Paolo racconta la sua conversione sulla via di Damasco: un avvenimento decisivo per lui e determinante per la storia della Chiesa. L’insistenza e l’intensità con cui egli riconosce la pr
Per il giorno dell’Epifania riprendiamo una bella pagina da ‘Vita e Destino’ di Grossman. Siamo nel 1942, sul fronte russo. Getmanov, comandante di un reparto di carristi, dotato di un carattere deciso e formato all’ideologia del partito, è in partenza per la zona di combattimento. Saluta la moglie e si ferma un momento nella camera dei bambini. Qui lo assale ‘un’invincibile tenerezza’…
Attraversò la camera e si mise in ascolto:
“Dormono?”
“Certo, dormono” rispose Galina Terent’evna.
Andarono nella camera dei bambini. Era straordinario come quelle due figure corpulente, massicce si muovessero nella penombra senza far rumore. Sulla candida tela dei cuscini risaltavano le teste brune dei bambini addormentati. Getmanov si fermò ad ascoltare il loro respiro.
Si portò la mano sul petto, per paura che il sordo pulsare del cuore li svegliasse. Qui, nella penombra, provava un senso angoscioso, opprimente e penetrante di tenerezza, di ansia, di pietà nei confronti dei figli. Sentiva il terribile desiderio di abbracciare il bambino, le figlie, di baciare i loro visetti addormentati. Qui provava una invincibile tenerezza, un amore incontrollato, qui si smarriva, restava confuso, debole.
Non lo spaventavano né lo agitavano i pensieri del nuovo compito che lo aspettava. Gli capitava spesso di dover intraprendere un lavoro nuovo, e capiva immediatamente la condotta da tenere, che coincideva sempre con la linea del partito. Sapeva che anche nel gruppo carristi avrebbe saputo quali misure adottare.
Ma come fare a legare una ferrea austerità con la tenerezza, con l’amore che non conosce né leggi, né linee di partito?
Si volse a guardare la moglie. Era ferma in piedi, con la mano appoggiata alla guancia, al modo contadino. Nella penombra il suo volto pareva più magro, giovane, quale era la prima volta che erano andati al mare, subito dopo sposati, alla casa per ferie “Ucraina”, proprio sulla riva del mare.
Sotto la finestra un’automobile lo chiamò con un leggero colpetto di clacson. Getmanov si volse nuovamente verso i figli, allargò le braccia esprimendo con questo gesto la sua impotenza davanti a un sentimento che non poteva dominare.
In corridoio, dopo le parole e i baci di congedo, indossò il pellicciotto, il colbacco, fece un passo in direzione della moglie e l’abbracciò di nuovo. In questo nuovo, ultimo saluto, quando attraverso la porta dischiusa l’umido e freddo vento della strada si mischiava al calore della casa, quando il pelo del pellicciotto sfiorava la seta fragrante della vestaglia, sentirono entrambi che la loro vita, fino ad allora una cosa sola, si spaccava all’improvviso, e l’angoscia bruciò loro il cuore.
Da V. Grossman, Vita e Destino, pp. 112 - 113. Questo grande romanzo descrive i giorni di Stalingrado durante l’ultima guerra, e fa vedere come le atrocità di ambo le parti - nazisti e bolscevici - si equiparavano. Nello stesso tempo presenta pagine di grande umanità e speranza.
I BAMBINI E GESU’
dal libro "Caro Gesù la giraffa la volevi proprio così
o è stato un incidente?”
- Caro Gesù, sei davvero invisibile o è solo un
trucco? Giovanni
- Caro Gesù, Don Mario è un tuo amico o lo conosci solo per lavoro? Antonio
- Caro Gesù, mi piace tanto il padrenostro. Ti è venuta subito o l'hai dovuta fare tante volte? Io quello che scrivo lo devo rifare un sacco di volte.Andrea
- Caro Gesù, forse Caino e Abele non si ammazzavano tanto se avessero avuto una stanza per uno. Con mio fratello funziona. Lorenzo
- Caro Gesù, mio padre crede di essere te. Puoi dargli una scossa, che così capisce che non è vero? Non troppo forte però. Laura
- Caro Gesù, se guardi in chiesa domenica ti faccio vedere le mie scarpe nuove. Michele
- Caro Gesù, se te non facevi stinguere i dinosauri noi non ci avevamo il posto hai fatto proprio bene. Maurizio
- Caro Gesù, oggi a scuola ho fatto il tuo ritratto. Se vuoi vederlo, vieni a trovarmi alle 7. Prima no perché ho gli allenamenti. Luca
- Caro Gesù, oggi mi hanno insegnato la preghiera "O Gesù d'amore acceso". Ma perchè acceso? Luigi
- Caro Gesù, non mi sono mai più sentita sola da quando ho scoperto che ci sei. Nora
- Caro Gesù, sei bravissimo, riesci a mettere le stelle al posto giusto. Caterina
Verso Natale con il Papa
Dall’Angelus di Domenica 7 dicembre in Piazza San Pietro
...stiamo vivendo il tempo liturgico dell'Avvento: tempo di apertura al futuro di Dio, tempo di preparazione al santo Natale, quando Lui, il Signore, che è la novità assoluta, è venuto ad abitare in mezzo a questa umanità decaduta per rinnovarla dall'interno. Nella liturgia dell'Avvento risuona un messaggio pieno di speranza, che invita ad alzare lo sguardo all'orizzonte ultimo, ma al tempo stesso a riconoscere nel presente i segni del Dio-con-noi.
In questa seconda Domenica di Avvento la Parola di Dio assume gli accenti commoventi del cosiddetto Secondo Isaia, che agli Israeliti, provati da decenni di amaro esilio in Babilonia, annunciò finalmente la liberazione: "Consolate, consolate il mio popolo - dice il profeta a nome di Dio -. Parlate al cuore di Gerusalemme e ditele che la sua tribolazione è compiuta". Questo vuole fare il Signore in Avvento: parlare al cuore del suo Popolo e, per suo tramite, all'umanità intera, per annunciare la salvezza. Anche oggi si leva la voce della Chiesa: "Nel deserto preparate la via del Signore". Per le popolazioni sfinite dalla miseria e dalla fame, per le schiere dei profughi, per quanti patiscono gravi e sistematiche violazioni dei loro diritti, la Chiesa si pone come sentinella sul monte alto della fede e annuncia: "Ecco il vostro Dio! Ecco il Signore Dio viene con potenza".
Questo annuncio profetico si è realizzato in Gesù Cristo. Egli, con la sua predicazione e poi con la sua morte e risurrezione, ha portato a compimento le antiche promesse, rivelando una prospettiva più profonda e universale. Ha inaugurato un esodo non più solo terreno, storico, e come tale provvisorio, ma radicale e definitivo: il passaggio dal regno del male al regno di Dio, dal dominio del peccato e della morte a quello dell'amore e della vita. Pertanto, la speranza cristiana va oltre la legittima attesa di una liberazione sociale e politica, perché ciò che Gesù ha iniziato è un'umanità nuova, che viene "da Dio", ma al tempo stesso germoglia in questa nostra terra, nella misura in cui essa si lascia fecondare dallo Spirito del Signore. Si tratta perciò di entrare pienamente nella logica della fede: credere in Dio, nel suo disegno di salvezza, ed al tempo stesso impegnarsi per la costruzione del suo Regno. La giustizia e la pace, infatti, sono dono di Dio, ma richiedono uomini e donne che siano "terra buona", pronta ad accogliere il buon seme della sua Parola.
Primizia di questa nuova umanità è Gesù, Figlio di Dio e figlio di Maria. Lei, la Vergine Madre, è la "via" che Dio stesso si è preparata per venire nel mondo. Con tutta la sua umiltà, Maria cammina alla testa del nuovo Israele nell'esodo da ogni esilio, da ogni oppressione, da ogni schiavitù morale e materiale, verso "i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali abita la giustizia".
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* Concerto di Natale: Chiesa Filippini oggi
ore 16,30 con la Corale di Sambruson
* Conferenza-concerto con pianoforte a 4 mani Lunedì ore 21 in Auditorium S.Nicolò con musiche di Schubert.
* Sabato 20 ore 21 concerto de La fenice in Cattedrale.
* La luce di Betlemme è arrivata anche nella nostra chiesa, segno di pace e di speranza. Vi si può accendere una lampada da portare in famiglia. Oggi Natale in piazza a Chioggia.
* Ospitiamo nella nostra Chiesa i concerti di Natale della Scuola Paolo VI
- Lunedì ore 21, Scuola Elementare
- Martedì ore 21, Scuola Media
Avvento: Dio ci dona il suo tempo
Dall’Angelus di Papa Benedetto nella prima domenica di Avvento
Iniziamo con la prima Domenica di Avvento, un nuovo Anno liturgico. Desidererei partire da una constatazione molto concreta: tutti diciamo che "ci manca il tempo", perché il ritmo della vita quotidiana è diventato per tutti frenetico. Anche a tale riguardo la Chiesa ha una "buona notizia" da portare: Dio ci dona il suo tempo. Noi abbiamo sempre poco tempo; specialmente per il Signore non sappiamo o, talvolta, non vogliamo trovarlo. Ebbene, Dio ha tempo per noi! Sì: Dio ci dona il suo tempo, perché è entrato nella storia con la sua parola e le sue opere di salvezza, per aprirla all’eterno, per farla diventare storia di alleanza. In questa prospettiva, il tempo è già in se stesso un segno fondamentale dell’amore di Dio: un dono che l’uomo, come ogni altra cosa, è in grado di valorizzare o, al contrario, di sciupare; di cogliere nel suo significato, o di trascurare con ottusa superficialità.
La Colletta alimentare «batte» la crisi Paolucci su Avvenire
C'era di mezzo la crisi economica che morde e faceva presagire una raccolta inferiore rispetto al passato. E ci si è messo di mezzo anche il maltempo, che ha imperversato in molte città, rendendo tutto più difficile. Eppure la Giornata nazionale della Colletta alimentare ha fatto registrare un risultato migliore rispetto all'anno scorso. In 7500 supermercati i volontari hanno raccolto 8970 tonnellate di prodotti alimentari, offerti da oltre 5 milioni di persone, per un valore economico complessivo stimato in oltre 27mila euro. «La vera protagonista è stata la carità, la carità del popolo - dice monsignor Mauro Inzoli, presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus -. La risposta della gente è stata più grande della paura e della crisi. I numeri, in crescita anche in questa edizione, sono un segno di speranza: il cuore degli italiani e la gratuita capacità di condividere il bisogno degli altri hanno compiuto un miracolo. In un momento in cui si parla di calo dei consumi, la Colletta alimentare è andata in controtendenza».
A Chioggia e Pellestrina sono state raccolte oltre 17 tonnellate di viveri.
Lo scrittore e poeta cattolico Charles Péguy diceva che "la speranza è la fede preferita da Dio"; mentre George Bernanos, un altro grande scrittore cattolico, ha scritto che
"il peccato più grave è quello contro la speranza. É la disperazione".
Senza speranza l'umanità non vive, non ha futuro. Senza speranza l'uomo non intraprende nessuna azione. Con la speranza, maggiori sono le qualità morali e più grandi sono
le probabilità di far vincere il bene sul male.
Buon Avvento
Con questa prima domenica di Avvento inizia un nuovo anno liturgico: il Popolo di Dio si rimette in cammino, per vivere il mistero di Cristo nella storia. Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr Eb 13,8); la storia invece muta e chiede di essere costantemente evangelizzata; ha bisogno di essere rinnovata dall’interno e l’unica vera novità è Cristo: è Lui il pieno suo compimento, il futuro luminoso dell’uomo e del mondo. Risorto dai morti, Gesù è il Signore a cui Dio sottometterà tutti i nemici, compresa la stessa morte (cfr 1 Cor 15,25-28). L’Avvento è pertanto il tempo propizio per risvegliare nei nostri cuori l’attesa di Colui "che è, che era e che viene" (Ap 1,8). Il Figlio di Dio è già venuto a Betlemme venti secoli or sono, viene in ogni momento nell’anima e nella comunità disposti a riceverlo, verrà di nuovo alla fine dei tempi, per "giudicare i vivi e i morti". Il credente è perciò sempre vigilante, animato dall’intima speranza di incontrare il Signore, come dice il Salmo: "Io spero nel Signore, / l’anima spera nella sua parola. / L’anima mia attende il Signore / più che le sentinelle l’aurora" (Sal 129,5-6).
Queste parole diceva il Papa l’anno scorso nell’Angelus della prima domenica di Avvento. Vengono riprodotte in un libro che riporta le Omelie di Papa Benedetto, appena pubblicato da Libri Scheiwiller, dal titolo OMELIE, L’ANNO LITURGICO NARRATO da Joseph RATZINGER.
Nella prefazione, Sandro Magister scrive così: “Le omelie liturgiche sono una vetta del pontificato di Benedetto XVI. Senza di esse il magistero di questo papa teologo resterebbe incomprensibile. Così come senza di esse non si capirebbero un san Leone Magno, il primo pontefice di cui sia giunta a noi la predicazione liturgica, un sant’Ambrogio, un sant’Agostino, tutti quei grandi pastori e teologi, colonne delle Chiesa, che Joseph Ratzinger ha per maestri… Le omelie sono quanto di più genuino esce dalla mente di papa Benedetto.
Le scrive quasi integralmente di suo pugno, talvolta le improvvisa. Ma soprattutto imprime in esse quel tratto inconfondibile che distingue le omelie da ogni altro momento del suo magistero: il loro essere parte di un’azione liturgica, anzi esse stesse liturgia…”
Il vangelo di domenica scorsa
ha molto colpito i ragazzi,
che l’hanno ripreso
in vari incontri di catechismo.
I ragazzi hanno capito benissimo che abbiamo ricevuto tutto Dio
e che Egli merita che gli presentiamo la risposta di una vita
buona e fruttuosa
Ecco il commento
che Papa Benedetto
ha fatto domenica scorsa
al Vangelo dei talenti
“Il talento era un’antica moneta romana, di grande valore, e proprio a causa della popolarità di questa parabola è diventata sinonimo di dote personale, che ciascuno è chiamato a far fruttificare.
‘Un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni" (Mt 25,14).
L’uomo della parabola rappresenta Cristo stesso, i servi sono i discepoli e i talenti sono i doni che Gesù affida loro. Perciò tali doni, oltre alle qualità naturali, rappresentano le ricchezze che il Signore Gesù ci ha lasciato in eredità, perché le facciamo fruttificare: la sua Parola, depositata nel santo Vangelo; il Battesimo, che ci rinnova nello Spirito Santo; la preghiera – il "Padre nostro" – che eleviamo a Dio come figli uniti nel Figlio; il suo perdono, che ha comandato di portare a tutti; il sacramento del suo Corpo immolato e del suo Sangue versato. In una parola: il Regno di Dio, che è Lui stesso, presente e vivo in mezzo a noi.
Questo è il tesoro che Gesù ha affidato ai suoi amici, al termine della sua breve esistenza terrena.
La parabola odierna insiste sull’atteggiamento interiore con cui accogliere e valorizzare questo dono. L’atteggiamento sbagliato è quello della paura: il servo che ha paura del suo padrone e ne teme il ritorno, nasconde la moneta sotto terra ed essa non produce alcun frutto. Questo accade, per esempio, a chi avendo ricevuto il Battesimo, la Comunione, la Cresima seppellisce poi tali doni sotto una coltre di pregiudizi, sotto una falsa immagine di Dio che paralizza la fede e le opere, così da tradire le attese del Signore.
Ma la parabola mette in maggior risalto i buoni frutti portati dai discepoli che, felici per il dono ricevuto, non l’hanno tenuto nascosto con timore e gelosia, ma l’hanno fatto fruttificare, condividendolo, partecipandolo. Sì, ciò che Cristo ci ha donato si moltiplica donandolo! E’ un tesoro fatto per essere speso, investito, condiviso con tutti, come ci insegna quel grande amministratore dei talenti di Gesù che è l’apostolo Paolo.
L’insegnamento evangelico, che oggi la liturgia ci offre, ha inciso anche sul piano storico-sociale, promuovendo nelle popolazioni cristiane una mentalità attiva e intraprendente.
……………………………………..
Questa Domenica
si conclude l’anno liturgico A.
Domenica prossima
inizia il tempo dell’Avvento
con il nuovo anno liturgico B
…………
«I sacerdoti aiutano tutti. Aiuta tutti i sacerdoti» è lo slogan per la
Giornata nazionale per la sensibilizzazione alle offerte dedicate al sostentamento dei 39mila
sacerdoti diocesani.
Una preziosa occasione per informare su un argomento ancora non molto conosciuto. Pochi italiani sanno, infatti, che i sacerdoti che svolgono il proprio ministero pastorale nelle diocesi italiane non ricevono nulla dallo Stato, ma ogni comunità di fedeli è chiamata a partecipare al loro sostentamento anche attraverso offerte deducibili intestate all’Istituto centrale sostentamento clero. L’appuntamento è importante, inoltre per diffondere le motivazioni ecclesiali che stanno alla base di queste offerte: comunione, solidarietà, partecipazione e perequazione. Per ciascun fedele questa Giornata rappresenta un momento d’informazione e di
formazione personale, un’occasione per ringraziare non solo il proprio parroco, ma tutti i 39 mila sacerdoti. Un modo per comprendere sempre meglio il valore della loro opera. Lo scorso anno l’iniziativa ha permesso di raccogliere circa 156.000 offerte, per oltre 16 milioni di euro. Tali contributi concorrono a rendere possibile la remunerazione dei sacerdoti italiani tra i quali 36 mila in servizio attivo, 3 mila anziani e malati, oltre ai 600 fidei donum, impegnati nelle missioni nei paesi del Terzo Mondo. In media, oggi, un parroco con 30 anni di servizio pastorale in una comunità di 5 mila persone percepisce 1.032 euro al mese, di cui poco più della metà è data dal Sostentamento, mentre il resto è ricavato dalle offerte dei fedeli in Chiesa.
Nel pancone delle riviste si può ritirare il conto corrente per le offerte che sono deducibili dall’imponibile Irpef.
Nel cassettone alla porta della chiesa si possono pure versare entro la prossima settimana offerte libere che, cumulate insieme, saranno mandate all’ufficio centrale per il sostentamento del clero.
Condannata a morire
di fame e di sete
Loro non l’hanno fatto e non lo farebbero mai. Di chi parlo ? Dei familiari di quelle persone completamente inferme che vivono nelle nostre case di Borgo San Giovanni. Le mogli, i figli, i pochi o tanti amici: non gli verrebbe mai in mente di ‘staccare la spina’ o tanto peggio di non dare più acqua e cibo al papà, al fratello, all’amico infermo. Anzi, fanno un’attenzione puntuale di giorno e di notte alla macchina della respirazione, alle cannule inserite in qualche parte del corpo… Queste persone non hanno paura di amare. Non hanno paura della sofferenza che c’è dentro un amore vero.
Coloro che programmano la morte di Eluana - per fame e per sete! - lo fanno per un assurdo ‘atto di pietà’ oppure per risparmiare a se stessi il sacrificio dell’amore vero, come è l’accompagnare la sofferenza della persona che si dice di amare...!??
Padre Aldo, Paraguay
Ti chiamiamo «padre»
Il giorno per me incomincia alle 5 del mattino e termina alle 23. Sono un po' stanco, lo ammetto, ma Gesù è con me tutto il giorno, tutti giorni, così che tutto è più semplice e bello.
Nelle ultime ventiquattro ore ho accompagnato a morire sei malati. Debbo dire che il Cielo gode e l'Inferno freme dalla rabbia, perché la nostra clinica rilascia solo passaporti per il Cielo, e in quattro anni e alcuni mesi ne abbiamo già mandati quasi 600 in Paradiso. Dico così senza spiegare bene come vanno le cose, scusate.
Per andar con ordine: sono padre Aldo, e da 19 anni vivo ad Asunción, in Paraguay. Ho innumerevoli mansioni, qui, su cui non voglio dilungarmi, ma tra questa una delle più gratificanti (oltre che impegnative) è il lavoro nella piccola clinica, dove insieme a medici, infermieri, volontari aiutiamo chi ha bisogno di cure. E qui sono in tanti. Dalla nostra clinica, però, nessuno esce senza aver conosciuto il nome del Signore. Ed eccoci al mio modo dire, cioè che abbiam mandato in Cielo 600 malati.
Come vedete, è il lavoro più bello che ci sia. Perché a cosa servirebbe la vita se non ci fosse il Cielo? E che varrebbe vincere le 99 battaglie della vita se perdiamo l'ultima? Ebbene, io vivo, noi tutti nella clinica di Asunción viviamo perché quanti arrivano qui vincano l'ultima battaglia, perché conoscano il Signore e vadano in Cielo. E non vi dico la rabbia di quello 'del piano di sotto', come lo chiama una delle mie collaboratrici, qui, Lorenza.
Ho da qualche minuto firmato le pagelle dei 'miei' numerosi bambini. Quando sono arrivato alla casa numero 2 erano già tutti a letto. Solo la mamma Cristina, un figlio naturale, Richard, e un bebé di alcuni mesi, Arnaldo, stavano guardando la partita Paraguay-Venezuela (Lugo contro Chavez), vinta per 2 a 0 dal Paraguay.
La casa numero 2 è una delle case- famiglia che sono nate ad Asunción negli ultimi anni e che accolgono i bambini orfani o provenienti da situazioni familiari drammatiche, per dar loro una via d'uscita dalla violenza, dalla droga, dalla malattia. Per dar loro un futuro. Qui ci sono famiglie che si prestano a ospitarli, e che li accolgono come figli loro. È il caso di Cristina, alla casa numero 2, dove stasera sono passato per controllare le 'mie' pagelle. Mi si chiede di firmare lì dove c'è scritto: padre o madre. E io firmo: padre Aldo. Una bella soddisfazione, molto più grande dei numeri che ci sono dentro: solo qualche sufficienza e per il resto tutto da costruire. Però nessuno è più a 0, ma tutti a 1 (il sistema dei voti qui funziona così, approssimativamente).
Arrivare a 1 è stata l'impresa più difficile, adesso c'è tutta la vita per crescere e arrivare al massimo. C'è tutto da costruire, questo conta. Dopo la firma li ho guardati mentre dormivano: sono proprio belli, questi miei figli! Dietro i loro volti angelici quanti segni di violenza, di sopruso... Eppure adesso sono contenti nella loro casetta, bella, grande, nuova. Si sentono amati e io, personalmente, li adoro. Guai a chi me li tocca! Sono tutti qui per ordine giudiziario e, quindi, anche protetti legalmente contro ogni forma di violenza. Le cose vanno così, in Paraguay. Io vedo in ognuno di loro il bambino Gesù. E, pensate, mi chiamano 'papi'. Quando li sento provo un'emozione che non vi dico... anche se, data l'età, mi sento più un nonno che un papà. Però papà si è sempre quando la verginità è la forma della vita, mi ripeto.
Chi l'avrebbe detto, 19 anni fa, che quel prete un po' depresso il 10 settembre del 2008 sarebbe stato nominato cittadino 'illustre' di Asunción, con il sindaco che gli consegna le chiavi ella città? È quello che è successo oggi. Le chiavi di questa terra non contano mai molto, che sono quelle di San Pietro che dovrebbero preoccuparci tutti, e che io sono qui per far sì che attraverso quella porta, la porta del Cielo, passino sempre più persone: i miei figli, i miei malati, i figli che verranno, le persone che si ammaleranno. Che faccio di questo 'premio', dunque? Lo dedico alla divina Provvidenza, perché in fondo io in tutta questa vicenda, io non c'entro proprio nulla. O meglio, ho solo una grande responsabilità: quella di essere strumento, ogni giorno, prendendo sul serio la vita e il mio impegno….
Dal quotidiano Avvenire
donna del gruppo degli adulti che seguiamo mi ha chiesto: ma tu a chi obbedisci? Non le ho mai risposto, semplicemente ho detto: per il momento faccio già una grande fatica a obbedire alla realtà... All'epoca l'età e lo spirito un po' ribelle, devo confessarlo, mi rendevano quasi impossibile obbedire ai miei superiori. Volevo fare tutto di testa mia. Cercavo, invece, e con tutte le mie forze, di obbedire alla realtà: a quello che succedeva, alle situazioni che di volta in volta mi si ponevano davanti.
Oggi, con un po' più di anni sulle spalle, ho imparato a obbedire ai miei superiori, ma mi piace pensare che tutte questo ' bel casino' che la Provvidenza ha messo in piedi ad Asunción - con i bambini che trovano una casa e una mamma, con i giovani che si appassionano alla scuola e prendono bei voti, con i malati che muoiono recitando l'Ave Maria e l'amministrazione locale che si accorge che queste sono cose 'buone' - non esisterebbe se non avessi cercato in tutti i modi di obbedire anche alla realtà. Certo, molti dormirebbero meglio. Anche io. E non saremmo così stanchi, qui, con tutto il da fare che c'è. Ma i miei figli, i vecchietti assistiti, che gioia vederli sorridere! E io, questo rompiballe che ogni giorno mette a soqquadro il cielo e la terra con il suo mendicare, che fine avrei fatto? Non lo so davvero.
Così, dicevo, pian pianino ho imparato a obbedire a tutto e tutti.
E oggi, il 10 settembre, giorno in cui mi son messo a scrivere di questa 'storia', dopo aver ricevuto l'immeritato premio del sindaco di Asunción, mi ritrovo a commuovermi.
C'era, alla cerimonia, anche il Nunzio apostolico del Paraguay, con le lacrime agli occhi mentre ricordavo e ringraziavo don Giussani, don Massimo e tutti gli amici attraverso cui il Signore ha cambiato la mia vita. Se oggi sono qui, e faccio del bene, è per queste persone e perché il Signore ha deciso di cambiare la mia vita.
padre Aldo Trento Asunción ( Paraguay)
A Oxford cancellano il Natale. E i musulmani si stupiscono
Ci si potrebbe ridere sopra. E invece no. Perché chi prova ad uccidere le parole è spesso un assassino peggiore di chi, magari in situazioni estreme, uccide un uomo. E ora vogliono uccidere Christmas.
A Oxford, cittadina nota per le sue università sapientissime, il consiglio comunale ha deciso che quest'anno il Natale, per essere più inclusivo, cancellerà la parola Christmas per chiamarsi festival della Luce o qualcosa del genere. Uno dei leader di coloro da includere, la comunità musulmana, ha bollato la cosa come 'ridicola'. Ma i capi della città dei saggi hanno deciso di procedere ugualmente. E togliere quindi quella parola. Perché in quella parola c'è qualcosa che dà fastidio. C'è Christ che dà fastidio. Si fanno fuori le parole per far fuori la realtà. Si cancella Christmas per provare a cancellare Christ.
Ci si potrebbe ridere sopra. E infatti il capo musulmano ci ride sopra. Ride della dabbenaggine, della malevolenza dei capi della città dei saggi.
Ma la faccenda è seria. Non è un caso che queste cose avvengano nelle città dei saggi. Sono sempre loro a non sopportare Christ. Sono loro, i saggi di ogni epoca, a non sopportare quel nome che, è scritto, è sopra ogni altro nome, compreso quello stampato sui loro libri… Quel nome dà fastidio perché ricorda che la signoria del mondo non è nelle nostre mani, per quanto raffinate e ben curate. Ricorda che il Lord, il vero Lord, è Lui. Non viene in mente al popolo di togliere, di uccidere Christ. A meno che il popolo non sia sobillato dai saggi. Come avvenne la prima volta, nel piazzale del Sinedrio o fuori dal palazzo di Pilato. ...I saggi non sopportano più il nome di Christ, e trovano ogni scusa, compreso l'inclusione di quelli che invece non lo vogliono cancellato. E che se la ridono di questa saggezza anticristiana dell'Europa.
Il Suo nome dolce e meraviglioso è scritto con tutti i pianti e tutti i sorrisi del mondo. Lo vorrebbero cancellare dai documenti, dai libri, dai manifesti, dai calendari, ma sempre il suo nome risorge nella vita dl suo popolo.
Come sono ridicoli questi notai del niente… Davide Rondoni
novembre,
Angelus di Papa Benedetto XVI
...l'apostolo Paolo, scrivendo alle prime comunità, esortava i fedeli a "non essere tristi come gli altri che non hanno speranza". "Se infatti - scriveva - crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti" (1 Ts 4,13-14). E' necessario anche oggi evangelizzare la realtà della morte e della vita eterna, realtà particolarmente soggette a credenze superstiziose e a sincretismi, perché la verità cristiana non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere.
...Rinnoviamo la speranza della vita eterna fondata realmente nella morte e risurrezione di Cristo. "Sono risorto e ora sono sempre con te", ci dice il Signore, e la mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce. La speranza cristiana non è però mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri. Le nostre esistenze sono profondamente legate le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri. Così la preghiera di un'anima pellegrina nel mondo può aiutare un'altra anima che si sta purificando dopo la morte. Ecco perché oggi la Chiesa ci invita a pregare per i nostri cari defunti e a sostare presso le loro tombe nei cimiteri. Maria, stella della speranza, renda più forte e autentica la nostra fede nella vita eterna e sostenga la nostra preghiera di suffragio per i fratelli defunti...
E’ finito il Sìnodo sulla
PAROLA DI DIO
Parla un giornalista:
PRETI,
IMPARATE
dalle OMELIE
del PAPA
In nove giorni di discussione generale in aula, il sinodo dei vescovi su "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" ha concentrato molta della sua attenzione sull'omelia.
Nel tirare le fila della discussione – che è poi proseguita nei gruppi linguistici – il cardinale relatore Marc Ouellet ha fatto notare che, in effetti, l'omelia domenicale è per la gran parte dei cattolici di tutto il mondo l'unico momento di ascolto e di riflessione sulle Sacre Scritture, proclamate subito prima nella messa.
Di qui la sua importanza cruciale. E quindi l'urgenza, sottolineata da molti interventi, di elevare la qualità dell'omelia rispetto agli standard medi attuali, notoriamente scadenti. Ouellet ha raccolto e rilanciato la proposta – fatta da vari padri sinodali – di un "direttorio" che aiuti vescovi, preti e diaconi a preparare nel migliore dei modi l'omelia nella messa.
Ouellet ha anche richiamato l'attenzione su quell'amplificazione dell'ascolto e della visione delle Sacre Scritture che è data dalla musica e dalle arti figurative, amplificazione tuttora viva nelle Chiese di rito orientale, a fronte dell'impoverimento musicale e iconico che invece penalizza oggi le Chiese di rito latino.
Nè gli interventi in aula, né la relazione finale hanno fatto riferimento a concreti modelli di omelia, da prendere come buon esempio.
Un omileta esemplare era però già lì in mezzo a loro, in persona: papa Benedetto XVI.
Le omelie liturgiche sono una vetta del pontificato di Joseph Ratzinger. La meno frequentata e conosciuta, ma forse la più affascinante. Sono quanto di più genuino esce dalla sua mente. Le scrive per la gran parte di suo pugno e talvolta le improvvisa.
Anche quei rapidi commenti sulle letture bibliche della messa del giorno che egli pronuncia quasi ogni domenica prima dell'Angelus sono dei gioielli di omiletica.
Nelle Americhe alcuni preti se ne sono accorti e le prendono come traccia per le loro omelie della stessa domenica. Quando il papa recita l'Angelus di mezzogiorno a Roma, infatti, nelle Americhe è ancora l'alba: a Città del Messico sono le 5.30 del mattino, a Miami, Lima e Bogotà le 6.30, a Caracas le 7, a Buenos Aires e Santiago del Cile le 7.30, a Rio de Janeiro le 8.30.
Agenzie cattoliche americane come AciPrensa e CNA traducono e diffondono immediatamente in spagnolo, portoghese ed inglese gli Angelus di Benedetto XVI. Che registrano un picco di accessi.
È anche così che papa Ratzinger fa scuola. E ancora più ne farà quando fra tre settimane uscirà in Italia, edito da Scheiwiller, un libro – il primo del genere – con raccolte tutte le omelie di Benedetto XVI nell'ultimo anno liturgico.
Ma tornando al sinodo, c'è soprattutto un'omelia che ha particolarmente impressionato i padri. Ed è quella che Benedetto XVI ha pronunciato nell'aula sinodale la mattina del 6 ottobre, primo giorno dei lavori, durante la recita dell'Ora Terza dell'Ufficio Divino.
Benedetto XVI l'ha pronunciata interamente a braccio. I media di tutto il mondo hanno rilanciato unicamente il passaggio nel quale il papa ha fatto cenno al "crollo delle grandi banche". Ma è l'omelia intera che va letta e assaporata.
Sandro Magister, ROMA, 17 ottobre 2008
E’ finito il Sìnodo sulla
PAROLA DI DIO
Parla un giornalista:
PRETI,
IMPARATE
dalle OMELIE
del PAPA
In nove giorni di discussione generale in aula, il sinodo dei vescovi su "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" ha concentrato molta della sua attenzione sull'omelia.
Nel tirare le fila della discussione – che è poi proseguita nei gruppi linguistici – il cardinale relatore Marc Ouellet ha fatto notare che, in effetti, l'omelia domenicale è per la gran parte dei cattolici di tutto il mondo l'unico momento di ascolto e di riflessione sulle Sacre Scritture, proclamate subito prima nella messa.
Di qui la sua importanza cruciale. E quindi l'urgenza, sottolineata da molti interventi, di elevare la qualità dell'omelia rispetto agli standard medi attuali, notoriamente scadenti. Ouellet ha raccolto e rilanciato la proposta – fatta da vari padri sinodali – di un "direttorio" che aiuti vescovi, preti e diaconi a preparare nel migliore dei modi l'omelia nella messa.
Ouellet ha anche richiamato l'attenzione su quell'amplificazione dell'ascolto e della visione delle Sacre Scritture che è data dalla musica e dalle arti figurative, amplificazione tuttora viva nelle Chiese di rito orientale, a fronte dell'impoverimento musicale e iconico che invece penalizza oggi le Chiese di rito latino.
Nè gli interventi in aula, né la relazione finale hanno fatto riferimento a concreti modelli di omelia, da prendere come buon esempio.
Un omileta esemplare era però già lì in mezzo a loro, in persona: papa Benedetto XVI.
Le omelie liturgiche sono una vetta del pontificato di Joseph Ratzinger. La meno frequentata e conosciuta, ma forse la più affascinante. Sono quanto di più genuino esce dalla sua mente. Le scrive per la gran parte di suo pugno e talvolta le improvvisa.
Anche quei rapidi commenti sulle letture bibliche della messa del giorno che egli pronuncia quasi ogni domenica prima dell'Angelus sono dei gioielli di omiletica.
Nelle Americhe alcuni preti se ne sono accorti e le prendono come traccia per le loro omelie della stessa domenica. Quando il papa recita l'Angelus di mezzogiorno a Roma, infatti, nelle Americhe è ancora l'alba: a Città del Messico sono le 5.30 del mattino, a Miami, Lima e Bogotà le 6.30, a Caracas le 7, a Buenos Aires e Santiago del Cile le 7.30, a Rio de Janeiro le 8.30.
Agenzie cattoliche americane come AciPrensa e CNA traducono e diffondono immediatamente in spagnolo, portoghese ed inglese gli Angelus di Benedetto XVI. Che registrano un picco di accessi.
È anche così che papa Ratzinger fa scuola. E ancora più ne farà quando fra tre settimane uscirà in Italia, edito da Scheiwiller, un libro – il primo del genere – con raccolte tutte le omelie di Benedetto XVI nell'ultimo anno liturgico.
Ma tornando al sinodo, c'è soprattutto un'omelia che ha particolarmente impressionato i padri. Ed è quella che Benedetto XVI ha pronunciato nell'aula sinodale la mattina del 6 ottobre, primo giorno dei lavori, durante la recita dell'Ora Terza dell'Ufficio Divino.
Benedetto XVI l'ha pronunciata interamente a braccio. I media di tutto il mondo hanno rilanciato unicamente il passaggio nel quale il papa ha fatto cenno al "crollo delle grandi banche". Ma è l'omelia intera che va letta e assaporata.
Sandro Magister, ROMA, 17 ottobre 2008
La PAROLA DI DIO, libera e incatenata
La Parola corre e scende, come una feconda pioggia dal cielo. Desidero parlare dei martiri del XX secolo, specialmente quelli del mio paese, la Lettonia. Sacerdoti, uomini e donne sono morti per aver proclamato la Parola di Dio.
Ricordo il nostro sacerdote lettone Viktors, che durante il regime sovietico in Lettonia è stato arrestato perché possedeva la Sacra Bibbia. Agli occhi degli agenti sovietici le Sacre Scritture apparivano come un libro antirivoluzionario. Gli agenti gettarono per terra le Sacre Scritture e ordinarono al sacerdote di calpestarle. Il sacerdote rifiutò di farlo e si inginocchiò a baciare il libro. Per questo gesto venne condannato a dieci anni di lavori forzati in Siberia. Dieci anni dopo, quando il sacerdote ritornò alla sua parrocchia e celebrò la Santa Messa, lesse il Vangelo. Alzò il lezionario e disse: “La Parola di Dio!”. La gente pianse e ringraziò Dio. Non osò applaudirlo, perché ciò sarebbe stato interpretato come un’altra provocazione.
In Lettonia, durante l’era sovietica, non era consentito stampare libri religiosi, Sacre Scritture o catechismi. Il ragionamento che il governo faceva era questo: se non c’è la Parola di Dio stampata, non ci sarà nessuna religione.
Il nostro popolo lettone ha fatto ciò che già avevano fatto i cristiani dei primi secoli: ha imparato a memoria i brani delle Sacre Scritture. Ancora oggi in Lettonia è viva una tradizione orale.
Saliamo sulle spalle dei nostri martiri per proclamare la Parola di Dio.
I nostri nipoti ricordano i nonni e le nonne che sono morti per la loro fede e desiderano, a loro volta, essere“eroi” della fede.
In Lettonia proclamiamo la Parola viva di Dio! Facciamo processioni e pellegrinaggi, cantiamo e preghiamo e diciamo: “Questa è la Parola di Dio” per la quale sono morti i nostri nonni. In Lettonia, quando la Santa Messa dura solo un’ora, la gente dice che si tratta solo di un riscaldamento per il vero incontro con Dio nel Sacramento e nella Sua Parola.
Mons. JUST, vescovo di Lettonia, al Sinodo dei Vescovi in corso a Roma
La prima santa dell’India
Oggi don Thomas è a Roma insieme con altri sacerdoti e tanti cristiani venuti dall’India per la canonizzazione di quattro 4 nuovi santi, tra cui la prima indiana, insieme a un'ecuadoregna, un'evangelizzatrice della Colombia e un sacerdote italiano
Nel momento in cui i cristiani dell'India subiscono una dura persecuzione, viene proclamata santa Alfonsa dell'Immacolata Concezione (Anna Muttathupadathu), religiosa della
Congregazione del Clarisse del Terz'Ordine di San Francesco.
Così ci racconta don
Thomas,
“Suor Alfonsa è nata nel 1910 nel Kerala e Dio la chiamò a sé nel 1946. E’ la prima donna e suora indiana, per nascita e formazione, ad essere proclamata santa. Apparteneva a una congregazione religiosa, le clarisse francescane. La sua biografia narra di fatiche, sofferenze, gioie e soprattutto di fedeltà d’amore al Signore Gesù. Ha vissuto una vita simile a quella di Santa Teresa del Bambin Gesù. Pregava e offriva le sofferenze per le missioni e i missionari. Con la sua intercessione e ispirazione la Chiesa indiana ha tante vocazioni missionarie”
Si ricordano in questi giorni
i quarant’anni dalla morte
di Romano Guardini,
grande teologo tedesco nato
a Verona e profondamente
conosciuto e apprezzato
in particolare da Papa
Benedetto.
Un episodio di guerra da lui
raccontato c’entra con il Sinodo
dei vescovi sulla Parola di Dio.
“...Un reparto si trovava in una situazione disperata. Un cappellano militare era presente e sentendo che non aveva da dire nulla di accettabile in quell’ora, tolse di tasca il libro del Nuovo Testamento, ne strappò le pagine e ne diede una ad ogni uomo…”
Quasi un’Eucaristia…
Papa Benedetto: la casa sicura
IL grande Salmo 118 sulla Parola di Dio è un elogio di questa sua Parola. Si parla della solidità della Parola. Essa è solida, è la vera realtà sulla quale basare la propria vita. Gesù continua questa parola del Salmo: «Cieli e terra passeranno, la mia parola non passerà mai». Umanamente parlando, la parola, la nostra parola umana, è quasi un niente nella realtà, un alito. Appena pronunciata, scompare. Sembra essere niente. Ma già la parola umana ha un forza incredibile. Sono le parole che creano poi la storia, sono le parole che danno forma ai pensieri, i pensieri dai quali viene la parola. È la parola che forma la storia, la realtà.
Ancor più la Parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà. E per essere realisti, dobbiamo proprio contare su questa realtà. Dobbiamo cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare, sarebbero la realtà più solida, più sicura. IL Signore ci parla delle due possibilità di costruire la casa della propria vita: sulla sabbia e sulla roccia. Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: i soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il cielo, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella Parola di Dio, il fondamento di tutto. Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza. Tutte le cose vengono dalla Parola, sono un prodotto della Parola. "All'inizio era la Parola”. La realtà nasce dalla Parola. Tutto è creato dalla Parola e tutto è chiamato a servire la Parola. Questo vuol dire che tutta la creazione alla fin fine, è pensata per creare il luogo dell'incontro tra Dio e la sua creatura, un luogo dove l'amore della creatura risponda all'amore divino, un luogo in cui si sviluppi la storia dell'amore tra Dio e la sua creatura.
Preghiera per il Sinodo dei Vescovi
Signore Gesù Cristo, al quale il Padre ci ha comandato di dare ascolto come suo Figlio diletto, illumina la tua Chiesa, perché essa non consideri nulla di più santo che udire la tua voce e seguirti. Tu sei il Sommo Pastore e il Signore delle anime. Volgi il tuo sguardo ai Pastori della tua Chiesa che in questi giorni si riuniscono con il successore di Pietro in Assemblea sinodale. Ti preghiamo di santificarli nella verità e di confermarli nella fede e nell'amore.
Signore Gesù Cristo, manda il tuo Spirito d'amore e di verità sui Vescovi che celebrano il Sinodo e su tutti coloro che li aiutano nell'adempimento
del loro compito. Rendili fedeli a ciò che lo Spirito dice alle Chiese e,
attraverso di esso, ispira le loro anime e insegna loro la verità.
Attraverso il loro lavoro, possano i fedeli essere purificati e rafforzati nello spirito per seguire il Vangelo della salvezza da Te operata e divenire
offerta vivente al Padre celeste.
Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, assista oggi i Vescovi come un tempo gli Apostoli nel Cenacolo, e interceda con il suo materno sostegno per promuovere fra di loro la comunione fraterna, affinché, in prosperità e pace, possano gioire nella serenità di questi giorni e, scrutando i segni dei tempi, celebrare la maestà di Dio misericordioso, Signore della storia, a lode e gloria della
Santissima Trinità Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.
Il Cardinal Bagnasco: Situazione dell’Italia e persecuzioni dei cristiani
All’incontro con il Consiglio dei vescovi italiani la scorsa settimana, il cardinal Bagnasco ha dedicato un lungo passaggio alla “pulizia religiosa” di cui sono vittime i cristiani in India, dove il massacro dei cristiani ha un motivo profondo: il fatto che la Chiesa si sia molto impegnata in India per migliorare la condizione della casta più bassa della società indiana. E per questo si è resa colpevole di ledere all’equilibrio sociale. Ha parlato anche del “calvario dei cristiani in Iraq”. Questi fatti sono legati alla questione della libertà religiosa. Anche Benedetto XVI ne ha parlato nel viaggio negli Stati Uniti, i quali, per come è strutturata la loro democrazia, rappresentano un esempio di laicità positiva, e nel viaggio in Francia, dove il presidente Sarkosy propone una forma di laicità aperta alla religione.
Il Papa aveva detto a Parigi: «Quando il cittadino europeo vedrà e sperimenterà personalmente che i diritti inalienabili della persona umana, dal concepimento fino alla morte naturale, come anche quelli relativi all’educazione libera, alla vita familiare, al lavoro, senza dimenticare naturalmente i diritti religiosi, quando dunque il cittadino europeo si renderà conto che questi diritti, che costituiscono un tutto indissolubile, sono promossi e rispettati, allora comprenderà pienamente la grandezza dell’edificio dell’Unione e ne diverrà un attivo artefice» .
Ha detto Bagnasco : “Ecco perché ci piacerebbe che dalla classe politica come da parte degli intellettuali e dell’opinione pubblica, venisse rivolta una nuova, vigorosa attenzione al tema della libertà religiosa quale caposaldo della civiltà dei diritti dell’uomo e come garanzia di autentico pluralismo e vera democrazia. Forse che, alla luce anche degli eventi più recenti, non ha ragione Alexis de Tocqueville ad asserire «che il dispotismo non ha bisogno della religione, la libertà e la democrazia sì». La libertà religiosa infatti non è un optional più o meno gentile che gli Stati concedono ai cittadini più insistenti, né una concessione paternalisticamente riconducibile al principio della tolleranza. È piuttosto il caposaldo delle libertà ed il criterio ultimo di salvaguardia delle stesse, in quanto iscritto nello statuto trascendente della persona e nella indisponibilità di questa rispetto a qualsiasi regime e a qualsiasi dottrina”.
Ecco come viene descritta la situazione dell’Italia. Positiva la riforma federalista, positivo il giudizio sugli “scenari più sereni che sembrano profilarsi sul fronte della giustizia, più che positivo il giudizio sulla riforma scolastica, nel quale “si stanno mettendo in campo innovazioni e recuperi volti a dare una maggiore credibilità ed efficacia all’istituzione ai suoi operatori. Invece, giudizio sospeso per quanto riguarda le politiche familiari. In attesa di una nuova generazione di laici cristiani impegnati (sulla scia dell’appello del Papa da Cagliari). Critica la situazione immigrazione: “Su questo fronte nell’ultimo periodo stanno emergendo qua e là dei segnali di contrapposizione anche violenta che sarà bene da parte di collettività a vari livelli non sottovalutare”.
Infine, il caso di Eluana Englaro. C’è chi pensa che a questo punto è necessaria una legge sul fine vita, per regolamentare la questione e mettere in chiaro il no all’eutanasia, e chi pensa che questo sarebbe solo un’apertura verso il testamento biologico. Bagnasco punta ad una legge, per evitare di aprire la strada all’interruzione legalizzata del nutrimento vitale: “Si è imposta così una riflessione nuova da parte del Parlamento nazionale, sollecitato a varare, si spera col concorso più ampio, una legge sul fine vita che, riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili, rese in forma certa e esplicita, dia allo stesso tempo tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato, e sul rapporto fiduciario tra lo stesso e il medico, cui è riconosciuto il compito di vagliare i singoli atti concreti e decidere in scienza e coscienza”.
Non possiamo esimerci dallo stigmatizzare anche pubblicamente su queste colonne – e sappiamo di interpretare il pensiero di molti, se non di tutti – il modo con cui sono stati presentati gli avvenimenti sulla stampa locale e non solo. A scanso di equivoci, ci riferiamo soprattutto al quotidiano
“Il Gazzettino” e al suo corrispondente che ha lanciato per primo la notizia in modo del tutto irriguardoso (e con non poche inesattezze), dando la stura ad una sorta di
indegno sciacallaggio che si è abbattuto sulla persona e, in certa misura, sulla chiesa diocesana. Lo stesso giornale si è poi prodotto per tre giorni di fila in una serie di assurdi titoloni a tutta pagina, evocando persino i “corsi di rieducazione” (emettendo insieme sentenza, condanna e pena)…. (da Nuova Scintilla)
per i sacerdoti chiarezza e carità
Nei giorni scorsi siamo venuti a conoscenza di un fatto grave, che sarebbe stato compiuto da un nostro sacerdote, e al quale si è data straordinaria pubblicità. Sappiamo che i mezzi di informazione, pur così utili e importanti, non sono esenti da rischi. Infatti per la fretta di offrire notizie o per insufficienza di dati, a volte le cose vengono presentate in modo incompleto e anche inesatto. Talora poi, con il metodo dell’inchiesta, si mettono avanti pareri personali, anche contraddittori, che nella gente possono fare opinione o confusione.
Precisato questo, è doveroso ricordare che nella misura in cui quel fatto riportato risponde a verità, si tratta di offesa prima di tutto a Dio, e poi a una famiglia, a chi l’ha compiuto, al presbiterio e all’intera comunità ecclesiale.
Anche in questo caso però, come in altri, vale per noi l’ammonimento di Gesù: “Non giudicate, per non essere giudicati” (Mt 7,1). Solo Dio conosce tutto, anche la mente e il cuore, dove si incrociano libertà e responsabilità. C’è una fragilità, e quindi una possibilità di peccare, che ci riguarda tutti. Il sacerdozio e la vita religiosa offrono molti aiuti alla fedeltà; ma non assicurano da debolezze, non garantiscono da colpe, non rendono impeccabili.
D’altra parte, pur essendo grande la responsabilità di un sacerdote, che dovrebbe essere sempre per gli altri esempio e guida, non dobbiamo dimenticare che, a fronte di molti che per fortuna sostengono il prete, non mancano persone che direttamente o indirettamente lo sospingono a mancare. Anche di queste eventuali complicità un giudizio retto dovrebbe tenere conto.
Se la debolezza ci accomuna, siamo certi però che c’è per tutti anche la misericordia e quindi il perdono di Dio: con la possibilità di ripartire per una vita nuova mediante la conversione sincera. La fede e anche l’esperienza ci insegnano che il Signore può servirsi anche dei nostri sbagli e fallimenti per renderci umili, e quindi strumenti adatti nelle sue mani. Di fronte alla eventuale debolezza e incoerenza di qualcuno, sarebbe ingiusto dimenticare la fedeltà, l’impegno di santità e la dedizione di tanti e tanti altri: veri testimoni di Dio, con la parola e con la vita. Essi, lo sappiamo, non fanno notizia.
Così pure, di fronte a degli sbagli anche gravi, non si dovrebbe dimenticare il bene in precedenza compiuto, che a volte è davvero grande e prezioso. La stima e la riconoscenza aiutano a dare anche in futuro il meglio di sé.
Se abbiamo uno sguardo di fede, ci accorgiamo che anche nei fatti negativi c’è per noi un invito, quasi una chiamata. I preti hanno il dovere di pregare per il popolo; ma anche le comunità cristiane, più che lasciarsi andare a lamenti, critiche o scoraggiamento, dovrebbero pregare molto per i propri preti, amarli e sostenerli con fattiva collaborazione, in modo che non si sentano mai né soli né scoraggiati. Certa cultura di oggi, anche attraverso i mass media, tende ad “abbassare” il sacerdote e, in nome della cosiddetta comprensione, invoca per lui la possibilità di sposarsi; salvo poi, quando sbaglia, colpirlo e gridare allo scandalo.
Noi sappiamo che è a Gesù e alla Chiesa che dobbiamo chiedere come deve essere il prete, il pastore d’anime, l’apostolo di oggi. E comunque anche il buon senso e l’esperienza insegnano che non è abbassando le montagne che si avranno scalatori più bravi e numerosi. Può darsi che il Signore, Lui che sa trarre il bene anche dal male, permetta certi fatti che ci fanno anche soffrire, per provocare un sussulto di generosità, una risposta coraggiosa e radicale nel cuore dei giovani, e non solo di loro.
+ Vescovo Angelo
Perché i cristiani contano meno degli orsi?
Il Cardinale Caffarra denuncia il silenzio dei media sulle persecuzioni in India
Il 9 settembre scorso, in occasione della giornata di preghiera e di digiuno per i cristiani perseguitati nello Stato indiano dell’Orissa, il Cardinale Carlo Caffarra ha denunciato il “silenzio assordante dei media”, più preoccupati degli orsi che dei cristiani, ed ha spiegato “la grandezza del martire che smaschera la povera nudità del relativismo”.
Di fronte ai fedeli riunita nella Cattedrale di Bologna, l'Arcivescovo ha rivolto il pensiero ai fratelli e alle sorelle indiani, perseguitati e martirizzati ed ha ribadito l’accorato appello del Papa, sostenendo di volere con il “digiuno e la preghiera condividere la stessa passione di chi è perseguitato per il nome del Signore”.
Solidale e vicino alle sofferenze e ai disagi dei cristiani indiani, il porporato ha denunciato “‘l’assordante silenzio’ che i mezzi della comunicazione (esclusi quelli cattolici) stanno mantenendo su queste gravi violazioni a fondamentali diritti della persona: il diritto alla vita, e il diritto alla libertà religiosa”.
Il Cardinale si è poi chiesto: “perché ci si mostra più preoccupati della sorte degli orsi polari che di uomini e donne colpevoli solo di aver scelto la fede cristiana?”.
“Il martirio disturba gravemente chi ritiene che alla fine tutto è negoziabile; chi nega che esista qualcosa di indisponibile e che non può essere mercanteggiato”.
“Il martire esalta la dignità della persona in modo che non può che essere censurato da chi pensa che alla fine l’uomo è solo un frammento corruttibile di un tutto impersonale. La grandezza del martire smaschera la povera nudità del relativismo”.
Gesù è morto in Croce per salvarci e “i nostri fratelli e sorelle stanno percorrendo la via del Signore. Essi sono il chicco di grano che caduto nella terra indiana, porterà molto frutto. Hanno ritenuto che è meglio, se così vuole Dio, soffrire operando il bene piuttosto che facendo il male”.
“I fratelli e sorelle perseguitati ci stanno dando il più grande insegnamento sull’uomo, sulla sua dignità, sulla sua altissima vocazione”, per questo “non ci turbi più nulla, ma adorando solo Cristo nel nostro cuore, siamo pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in noi”.
Eran trecento
ora sono
sessantacinquemila
C’è un “popolo della notte” che non è quello che si muove tra discoteche e ritrovi, ma che cammina per 28 chilometri tra Macerata e Loreto, prega, canta, ascolta, chiede aiuto alla Madonna, s’interroga sul destino e sulla esistenza. Si tratta di un popolo che ogni anno, da trent’anni, parte da Macerata e va fino al Santuario di Loreto in pellegrinaggio.
Era una sera di giugno del 1978 quando l’insegnante di religione don Giancarlo Vecerrica, ora Vescovo di Fabriano-Matelica, guidò un gruppo di 300 giovani marchigiani in pellegrinaggio che dallo stadio Helvia Recina di Macerata arrivò fino al Santuario di Loreto.
A trent’anni di distanza la partecipazione al pellegrinaggio, proposto da Comunione e Liberazione insieme alle diocesi marchigiane e guidato come allora da Vecerrica, ha raggiunto nel 2007 le sessantacinquemila presenze, rendendolo così il cammino devozionale più numeroso tra quelli che si svolgono in Italia.
Il corteo dei pellegrini, che in alcuni punti raggiunge i tre chilometri di lunghezza, attraversa i paesi e le campagne con un vasto seguito da parte degli abitanti dei centri attraversati, che durante la notte attendono il passaggio ai bordi delle strade e dalle finestre delle case. Tra i partecipanti ci sono soprattutto giovani, ma anche intere famiglie, anziani, operai e professionisti, insegnanti, volontari, membri di associazioni e movimenti, provenienti da tutta l’Italia e dall’estero.
Nel 1993 insieme agli esponenti di primo piano della Chiesa cattolica partecipò anche il Pontefice Giovanni Paolo II.
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Da Chioggia sabato 7 giugno, partiranno tre corriere di persone per partecipare al pellegrinaggio. Parteciperanno anche decine di persone della parrocchia, con il parroco don Angelo.
Chi volesse affidare ai pellegrini le proprie intenzioni di preghiera, le può scrivere su un foglio e consegnarle in busta chiusa. Al termine del pellegrinaggio verranno bruciate ai piedi della Vergine di Loreto.
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Cannes premia Rose
una vita con i malati di Aids nel cuore dell'Africa
Rose ha il volto scavato dalla fatica, ma lo sguardo lieto di chi ha speranza. Le sue parole, i suoi sorrisi, i suoi gesti ci introducono nella vita delle donne e dei bambini di Kampala, toccati da quel male che in Africa assume sempre più i connotati di una strage, l'HIV.
Ma è lei, "zia" Rose, "mamma" Rose, come la chiamano nel villaggio, la vera protagonista di "Greater-Defeating HIV", il documentario scritto e diretto da Emmanuel Exitu, vincitore a Cannes del premio Babelgum, premiato in persona da Spike Lee.
Un protagonismo discreto, deciso ma mai autoreferenziale, una donna conscia della importanza del suo ruolo come fondatrice del Meeting Point, ma anche del fatto che, come lei stessa dice, la felicità per queste persone è al di là dell'aiuto che l'associazione può dare. Un aiuto che è innanzitutto un'educazione che porta addirittura queste donne e questi bambini, a farsi donatori a loro volta quando, lavorano per sostenere i superstiti dell'uragano Katrina, a New Orleans, dall'altra parte del mondo.
Usi e costumi
Questione di testa e cuore
Il campo sportivo o la chiesa ?
La messa o la partita ?
Come risolvere il dilemma ?
C’è chi lo risolve tagliando via la messa e la chiesa. Come può capitare anche quando la famiglia va in gita o quando il turno di lavoro del papà o della mamma cade di domenica.
Qualcuno si scusa in questo modo: “Non sono venuto a messa perché ho avuto un impegno”.
Càpita invece di vedere alla messa del sabato sera alcuni ragazzi che la domenica hanno la partita; oppure si capisce che la tal famigliola va in gita la domenica, perché li vedi tutti insieme a messa il sabato sera, o magari la mattina della domenica alle 7,30. Oppure, qualche giorno dopo vengono a dirti com’era bella quella chiesa di montagna, o com’era gustoso il canto di quella messa in campagna.
Chi ama Gesù, non lo perde, e non trascura la messa. Chi ama la sua comunità, la frequenta e non la molla. E’ questione di cuore, di affetto.
E anche di testa, di intelligenza. E’ meglio se i cristiani usano testa e cuore insieme.
Dopo l’incontro di martedì sulla
questione educativa
...Anch’io ho fatto non poca fatica con i miei figli nel periodo dell’adolescenza, in modo particolare nel loro rapporto con la scuola. Come molti ragazzi chiedevano sempre: “A che cosa mi serve?” Qualche volta quello che sentivano contrastava con l’insegnamento ricevuto a casa, e perciò il loro impegno si trascinava a fatica…
Ma un giorno, a uno dei miei figli è successa una cosa. Ha incontrato la sua ragazza. Non è che se uno incontra la ragazza cambia sempre in bene. Voglio dire che è l’ imbattersi con una presenza che affascina e con cui ti paragoni, che diventa motivo di cambiamento. Questo può avvenire con un amico, una compagnia, un adulto, anche un insegnante. Perciò il compito di noi genitori ed educatori è favorire - affinché il cambiamento sia in positivo - che questo incontro eccezio-nale avvenga con Gesù attraverso la sua Chiesa. Allora questo diventa la misura di riferimento che ci fa decidere della vita. Poi agisce la GRAZIA, quando viene accolta dalla libertà di ciascuno.
Una mamma
Convegno sui 500 anni
dell’Apparizione della Madonna della Navicella
STORIA, FEDE,
CULTURA
Martedì 29 aprile ore 18
Auditorium S.Nicolò
a Chioggia
Partecipano
Prof. Sergio Perini
Don Alfredo Mozzato
Prof. Pierantonio Gios
S.Ecc. Dino De Antoni
In margine alle elezioni
D’accordo che il prete non deve fare propaganda elettorale: si tratta di un princi-
pio sano e costruttivo per non finire intrigato nelle contese politiche, e garantire per sé e per altri una legittima libertà di scelta. I cristiani non si aspettano la salvezza dalla politica. Chi ci salva è il Signore Gesù. Egli, presente e vivo nella nostra storia attraverso la vita e l’opera della sua Chiesa è, come dice Papa Benedetto, la nostra grande speranza. Ma adesso a bocce ferme, cioè a campagna elettorale finita, si potrà almeno tirare un sospiro di sollievo; non vedremo più – o speriamo di vedere assai meno – nei tg dell’ora di pranzo e cena le facce di coloro che ci venivano a pontificare i nuovi diritti di Sodoma e Gomorra; di chi inveiva contro il Papa e la Chiesa nella pretesa di toglier loro il diritto di parola e quasi di esistenza; di chi andava a ferire il buon senso comune della gente che vive. Aberrazioni sessuali, strane combinazioni di unioni di tutti i tipi venivano proposte a modello di modernità e lanciate come nuova felicità per tutti. Una concezione assurda di laicità, che mirava a cancellare ogni espressione pubblica dei cristiani, irridendo ogni loro pronunciamento e azzerandone ogni forma di presenza, veniva proposta come formula definitiva della modernità.
Il popolo semplice ha dimostrato una imprevista saggezza, respingendo fuori dallo schermo i cattivi maestri. I quali troveranno senza dubbio altri pulpiti e altre forme per i loro proclami ma almeno non ci saranno imposti come maestri inevitabili e autorevoli. Chi vuole li seguirà e dovrà sperimentare sulla propria carne e sulla propria anima il disfacimento dell’umano. I nostri maestri sono e restano altri: il Papa e coloro che ne seguono o almeno ne rispettano il dettato. Certamente a nessuno dovranno essere tolti libertà di pensiero e diritto di parola, ma ci si aiuti almeno a distinguere tra maestri e corruttori, tra chi ricerca pazientemente la verità e chi proclama il diritto pubblico del vizio, tra chi continua a sbagliare e a peccare per errore o per debolezza, e chi sovverte la verità scambiando i ruoli della vita. E tuttavia nemmeno da questa svolta del fronte politico ci verrà la salvezza. Ai politici di tutti i fronti chiediamo di non impancarsi a maestri di morale pubblica o familiare o personale. Non pretendano di farci da maestri di vita, ma salvaguardino la nostra libertà e quella della Chiesa, anche nelle sue espressioni pubbliche e nel contributo che la Chiesa stessa può dare e dà alla vita degli uomini. Provvedano a creare le condizioni per il bene comune nelle sue espressioni fondamentali, come la vita stessa e la sua reale sussistenza; la famiglia e la possibilità concreta di costruirsela; la libertà di educare. Per il contenuto della vita, della morale, della felicità, abbiamo già così buoni maestri che non ci interessa scambiarli con nessun altro.
Don Angelo
In margine alle elezioni
D’accordo che il prete non deve fare propaganda elettorale: si tratta di un princi-
pio sano e costruttivo per non finire intrigato nelle contese politiche, e garantire per sé e per altri una legittima libertà di scelta. I cristiani non si aspettano la salvezza dalla politica. Chi ci salva è il Signore Gesù. Egli, presente e vivo nella nostra storia attraverso la vita e l’opera della sua Chiesa è, come dice Papa Benedetto, la nostra grande speranza. Ma adesso a bocce ferme, cioè a campagna elettorale finita, si potrà almeno tirare un sospiro di sollievo; non vedremo più – o speriamo di vedere assai meno – nei tg dell’ora di pranzo e cena le facce di coloro che ci venivano a pontificare i nuovi diritti di Sodoma e Gomorra; di chi inveiva contro il Papa e la Chiesa nella pretesa di toglier loro il diritto di parola e quasi di esistenza; di chi andava a ferire il buon senso comune della gente che vive. Aberrazioni sessuali, strane combinazioni di unioni di tutti i tipi venivano proposte a modello di modernità e lanciate come nuova felicità per tutti. Una concezione assurda di laicità, che mirava a cancellare ogni espressione pubblica dei cristiani, irridendo ogni loro pronunciamento e azzerandone ogni forma di presenza, veniva proposta come formula definitiva della modernità.
Il popolo semplice ha dimostrato una imprevista saggezza, respingendo fuori dallo schermo i cattivi maestri. I quali troveranno senza dubbio altri pulpiti e altre forme per i loro proclami ma almeno non ci saranno imposti come maestri inevitabili e autorevoli. Chi vuole li seguirà e dovrà sperimentare sulla propria carne e sulla propria anima il disfacimento dell’umano. I nostri maestri sono e restano altri: il Papa e coloro che ne seguono o almeno ne rispettano il dettato. Certamente a nessuno dovranno essere tolti libertà di pensiero e diritto di parola, ma ci si aiuti almeno a distinguere tra maestri e corruttori, tra chi ricerca pazientemente la verità e chi proclama il diritto pubblico del vizio, tra chi continua a sbagliare e a peccare per errore o per debolezza, e chi sovverte la verità scambiando i ruoli della vita. E tuttavia nemmeno da questa svolta del fronte politico ci verrà la salvezza. Ai politici di tutti i fronti chiediamo di non impancarsi a maestri di morale pubblica o familiare o personale. Non pretendano di farci da maestri di vita, ma salvaguardino la nostra libertà e quella della Chiesa, anche nelle sue espressioni pubbliche e nel contributo che la Chiesa stessa può dare e dà alla vita degli uomini. Provvedano a creare le condizioni per il bene comune nelle sue espressioni fondamentali, come la vita stessa e la sua reale sussistenza; la famiglia e la possibilità concreta di costruirsela; la libertà di educare. Per il contenuto della vita, della morale, della felicità, abbiamo già così buoni maestri che non ci interessa scambiarli con nessun altro.
Don Angelo
Papa BENEDETTO
in America
Come ha fatto l’apostolo Pietro nella piazza di Gerusalemme, Papa Benedetto la domenica di Pasqua ha annunciato a milioni di persone nel mondo: “Cristo è risorto, alleluia”.
In questi giorni Papa Benedetto si reca negli Stati Uniti. Possa continuare a realizzare fruttuosamente la sua vocazione come successore di Pietro, annunciando la mondo intero la buona novella assolutamente unica della risurrezione di Cristo dai morti. Non potremo desiderare nulla di meglio da Benedetto XVI se non che continui a mostrarsi un papa pasquale per un popolo pasquale. (dalla rivista America
PRIMAVERA
Sta arrivando la primavera, anche se c’è ancora un’alternanza di tempo bello e brutto. Quando arriva questa stagione, la mia vita cambia e io sono più felice e più sereno.
A volte, guardando i primi fiori sbocciare, mi capita di riflettere che non avrei mai potuto osservare tale bellezza se non mi fosse stata donata la vita da qualcuno più grande di me.
Da noi, qui in città, non si nota molto la primavera, ma andando in campagna ti accorgi di molti cambiamenti nell’ambiente che ti circonda. Sugli alberi spogli fanno la loro comparsa le prime gemme e i fiori cominciano a sbocciare. Inoltrandosi in un bosco, poi, tutto questo è molto più visibile.
In primavera sembra che tutto rinasca, che tutto riprenda vita, come per gli animali che si risvegliano dal letargo o per gli uccelli migratori che ritornano.
A me capita spesso di osservare la primavera nei fiori che sbocciano, perché nel giardino di mia nonna ci sono molti alberi e fiori molto belli da vedere. Allora vado a chiamare la mia famiglia per osservare insieme la bellezza della primavera. Infatti osservare ciò che ti circonda è molto bello, ma se condividi questa bellezza e questa gioia con gli altri, gli amici e le persone che ti vogliono bene, allora diventa bellissimo ! Così mi sento più sereno e felice.
La primavera trasmette una sensazione molto bella di felicità a chi la sa ascoltare, perché la primavera va osservata, ma anche ascoltata.
Le quattro stagioni potrebbero essere paragonate alla vita di Gesù. La primavera potrebbe rappresentare la nascita di Gesù; l’estate Gesù che diventa adulto; l’autunno Gesù che viene tradito e l’inverno Gesù morto in croce per noi.
La primavera per me è la stagione più bella di tutte perché è proprio la stagione in cui tutto rinasce, come se si ricominciasse!
Chioggia, 28/03/2008
Giacomo Chiappetta, prima media
PER L’EUCARISTIA
Non si può dire che siano accorse le folle per l’Adorazione Eucaristica delle Quarantore, anche se hanno partecipato molte persone fedeli.
Un fatto merita di essere raccontato. Lunedì il parroco aveva detto ai bambini e ai ragazzi di ‘portare un fiore a Gesù’ nei giorni seguenti: un fiore vero preso dal proprio giardino o dalla pianta del davanzale, oppure un fiore simbolico, come l’offerta dello studio, di un favore, ecc.
Nei giorni seguenti alcuni ragazzi di prima media hanno portato dei vasetti di fiori reali; alcuni bambini di terza elementare hanno portato dei fiorellini; un bambino ha portato ogni giorno un fiore e l’ha deposto ai piedi dell’altare, fermandosi a dire una preghiera a Gesù.
GIOVANI: ESPERIENZE PASQUALI
Nei giorni prima di Pasqua si è svolto a Rimini il triduo di GS.
Erano circa 7000 ragazzi all’incontro annuale della Settimana santa.
E’ arrivato questo sms di Benedetta:
La croce non è solo sofferenza, ma anche amore… Il miracolo più grande della vita è essere amati. La scoperta di oggi è stata sorprendente. Tutto ha più senso. Grazie Signore per questa compagnia!.
Il messaggio di Idil:
Siamo senza difesa di fronte al Mistero che diventa uomo e muore per l’uomo. Rifiutare la misericordia e il perdono è l’estremo rifiuto dell’esistenza di Qualcuno più grande di noi.
Nicoletta:
Dio ha risposto al nostro grido con un Uomo. Un Uomo eccezionale perché risponde alle esigenze del nostro cuore… Che meraviglia !
Giovanni:
Non possiamo avere la pretesa di conoscere Gesù senza almeno provare a prendere, almeno a guardare la sua croce.
Messaggi così ci aprono il cuore. Lo stesso si può dire della lettera seguente di un altro ragazzo che ha partecipato allo stesso gesto.
«Vorrei esprimere in poche parole tutta la gratitudine per la pienezza di vita incontrata nel Triduo Pasquale a Rimini.
Non posso dire di avere compreso pienamente il senso di tutto, e mi riferisco alla faticosa eppure fruttuosa Via Crucis a San Leo, ma tutti i miei dubbi e le mie presunte obiezioni sono spazzate via dalla certezza annunciata da don Giorgio e da Franco il mattino del Sabato Santo.
Mi ha colpito profondamente il paragone della nostra vita con la costruzione di un puzzle: i pezzi saranno migliaia e migliaia, qualcuno non riusciremo a capire subito dove debba andare a incastrarsi, qualcuno farà anche fatica a entrare al proprio posto.
Noi però, abbiamo visto il disegno del puzzle e sappiamo che ogni pezzo ha valore, che tutta la realtà è buona cioè ogni pezzo è buono, anche se non ne capiamo la giusta collocazione, piuttosto deve essere posto da parte perché al momento giusto entri a far parte della costruzione generale; con il tempo, però, che è essenziale a qualsiasi tipo di conoscenza, anche quella di Cristo.
Anche il male, tutto il male, è redento dalla morte in Croce di Gesù, e davvero è come afferma San Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?». Allora, se tutto è salvo.
Usi e costumi
Mettetegli
sul tergicristallo
questo foglietto !!!
Prepotenze piccole e reali,
come una puntura d’insetto.
Cammini per i marciapiedi di Borgo S.Giovanni, che già per conto loro sono intasati di
cassettoni, di pali, di fioriere.
E trovi un bel macchinone che lo invade tutto, come se fosse il
padrone del mondo.
Ma chi ti credi di essere ?
Lascia spazio anche al resto del mondo! Ai poveri mortali che ancora camminano in strada e agli anziani e ai passeggini che la
grazia di Dio ancora ci dona!!!
La Parrocchia e le sue
strutture: un bene comune
Con varie modalità e condizioni, i locali del pianterreno sono resi disponibili per una vasta serie di attività, parrocchiali e del quartiere.
Catechismo, incontri, proiezioni, feste, pizze, giochi, sport, riunioni di condominio o di gruppi, ginnastica e altre varie iniziative…
Le strutture della parrocchia sono a servizio innanzitutto delle varie attività pastorali, e poi, compatibilmente con gli usi che ne fa la parrocchia, di chi la richiede per giusti scopi.
La gente lo sa e ne coglie l’opportunità.
Grossi lavori di ristrutturazione sono stati avviati nel salone del pianterreno e in altri locali. La prima fase, la più impegnativa, è completata ed è in corso di pagamento. Inizierà quindi la seconda fase,che comprende le pareti divisorie in salone, il completamento del soffitto, le nuove poltroncine. Circa un centinaio di famiglie hanno finora risposto con un’offerta attraverso la busta recapitata a casa. Finora il totale è di € 3200.00. Un grazie a tutti!!
Le buste possono essere portate in chiesa, particolarmente in questa settimana dell’Adorazione Eucaristica e Domenica 6 Aprile, prima del mese. Qualcuno ha accompagnato l’offerta con un biglietto, come riportato nel seguente riquadro.
Chioggia 16..03.08
Carissimo don Angelo
ci accorgiamo sempre più che non si può amare Gesù senza amare la Sua Presenza resa visibile e incontrabile nella Chiesa fatta di sacramenti e di luoghi che ci accolgono e ci fanno sperimentare la bellezza del vivere con Lui, per poi comunicarlo là dove viviamo.
Buona settimana santa.
Seguono firme
Usi e costumi
La bellezza della liturgia
Le celebrazioni pasquali ci hanno mostrato alcuni aspetti della solennità e della bellezza delle liturgia:
il canto, le letture, la partecipazione del popolo, la compostezza e verità dei riti…
Le persone che arrivano puntuali - e cioè in anticipo! - si mettono accanto le une alle altre nelle panche più vicine all’altare, distribuiscono in anticipo i vari compiti previsti per l’assemblea: lettori, pane e vino all’offertorio, raccolta delle offerte in chiesa, distribuzione dei foglietti, ecc. L’ordine, la compostezza, la preparazione dei gesti, ci aiutano a vivere il Mistero presente nei segni liturgici.
La preparazione dei canti, come stanno facendo i ragazzi e gli adulti, è un grande aiuto per tutti!
IL CANTO, nella sua semplicità è la somma espressione dell'uomo che si sente voluto, abbracciato, amato.
Occorre riscoprirlo come modalità del nostro rapporto vivente con la persona di Cristo; esso è parte del Sacramento alla stregua delle parole e dei silenzi.
Cantiamo per comprendere più a fondo la Verità, per farla più nostra.
Non è necessario essere intonatissimi o aver studiato musica, ciò che conta è la coscienza di essere davanti a Colui per il quale si canta. Solo così il canto diventa una preziosa scuola in cui si impara l'unità con i fratelli.
I mosaici di San Marco
L’associazione culturale Il Fondaco organizza una Mostra sui mosaici di S. Marco. In preparazione propone un corso per giovani e adulti che potrebbero formare un gruppo di guide. Informazioni e iscrizioni ai numeri 3477116988; 3495844092
Messaggio per la 30a Giornata nazionale per la vita
3 febbraio 2008
Servire la vita
I figli sono una grande ricchezza per ogni Paese: dal loro numero e dall’amore e dalle attenzioni che ricevono dalla famiglia e dalle istituzioni emerge quanto un Paese creda nel futuro. Chi non è aperto alla vita, non ha speranza. Gli anziani sono la memoria e le radici: dalla cura con cui viene loro fatta compagnia si misura quanto un Paese rispetti se stesso.
La vita ai suoi esordi, la vita verso il suo epilogo. La civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità di servire la vita. I primi a essere chiamati in causa sono i genitori. Lo sono al momento del concepimento dei loro figli: il dramma dell’aborto non sarà mai contenuto e sconfitto se non si promuove la responsabilità nella maternità e nella paternità. Responsabilità significa considerare i figli non come cose, da mettere al mondo per gratificare i desideri dei genitori; ed è importante che, crescendo, siano incoraggiati a “spiccare il volo”, a divenire autonomi, grati ai genitori proprio per essere stati educati alla libertà e alla responsabilità, capaci di prendere in mano la propria vita.
Questo significa servire la vita. Purtroppo rimane forte la tendenza a servirsene. Accade quando viene rivendicato il “diritto a un figlio” a ogni costo, anche al prezzo di pesanti manipolazioni eticamente inaccettabili. Un figlio non è un diritto, ma sempre e soltanto un dono. Come si può avere diritto “a una persona”? Un figlio si desidera e si accoglie, non è una cosa su cui esercitare una sorta di diritto di generazione e proprietà. Ne siamo convinti, pur sapendo quanto sia motivo di sofferenza la scoperta, da parte di una coppia, di non poter coronare la grande aspirazione di generare figli. Siamo vicini a coloro che si trovano in questa situazione, e li invitiamo a considerare, col tempo, altre possibili forme di maternità e paternità: l’incontro d’amore tra due genitori e un figlio, ad esempio, può avvenire anche mediante l’adozione e l’affidamento e c’è una paternità e una maternità che si possono realizzare in tante forme di donazione e servizio verso gli altri.
Servire la vita significa non metterla a repentaglio sul posto di lavoro e sulla strada e amarla anche quando è scomoda e dolorosa, perché una vita è sempre e comunque degna in quanto tale. Ciò vale anche per chi è gravemente ammalato, per chi è anziano o a poco a poco perde lucidità e capacità fisiche: nessuno può arrogarsi il diritto di decidere quando una vita non merita più di essere vissuta.
Deve, invece, crescere la capacità di accoglienza da parte delle famiglie stesse. Stupisce, poi, che tante energie e tanto dibattito siano spesi sulla possibilità di sopprimere una vita afflitta dal dolore, e si parli e si faccia ben poco a riguardo delle cure palliative, vera soluzione rispettosa della dignità della persona, che ha diritto ad avviarsi alla morte senza soffrire e senza essere lasciata sola, amata come ai suoi inizi, aperta alla prospettiva della vita che non ha fine.
Per questo diciamo grazie a tutti coloro che scelgono liberamente di servire la vita. Grazie ai genitori responsabili e altruisti, capaci di un amore non possessivo; ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, agli educatori e agli insegnanti, ai tanti adulti – non ultimi i nonni – che collaborano con i genitori nella crescita dei figli; ai responsabili delle istituzioni, che comprendono la fondamentale missione dei genitori e, anziché abbandonarli a se stessi o addirittura mortificarli, li aiutano e li incoraggiano; a chi – ginecologo, ostetrica, infermiere – profonde il suo impegno per far nascere bambini; ai volontari che si prodigano per rimuovere le cause che indurrebbero le donne al terribile passo dell’aborto, contribuendo così alla nascita di bambini che forse, altrimenti, non vedrebbero la luce; alle famiglie che riescono a tenere con sé in casa gli anziani, alle persone di ogni nazionalità che li assistono con un supplemento di generosità e dedizione. Grazie: voi che servite la vita siete la parte seria e responsabile di un Paese che vuole rispettare la sua storia e credere nel futuro.
I Vescovi Italiani
Roma, 2 ottobre 2007, Memoria dei Santi Angeli Custodi
La nuova traduzione del
LEZIONARIO della Messa
I cambiamenti? Decine di migliaia, seimila solo dopo l'ultima delle revisioni. Che, in
tutto, sono state quindici. In totale, dunque,
si possono contare forse «oltre centomila»
differenze tra il nuovo e il vecchio Lezionario. Sono state eliminate «forme arcaiche
del lessico e della sintassi», ha spiegato
monsignor Giuseppe Betori, e si è cercato
di ricostruire «un ritmo delle frasi adatto
alla proclamazione liturgica ed eventualmente
al canto».
Sparisce così il termine 'mammona', «che
non ha un significato di fede». E al posto
di 'Dio e mammona' adesso c'è: 'Non potete
servire Dio e la ricchezza'.
Avrebbe invece «creato confusione» togliere
il termine 'ladrone' dal racconto della Passione, che così è rimasto «nonostante che il termine
più corretto da usare sarebbe stato 'brigante'». Anche il racconto dell'Annunciazione adesso
ha un inizio un po' diverso: «Entrando da Lei l'Angelo disse: Ti saluto piena di grazia,
il Signore è con te», è diventato «Entrando da Lei, l'Angelo disse: Rallegrati piena di grazia». E nel Salmo 8, dove leggevamo:
«Hai fatto l'uomo poco meno degli Angeli», ora troviamo «Hai fatto l'uomo poco meno di un Dio». Diverso anche il Padre Nostro: ma, ha avvertito Betori, non cambia per ora la preghiera. Quello che cambia è il testo di Matteo, 6,9-13, dove non si dice più «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male», ma: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori e non abbandonarci alla tentazione». Altri cambiamenti li troviamo a proposito dello Spirito Santo, non più definito «Consolatore», ma «Paraclito» (che contiene in sé anche il termine "avvocato", quindi difensore); o nel libro di Amos, dove i «buontemponi»
diventano «dissoluti», mentre i «cembali e timpani» divengono «cimbali e tamburelli». E, ancora, l'esortazione «Andate e ammaestrate tutte le nazioni», è adesso: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli».
L’uso del nuovo Lezionario sarà obbligatorio dall’anno 2010.
Il Lezionario è il librone dal quale si leggono i tesi della Bibbia nella Messa, annunciandoli come Parola di Dio e Parola del Signore. La traduzione dai testi originali - che sono in lingua ebraica, aramaica, greca - è stata rivista, con alcuni ritocchi importanti che la rendono più precisa e aggiornata al linguaggio corrente, eliminando anche alcune sviste della traduzione precedente.
I tre volumi del Lezionario liturgico - per il ciclo domenicale e festivo delle letture, rispettivamente per l’Anno A, B e C - sono frutto
di un lavoro che ha visto impegnati tutti i Vescovi italiani, così come numerosi biblisti e liturgisti, insieme con esperti della lingua italiana e artisti.
ANTONIO ROSMINI, grande cristiano
Antonio Rosmini viene proclamato beato oggi 18 novembre a Novara, la diocesi del nord nella quale trascorse l'ultima parte della sua vita.
Rosmini, nato nel 1797 e morto nel 1855, oltre che sacerdote di grande spiritualità, fu profondo pensatore e scrittore prolifico. L'edizione completa delle sue opere, curata da Città Nuova, occuperà alla fine 80 grossi volumi. Padre Umberto Muratore, religioso della congregazione fondata dallo stesso Rosmini, non teme di paragonarlo, come filosofo, a giganti come san Tommaso e sant'Agostino. Il suo libro ancor oggi più letto e tradotto è "Delle cinque piaghe della santa Chiesa". Una delle piaghe da lui denunciate fu l'ignoranza del clero e del popolo nel celebrare la liturgia.
Rosmini è particolarmente legato alla città di Chioggia: venne consacrato sacerdote nella Chiesa della Santissima Trinità, oratorio dei Rossi.
Dopo la domenica di fuoco
Quale Sport ?
Domenica 11 novembre 2007: un altro tragico episodio di sport. Se è vero che è l’insopportabile vuoto della vita ad alimentare comportamenti violenti soprattutto tra i giovani, deve anche far riflettere il fatto che sempre più spesso è lo sport a salire alla ribalta come teatro di questi comportamenti e che la sua capacità di trascinamento verso il basso è pressoché unica tra i fenomeni sociali.
C’è una specificità negativa dello sport? Forse… e allora nel vuoto di proposta educativa, lo sport è l’emergenza dell’emergenza.
Anni fa i giovani - e non solo - si ammazzavano per questioni politiche. Ora che la politica è diventata - per molti - insipida, insulsa, inerte e spesso inutile, lo sfogo di un popolo senza orizzonti si è spostato su altri campi.
Ed i mezzi di comunicazione, quanto c’entrano in tutto questo ? Ma fare informazione è cercare e comunicare o costruire castelli pubblicitari camuffati da notizie di cronaca… meglio se nera e un poco sporca ?!
Occorre voltare pagina. Punto e a capo. Fine. Stop. Si riparte.
Ma da dove? Dai maestri: da coloro - allenatori, educatori e genitori - che hanno ancora a cuore il vero destino dei ragazzi a loro affidati.
Occorrono i maestri, gli adulti. Quelli veri. Quelli che aiutano a mettere ogni cosa al posto giusto, che aiutano a vivere dentro un orizzonte di umanità grande, che non riduca tutto ad un particolare che quando crolla si trascina tutto con sé.
Quindi, ancora una volta, il problema è educativo. I risultati si vedranno col tempo ma è da qui che bisogna ripartire. L’educazione è responsabilità di tutti.
Una novità
e una vera ricchezza per il nostro quartiere Borgo S.Giovanni
e per tutta la zona:
Apre il parco
realizzato dai disabili
Acqua di laguna, di mare, dolce e salmastra.
A Chioggia la biodiversità territoriale è unica,
una ricchezza ambientale che da ieri potrà essere ammirata in un nuovo parco didattico regionale, realizzato e gestito da 18 lavoratori disabili della cooperativa sociale Giotto di Padova.
Alla presenza delle autorità locali e della direzione scolastica regionale è stato aperto Acua, un giardino destinato alle scuole, con 17 acquari che riproducono l'ambiente acquatico, le immagini fotografiche delle specie avicole esistenti, con vivai di piante e laboratori didattici.
Giardino incantato, come lo hanno definito gli ideatori del progetto finanziato da Regione, provincia e Ministero della pubblica istruzione, sbocco di una serie di corsi di formazione e da progetti sociali che questa rete, dopo 10 anni, ha voluto trasformare in uno dei più originali tentativi di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati in Italia. «L'aspetto più rilevante, - spiega Nicola Boscoletto, presidente della Giotto - la dignità del lavoro, è stato legato a quello ecologico e didattico. Abbiamo dato al progetto una chiave fortemente educativa, proponendo agli studenti che visiteranno il parco la biodiversità umana come risorsa e non come problema».
In Italia vivono oggi tre milioni e 330mila disabili psichici, fisici o traumatizzati seguiti da cooperative sociali. Per l'Istat, nemmeno l'un per cento, 30 mila persone, risulta inserita in un percorso di recupero effettivo attraverso il lavoro.
Cosa rappresenti il parco di Chioggia per chi l'ha creato e lo terrà aperto, lo spiegano i lavoratori disabili della Giotto. «Ho cominciato nel 1999 - racconta Christian - mi hanno chiesto se volevo lavorare come giardiniere. Abbiamo piantato frassini, pioppi bianchi, ulivi. Un lavoro faticoso, ma ci fanno i complimenti perché è venuto bene. Sono orgoglioso di dire che l'ho fatto io». Elena è la madre di Sandro. «Abbiamo visto questo posto cambiare: prima non c'era niente, solo qualche sterpaglia, poi è stata realizzata una serra, la casetta degli attrezzi e il laboratorio. Oggi è diventato un acquario e un parco didattico. Questo posto racconta la storia di chi, come mio figlio, qui ha trovato la possibilità di realizzarsi».
Avvenire, giovedì 8 novembre, p. 12
CHI SONO
i sacerdoti ‘Fìdei donum’
Si chiamano ‘sacerdoti fidei donum’ sacerdoti di una diocesi che vengono inviati in missione. Questa nuova modalità di partenza per le missioni è stata proposta da Papa Pio XII cinquant’anni fa. Quasi duemila sacerdoti sono partiti in questo modo, e molte diocesi hanno sostenuto con il loro clero alcune parrocchie in America latina o in Africa o altrove.
Anche la nostra diocesi ha mandato in missione alcuni sacerdoti. Attualmente, don Renato Feletti è in missione in Romania.
Sempre di più, anche laici e intere famiglie partono per la missione, come evangelizzatori, catechisti oppure anche come operai specializzati, medici, insegnanti. Lo fanno per alcuni mesi o per qualche anno o per un’intera vita.
Per i giovani, è una prospettiva importante per dedicare la propria vita a qualcosa di utile e per aprire nuove prospettive per il futuro.
casinò a Nova Gorica ?
Viaggi ‘innocenti’ di famiglie e anziani: al ‘vecchio’ Casinò di Nuova Gorica. Si va per curiosità, per passatempo, per stare insieme. Dicono: ci pagano anche il viaggio e le consumazioni; passiamo una giornata o una serata diversa. Intanto, c’è il progetto di trasformare un intero villaggio in casa da gioco. E ci sono famiglie che tremano, perché il marito o la moglie ha ormai il vizio e perde tutto al gioco d’azzardo.E’ così innocente favorire anche con la sola vostra presenza il dramma e spesso la tragedia di tante persone ?
Non c’è un modo migliore e più utile di usare del tempo, dei soldi, della amicizie ?
Il mondo cattolico sloveno si sta mobilitando e ha già proposto una petizione. Da che parte stiamo noi ?
Per la libertà dei cristiani
4 luglio a Roma, musulmani in piazza per i cristiani
Aumentano le adesioni alla "Manifestazione contro l'esodo e la persecuzione dei cristiani in medio oriente, per la libertà religiosa nel mondo", promossa da Magdi Allam e che si terrà il prossimo 4 luglio a Roma, ore 21, piazza Santi Apostoli.
Per aderire inviare un'email a info@salviamoicristiani.com
oppure telefonando al 3387113421.
Il sostegno all'iniziativa è arrivato anche dal cardinale Camillo Ruini.
Sul palco ci sarà Souad Sbai, presidente delle donne marocchine in Italia: "Sono cresciuta in un paese dove c'erano suore e cattedrali e scuole cristiane, quelle frequentate dai dirigenti politici al potere. Non ho mai avvertito questo malessere, fino a quando sono venuta in Italia. In Marocco le mie amiche più care erano cristiane. Non dobbiamo cadere nella trappola dell'estremismo. L'immigrato che vive qui deve ricordare che in Marocco, all'arrivo dei tedeschi, i musulmani risposero: 'Qui non ci sono ebrei'.
Aiutare il cristiano che soffre nelle terre arabe è fondamentale. Denunciare il fondamentalismo che uccide i cristiani è infatti aiutare anche i musulmani che sono le prime vittime di questo terrorismo. Cosa farebbero i musulmani se in occidente subissero la sorte dei cristiani in medio oriente?".
La situazione in varie zone del Medioriente e in particolare in Iraq si fa terribile per i cristiani: chiese e case e scuole distrutte, libertà impedita a ogni livello.
Tanti scappano. Ma dove ? E come continuare a vivere ?
Si tratta di nostri fratelli, doppiamente, non solo come uomini, ma come persone che condividono la nostra fede, e la vivono nei luoghi dove fin dai primi secoli il cristianesimo aveva iniziato la sua diffusione.
Le notizie che
non esistono in televisione
ma ci sono nella vita
* 60.000 persone hanno camminato nella notte tra sabato 2 e domenica 3 giugno da Macerata a Loreto…
* Migliaia di scuole hanno concluso l’anno scolastico con bellissimi spettacoli. A Borgo S.Giovanni le elementari con Pinocchio e la Sirenetta, le materne con le sceneggiature del mare…
* Migliaia di ragazzi hanno partecipato nelle parrocchie al Fioretto di maggio…
* Migliaia di persone pregano, amano, fanno del bene al prossimo, nella loro famiglia e al di fuori, senza fare notizia...
* Per il Pellegrinaggio a Fatima dal 5 al 9 Settembre abbiamo superato quota 30. Restano veramente pochi posti disponibili
Family day
Un piccolo dépliant viene consegnato oggi in uscita dalle Messe, in vista del raduno delle famiglie a Roma il 12 Maggio alle ore
15,00 in piazza S.Giovanni in Laterano
Per partecipare o per contribuire alla partecipazione delle famiglie con figli il riferimento provinciale è
Via Querini 19 Venezia Mestre,
Tel.Fax 041.972234 ore 17-20;
e.mail: venezia@piùfamigliaveneto.com
Sito: www.piufamigliaveneto.com
cliccare su Venezia.
Per il nostro quartiere contattare Italo Ferrarese 3393900945
Sabato prossimo celebrano il matrimonio
FRIZZIERO ALESSIA e LOMBARDO CRISTIAN alle ore 12;
SEDA LORENZO e PERINI CRISTINA alle ore 16,30.
Un augurio e una preghiera !
piùFamiglia
E’ un’iniziativa delle associazioni e dei laici cristiani,
che si stanno
mobilitando in
tutta Italia, così come è successo in Belgio, Portogallo,Francia, Spagna.
Si vuole portare in piazza la famiglia nel suo fondamento naturale che è il perno della società, e nei suoi diritti.
Ciò che è bene per la famiglia è per il Paese, è bene per tutti.
E le famiglie dicono:
Grazie Chiesa !
Ci sei rimasta solo tu.
I politici sembra che pensino ai diritti di tutti, fuorché delle famiglie vere; inventano coppie di
ogni specie, e non si accorgono delle famiglie normali, fatte di mamma e papà e figli a carico.
Scrive una mamma in una lettera al quotidiano Avvenire.
Ringrazio la Chiesa perché in un paese ormai allo sbando etico, mi difende. Difende la mia scelta di vita, il mio impegno e la mia assunzione di responsabilità. Difende i miei diritti di moglie e di madre che si sacrifica ogni giorno per la propria famiglia. “Sposa subito” a 24 anni, dopo 10 anni e due figli, siamo ancora sobriamente insieme, più di prima e meglio di prima.
Nessuno, però, mi riconosce questo merito, anzi. Lo Stato mi tartassa di balzelli e di offese, tutelando maggiormente i separati e i conviventi (si pensi solo alle graduatorie del nido)...
Grazie al Papa, alla Chiesa, a tutti voi che ci difendete e ci confortate nel nostro cammino quotidiano.
E poi grazie alle mie figlie e a mio marito, negli occhi dei quali leggo, ogni giorno, la gioia impagabile di essere insieme e la serenità di una incrollabile certezza.
Siamo una famiglia, per sempre.
Elisabetta Simonelli Avvenire 4.4.2007
C’è da meravigliarsi se tante famiglie e tante associazioni familiari hanno deciso di partecipare a Roma a una grande FESTA DELLA FAMIGLIA per il 12 Maggio ???
Anche persone della nostra città e della parrocchia stanno organizzandosi per partecipare alla manifestazione di
Sulle cose dell’uomo...
Una Chiesa che si occupa delle cose di Dio non può non occuparsi delle cose degli uomini. Perché l’uomo è cosa di Dio.Per questo tutto ciò che riguarda l’uomo riguarda la Chiesa. E nulla più della famiglia riguarda l’uomo.
Non si comprende quindi perché la Chiesa, il Papa, i Vescovi, non possono intervenire su un tema tanto delicato quanto cruciale come quello della famiglia. Intervenendo la Chiesa non difende una posizione ‘politica’, ma semplicemente adempie al suo mandato, che è anche un suo diritto: predicare con libertà la fede e insegnare la sua dottrina sociale, dando un giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico se in gioco ci sono l’uomo e la sua dignità. Negare ciò significa negare un diritto-dovere.
Benedetto XVI è stato chiaro: “ Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi possiamo rispondere: forse che l’uomo non ci interessa ? I credenti, in virtù della grande cultura della loro fede, non hanno forse il diritto di pronunciarsi in tutto questo ?…
La Chiesa sulla famiglia ha il dovere di parlare. Chi vuole, ascolta. Ma non le si chieda di tacere. Sulla famiglia, sul matrimonio esiste una verità che la Chiesa non può tacere e che i credenti sono chiamati a preservare , oltre che a vivere e a testimoniare. Perché si ritiene che sia patrimonio di tutti, dell’intera società. De resto è una verità non semplicemente religiosa, ma semplicemente umana e per questo l’impegno in difesa della famiglia dovrebbe riguardare tutti.
(da un articolo dell’Osservatore Romano, 16.2.2007)
…Può parlare la Chiesa ?
In un tempo di confusione come il nostro, nel quale sembra che non esista nessuna verità ma ci siano tante verità quante sono le persone o meglio quanti sono i gruppi di potere, è ancora più necessario l’aiuto e l’intervento della Chiesa, attraverso i Vescovi e il Papa.
D’altra parte, chi dovremmo seguire ? Forse chi vuole insegnare al Papa a fare il Papa ? Oppure chi loda la Chiesa quando gli comoda, e la condanna quando non gli comoda più ? chi dice che la Chiesa deve parlare di Dio e non dell’uomo ?
La fede cristiana ha dato il più grande contributo all’umanità per capire chi è la persona umana, che cos’è la famiglia, qual è il vero bene del singolo e della società. Lo ha dato e lo dà attraverso l’insegnamento e attraverso l’opera di una folla innumerevole di persone, in particolare i santi.
Allora, perché si dovrebbe tacere ?
Nello stesso tempo, ad ogni cristiano e ad ogni comunità viene chiesto di vivere la fede, la carità, la testimonianza pubblica, senza mai rassegarsi alle proprie incoerenze e a quelle altrui.
GIOVEDI’ 7 DICEMBRE ORE 21, AUDITORIUM S.NICOLO’ A CHIOGGIA
VIOLAINE
Da “L’annunzio a Maria” di Paul Claudel. Riduzione di A. Sixty e D. Rondoni
Con Raffaella Boscolo e Franco Palmieri
‘L’Annuncio a Maria’ è una delle opere più grandi che siano state scritte nel Novecento. Non è molto reclamizzato, perché non è capito, ma vi è concentrato il genio del cristianesimo cattolico. Per me rappresenta la più grande poesia del secolo scorso.
Il tema dell’ Annuncio a Maria è l’amore creativo della totalità: nella persona infatti può esserci la coscienza della realtà totale, dell’universo. Comprendendo queste cose si può capire il testo. (da L.Giussani, Le mie letture, BUR,1996)
NATIVITY
Un delicato film sull’attesa della nascita di Gesù, fedele ai contenuti del Vangelo e al suo clima di fede, può introdurre anche il nostro Avvento. E’ in programmazione in questi giorni al cinema
Angelus di Papa Benedetto, domenica 1 Ottobre
Cari fratelli e sorelle,
oggi, primo giorno di ottobre, vorrei soffermarmi su due aspetti che,
nella Comunità ecclesiale, caratterizzano questo mese:
la preghiera del Rosario e l’impegno per le missioni.
Il giorno 7 Ottobre celebreremo la festa della Beata Vergine del Rosario, ed è come se, ogni anno, la Madonna ci invitasse a riscoprire la bellezza di questa preghiera, così semplice e tanto profonda. L’amato Giovanni Paolo II è stato grande apostolo del Rosario: lo ricordiamo in ginocchio con la corona tra le mani, immerso nella contemplazione di Cristo, come egli stesso ha invitato a fare con la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae. Il Rosario è preghiera contemplativa e cristocentrica, inseparabile dalla meditazione della Sacra Scrittura. E’ la preghiera del cristiano che avanza nel pellegrinaggio della fede, alla sequela di Gesù, preceduto da Maria. Vorrei invitarvi, cari fratelli e sorelle, a recitare il Rosario durante questo mese in famiglia, nelle comunità e nelle parrocchie per le intenzioni del Papa, per la missione della Chiesa e per la pace nel mondo.
Ottobre è anche il mese missionario, e nella domenica 22 celebreremo la Giornata Missionaria Mondiale. La Chiesa è per sua natura missionaria. "Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi" (Gv 20,21), disse Gesù risorto agli Apostoli nel cenacolo. La missione della Chiesa è il prolungamento di quella di Cristo: recare a tutti l’amore di Dio, annunciandolo con le parole e con la concreta testimonianza della carità. Nel Messaggio per la prossima Giornata Missionaria Mondiale ho voluto presentare la carità proprio come "anima della missione". San Paolo, l’apostolo delle genti, scriveva: "L’amore del Cristo ci spinge" (2 Cor 5,14). Possa ogni cristiano fare proprie queste parole, nella gioiosa esperienza di essere missionario dell’Amore là dove la Provvidenza lo ha posto, con umiltà e coraggio, servendo il prossimo senza secondi fini e attingendo nella preghiera la forza della carità lieta e operosa (cfr Deus caritas est, 32-39).
Patrona universale delle missioni, insieme a san Francesco Saverio, è santa Teresa di Gesù Bambino, vergine carmelitana e dottore della Chiesa,. Lei, che ha indicato come via "semplice" alla santità l’abbandono fiducioso all’amore di Dio, ci aiuti ad essere testimoni credibili del Vangelo della carità. Maria Santissima, Vergine del Rosario e Regina delle missioni, ci conduca tutti a Cristo Salvatore.
Il Papa dei
giornali e quello della realtà
Il Papa dal vivo e il Papa sui giornali sembrano quasi due persone diverse. Raramente i giornali colgono il suo vero pensiero. Tagliano parole, vanno sul sensazionale, a volte inventano. Danno così corda a quei gruppi di musulmani che non vogliono capire il Papa e lo contestano.
Chi vuole capire il Papa e che cosa veramente dice, non si fermi a Tv e giornali, ma si legga le sue parole su Avvenire o Sat 2000 o sul sito
www.vatican.va. Papa Benedetto dice cose chiarissime e splendide, buone per le persone sapienti e quelle semplici. Il nostro foglietto cerca di registrarne almeno qualche frase, ma sarà meglio leggere i discorsi interi !
Dialogo tra i banchi
Dentro la scuola passa il mondo: Leopardi, la teoria della gravitazione, le attese e le difficoltà di ognuno. "Perchè tornare a scuola?". Ho letto questa domanda in una lettera scritta da alcuni studenti: "Troppo spesso le materie che studiamo appaiono distanti, confinate nei libri, ed anche gli autori più grandi possono rimanere "cadaveri" da sezionare e analizzare, che non hanno più niente da dire alla mia vita. Che cosa c'entrano con me la fisica, la matematica, la storia, la meccanica?".
Il cuore della scuola è l'educazione: un rapporto tra persone che cercano di entrare dentro la realtà, mettendo a frutto il patrimonio del passato, attraverso l'apporto originale di ciascuno…
Elena Ugolini
Il Resto del Carlino, giovedì 14 settembre
Il Papa invita a una
Giornata
di preghiera
e penitenza
per la pace in Medio Oriente
1. Il Santo Padre segue con grande preoccupazione le sorti di tutte le popolazioni interessate ed indìce per questa domenica, 23 luglio, una speciale giornata di preghiera e di penitenza, invitando i Pastori ed i fedeli di tutte le Chiese particolari come tutti i credenti del mondo ad implorare da Dio il dono prezioso della pace.
2. In particolare, il Sommo Pontefice auspica che la preghiera si elevi al Signore, perché cessi immediatamente il fuoco tra le Parti, si instaurino subito corridoi umanitari per poter portare aiuto alle popolazioni sofferenti e si inizino poi negoziati ragionevoli e responsabili, per porre fine ad oggettive situazioni di ingiustizia esistenti in quella regione, come già indicato da Papa Benedetto XVI nell’Angelus di domenica scorsa, 16 corrente mese.
3. In realtà, i Libanesi hanno diritto di vedere rispettata l’integrità e la sovranità del loro Paese, gli Israeliani hanno diritto a vivere in pace nel loro Stato e i Palestinesi hanno diritto ad avere una loro Patria libera e sovrana.
4. In questo doloroso momento, Sua Santità rivolge pure un appello alle organizzazioni caritative, perché aiutino tutte le popolazioni colpite da questo spietato conflitto.
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Il Papa
a Valencia
in Spagna
per l’
INCONTRO MONDIALE delle
FAMIGLIE
La famiglia,
sede
della vita
e dell'amore,
chiesa domestica, nella quale
dai genitori
è trasmesso
ai figli
il dono
inestimabile
della fede.
Famiglia: vivi e trasmetti la fede!
Angelus del Papa Domenica 2 Luglio
Tema dell’Incontro di Valencia è la trasmissione della fede nella famiglia. A tale impegno si ispira il motto della mia visita apostolica a quella Città: "Famiglia: vivi e trasmetti la fede!". In tante comunità oggi secolarizzate la prima urgenza per i credenti in Cristo è proprio quella di rinnovare la fede degli adulti, affinché siano in grado di comunicarla alle nuove generazioni. D’altra parte, il cammino di iniziazione cristiana dei bambini e dei fanciulli può diventare utile occasione per i genitori per riavvicinarsi alla Chiesa ed approfondire sempre più la bellezza e la verità del Vangelo.
La famiglia, insomma, è un organismo vivente, nel quale si realizza una reciproca circolazione di doni. L’impor-tante è che non manchi mai la Parola di Dio, che tiene viva la fiamma della fede. Con un gesto quanto mai significativo, durante il rito del Battesimo, il padre o il padrino accende una candela al grande Cero pasquale, simbolo di Cristo risorto, e quindi, rivolgendosi ai familiari, il celebrante dice: "Abbiate cura che il vostro bambino, illuminato da Cristo, viva sempre come figlio della luce". Quel gesto, nel quale c’è tutto il senso della trasmissione della fede nella famiglia, per essere autentico, dev’essere preceduto e accompagnato dall’impegno dei genitori di approfondire la conoscenza della propria fede, ravvivandone la fiamma con la preghiera e l’assi-dua pratica dei Sacramenti della Confessione e dell’Eucaristia.
Preghiamo la Vergine Maria per la buona riuscita del
grande Incontro di Valencia, e per tutte le famiglie del mondo,
affinché siano autentiche comunità di amore e di vita, nelle quali la
fiamma della fede si tramandi di generazione in generazione
In queste sere si può visitare in un’aula del
pianterreno la
Mostra
che presenta la figura e l’opera di Padre Olinto Marella, servo di Dio, apostolo della carità.
La Mostra di Padre Marella
Don Olinto Marella (1882-1969) è stato una singolare figura di sacerdote e di educatore. Nato a Pellestrina, viene ordinato sacerdote dal Card. Cavallari il 7 dicembre 1904, e subito chiamato all'insegnamento nel Seminario di Chioggia dal Suo vescovo; nel contempo, per debellare l'analfabetismo nella Sua isola, fonda il "Ricreatorio Popolare" e la "Scuola Materna Vittorino da Feltre ".
Accusato ingiustamente di modernismo, nei primi anni del Novecento subisce in silenzio una condanna ecclesiastica che lo costringe ad allontanarsi dalla nativa Pellestrina e abbandonare l'opera intrapresa a favore dell'infanzia povera. Trascorrono lunghi anni di solitudine durante i quali, per provvedere a se stesso e alla madre, insegna filosofia nei licei statali.
Nel 1924 approda a Bologna dove insegna nel Licei cittadini Galvani e Minghetti. Qui inizia per padre Marella una nuova stagione, nella quale può riprendere la sua antica vocazione caritativa ed evangelica. Le distruzioni della guerra offrono largo spazio alla sua iniziativa. Affianca all'attività di Professore quella assistenziale: collabora all'Opera Baraccati e fonda, nel 1934, il 'Pio Gruppo di Assistenza Religiosa negli Agglomerati di Poveri " e dà vita a "Case Rifugio" per orfani e bambini abbandonati facendosi, per essi, mendicante.
Istituisce una prima Città dei Ragazzi per giovani sbandati o orfani, con cinque laboratori-scuola cui, nel 1954, segue la seconda a S. Lazzaro di Savena (BO) ed il "Villaggio Artigiano" con 24 abitazioni, la "Casa della Carità" e la "Chiesa della Sacra Famiglia".
Muore il 6 settembre 1969, a 87 anni, dopo aver affidato la sua opera ai francescani. Tutta Bologna è presente al Suo funerale, celebrato nella basilica di San Petronio. Le Sue spoglie sono custodite nella Cripta della Chiesa della Sacra Famiglia a S. Lazzaro di Savena (BO), "vicino ai Suoi ragazzi com'era Suo desiderio
Trent'anni dopo la diocesi di Bologna, dietro la spinta della pietà popolare, ha aperto il processo per la causa di beatificazione.
L’alunno
INDRO MONTANELLI
“Ero sui banchi del liceo quando lui salì sulla cattedra di Filosofia. Aveva, esteriormente, tutti i
requisiti per farsi corbellare dalla scolaresca: una lunga barba
color rame, una redingote che
gli scendeva fino ai piedi,
un collare bianco
da clergyman avanti lettera,
e uno sguardo di fanciullo,
fra l’innocente e lo smarrito…
Prima o poi la santità di
don Marella era destinata
al riconoscimento.
Io posso solo vantarmi
di averlo presentito fin sui
banchi del liceo.
Guidaci sulle strade
di questa nostra storia!
Mostra alla Chiesa e ai suoi Pastori sempre di nuovo il giusto
cammino! Guarda l'umanità
che soffre, che vaga insicura
tra tanti interrogativi;
guarda la fame fisica e psichica
che la tormenta!
Dà agli uomini pane per il corpo
e per l'anima!
Dà loro lavoro! Dà loro luce! Dà loro te stesso!
Purifica e santifica tutti noi! Facci comprendere che solo mediante
la partecipazione alla tua Passione, mediante il "sì" alla croce,
alla rinuncia, alle purificazioni che tu ci imponi,
la nostra vita può maturare e raggiungere il suo vero compimento.
Radunaci da tutti i confini della terra.
Unisci la tua Chiesa, unisci l'umanità lacerata!
Donaci la tua salvezza! Amen!
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Cristiani e musulmani uniti
nella devozione alla Madonna
Lo ha detto Magdi Allam in una testimonianza davanti ai 60 mila partecipanti del pellegrinaggio notturno da Macerata a Loreto.
«Musulmani italiani, fratelli miei, facciamo del culto di Maria un momento unificante con i cristiani e del pellegrinaggio a Loreto e in ogni altro santuario dedicato a Lei un momento di condivisione e di fratel lanza tra le persone di buona volontà».
Il Corano dedica alla Madre di Gesù un'intera Sura, ne fa il nome venerato per quaranta volte, l'innalza sino al fianco di Fatima, la figlia prediletta del Profeta, le affida un ruolo di maternità misericordiosa, ne difende l'onore contro gli ebrei che la diffamano
MagdiAllam ha ricordato un aspetto importante, per molti insospettabile: tra i modi per cercare di evitare il disastroso «scontro di civiltà» c'è la riscoperta di questo «luogo d'incontro» che è la persona della Vergine.
AVVENIMENTI DELLA CHIESA
Oggi si conclude il viaggio del Papa in Polonia, con la visita ad Auchwitz
In questi giorni il Papa ha ricordato:
“Papa Giovanni Paolo II ha esortato più volte i cristiani a fare penitenza delle indefeltà del passato”. Ma anche se “nella Chiesa vi sono uomini peccatori”, propiro per questo “bisogna respingere il desiderio di di identificarsi soltanto con coloro che sono senza peccato. Come avrebbe potuto la Chiesa escludere dalle sue fila i peccatori ?”. “Mentre confessiamo i nostri peccati individuali, conviene guardarsi dala pretesa di impancarsi con arroganza a giudici delle generazioni precedenti, vissute in altri tempi e in altre circostanze. Chiedendo perdono del male commesso nel passato dobbiamo anche ricordare il bene compiuto con l’aiuto della grazia divina che , pur depositata in vasi di creta, ha portato frutti spesso eccellenti”
Il Papa ha invitato i movimenti in piazza S.Pietro:
e
“Mentre urgono gli ultimi preparativi del mio viaggio apostolico in Polonia, ho anche presente nel cuore e nella preghiera l’importante appuntamento di sabato 3 giugno prossimo, vigilia di Pentecoste, quando avrò la gioia di incontrarmi in Piazza San Pietro con numerosi aderenti a più di cento movimenti ecclesiali e nuove comunità, provenienti da tutto il mondo. So bene che cosa significhi per la Chiesa la loro ricchezza formativa educativa e missionaria, tanto apprezzata, sostenuta e incoraggiata dall’amato Papa Giovanni Paolo II. Insieme celebreremo i Primi Vespri della solennità di Pentecoste invocando fiduciosi lo Spirito Santo, affinché riempia i cuori dei fedeli e a tutti sia annunciato il messaggio d’amore di Cristo, Salvatore del mondo.
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Sabato 10 giugno pellegrinaggio a piedi Macerata-Loreto
Avrà per tema “Vagliate ogni cosa e trattenete il valore” (cfr 1 Ts 5,21).
L'Arcivescovo Stanisław Ryłko presiederà la celebrazione eucaristica nello Stadio
“Helvia Recina” di Macerata. A presiedere la Santa Messa di questa edizione sarà
l'Arcivescovo Stanisław Ryłko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici.
Il Pellegrinaggio Macerata-Loreto, proposto dal Movimento Comunione e Liberazione in pieno accordo con le Diocesi di Macerata e di Loreto, sarà come sempre guidato dal suo
ideatore, monsignor Giancarlo Vecerrica, Vescovo di Fabriano-Matelica.
Nelle passate edizioni si superata anche la cifra di 60.000 partecipanti, raccogliendo fino a 10.000 intenzioni di preghiera da presentare alla Madonna di Loreto.
Insieme con parecchi parrocchiani, quest’anno partecipa anche il nostro parroco.
Possiamo affidargli le intenzioni di preghiera
da consegnare alla Madonna di Loreto.
Forse
NOI CITTADINI
cristiani
non siamo cittadini?
E’ stata recapitata alle famiglie
della città una sorta di guida
“Noi Cittadini”, nella quale c’è di tutto… e anche di più, fuorché una qualsiasi informazione che riguardi chiese, parrocchie, vita cristiana.
Pare che noi cristiani per il Comune
proprio non esistiamo…
Oppure sì ???
Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione
Carissimi fratelli e sorelle!
La Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della misericordia. È un pellegrinaggio in cui Lui stesso ci accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua. Anche nella “valle oscura” di cui parla il Salmista, mentre il tentatore ci suggerisce di disperarci o di riporre una speranza illusoria nell’opera delle nostre mani, Dio ci custodisce e ci sostiene.
Sì, anche oggi il Signore ascolta il grido delle moltitudini affamate di gioia, di pace, di amore. Come in ogni epoca, esse si sentono abbandonate.
Eppure, anche nella desolazione della miseria, della solitudine, della violenza e della fame, che colpiscono senza distinzione anziani, adulti e bambini, Dio non permette che il buio dell’orrore spadroneggi. Come infatti ha scritto il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II, c’è un “limite divino imposto al male”, ed è la misericordia (Memoria e identità, 29 ss).
È in questa prospettiva che ho voluto porre all’inizio di questo Messaggio l’annotazione evangelica secondo cui “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). In questa luce vorrei soffermarmi a riflettere su di una questione molto dibattuta tra i nostri contemporanei: la questione dello sviluppo. Anche oggi lo “sguardo” commosso di Cristo non cessa di posarsi sugli uomini e sui popoli. Egli li guarda sapendo che il “progetto” divino ne prevede la chiamata alla salvezza. Gesù conosce le insidie che si oppongono a tale progetto e si commuove per le folle: decide di difenderle dai lupi anche a prezzo della sua vita. Con quello sguardo Gesù abbraccia i singoli e le moltitudini e tutti consegna al Padre, offrendo se stesso in sacrificio di espiazione.
Illuminata da questa verità pasquale, la Chiesa sa che, per promuovere un pieno sviluppo, è necessario che il nostro “sguardo” sull’uomo si misuri su quello di Cristo. Infatti, in nessun modo è possibile separare la risposta ai bisogni materiali e sociali degli uomini dal soddisfacimento delle profonde necessità del loro cuore...
...Lo “sguardo” di Cristo sulla folla, ci impone di affermare i veri contenuti di quell’«umanesimo plenario» che, secondo Paolo VI, consiste nello “sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”. Per questo il primo contributo che la Chiesa offre allo sviluppo dell’uomo e dei popoli non si sostanzia in mezzi materiali o in soluzioni tecniche, ma nell’annuncio della verità di Cristo che educa le coscienze e insegna l’autentica dignità della persona e del lavoro, promuovendo la formazione di una cultura che risponda veramente a tutte le domande dell’uomo…
...continua...
Dal Messaggio di Papa Benedetto per la Quaresima
FAMIGLIE PER L’ACCOGLIENZA
Domenica prossima 5 marzo dalle ore 10,30
nel salone della nostra Parrocchia
si terrà la Giornata Regionale dell’Associazione.
Interverrà la dott.ssa Luisa Bassani Leoni: ”GRATUITA’, MISURA DELL’ACCOGLIENZA”
Verranno proposte anche testimonianze
di famiglie. Alle ore 12,30 S.Messa.
Nel pomeriggio gruppi affido e adozione.
CLAUDIO
CHIEFFO
ritorna
In questi mesi si sono rincorse le voci: Claudio Chieffo è ammalato, è grave…
Effettivamente Claudio, le cui canzoni da decenni vengono cantate anche nelle chiese (chi non canta Il Signore è la mia salvezza, Lui mi ha dato…) è ammalato e si sottopone a cure pesanti.
Non gli sono venute meno però la voglia e l’energia di proporre la sua testimonianza con le canzoni.
Questa volta il concerto sarà espressamente dedicato a don Giussani, nel primo anniversario della morte.
CHIEFFO in CORCERTO
Sabato 4 Marzo ore 21
Teatro San Martino
A Sottomarina
Alla scoperta del mondo di Narnia
Paolo Gulisano Venerdì 24 Febbraio ore 21 in teatro S.Martino Sottomarina presenta Lewis e le Cronache di Narnia.
Lewis è un autore da scoprire: saggista e romanziere si è convertito al cristianesimo insieme con altri amici scrittori.
Don Giussani
un anno dopo
Mercoledì 22 Febbraio, Festa della Cattedra di San Pietro, Monsignor Alfredo Mozzato, vicario generale, celebrerà alle ore 19,15 nella nostra Chiesa una Santa Messa nel primo anno dalla morte di don Luigi Giussani.
Verrà anche presentato il numero di febbraio della rivista TRACCE, dedicato alla figura e all’opera di don Giussani, che contiene in allegato un dvd con una conferenza di don Giussani sull’educazione.
5 Febbraio 2005
————————– dopo aver visto il film La ROSA BIANCA —————————
Al solo pensiero che questo gruppetto di ragazzi ha messo in gioco la vita… così giovani…mi vengono i brividi! E mi domando: “Cosa ho fatto io nella mia vita, seppur breve?”
Proprio l’altro giorno leggevo che ognuno di noi ha una missione da compiere… Beh, credo che quei ragazzi ci siano riusciti. Hanno dato la vita! Avrebbero potuto crearsi la loro piccola libertà, senza rischiare; invece hanno voluto muoversi, hanno voluto farsi conoscere. Non per farsi pubblicità, ma per far capire al mondo che non bisogna lasciarsi sottomettere. Bisogna far valere la propria libertà… una grande e felice libertà… una libertà eterna.
Chiara, Terza Media
Religione e studenti
LE RADICI della TRADIZIONE
“...La nostra cultura è segnata dalla presenza della religione cattolica. Avvalersi di tale insegnamento è una preziosa opportunità offerta a tutti, per un serio confronto con una tradizione ricca di riferimenti storici, artistici, linguistici, di costume, ma soprattutto essa offre un senso per la vita di ciascuno, così necessario oggi per guardare con speranza la futuro…”
Così il Cardinal Scola
invita genitori e studenti a fare la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica per il prossimo anno scolastico.
Parola del
Papa
NATALE e PRESEPIO
Così ha detto il Papa domenica scorsa
Dopo aver celebrato la solennità dell’Immacolata Concezione di Maria,
entriamo in questi giorni nel clima suggestivo della preparazione prossima al Santo Natale. Nell’odierna società dei consumi, questo periodo subisce purtroppo una sorta di "inquinamento" commerciale, che rischia di alterarne l’autentico spirito, ca-ratterizzato dal raccoglimento, dalla sobrietà, da una gioia non esteriore ma intima.
E’ dunque provvidenziale che, quasi come una porta d’ingresso al Natale, vi sia la festa di Colei che è la Madre di Gesù, e che meglio di chiunque altro può guidarci a conoscere, amare, adorare il Figlio di Dio fatto uomo. Lasciamo dunque che sia Lei ad accompagnarci; siano i suoi sentimenti ad animarci, perché ci predisponiamo con sincerità di cuore e apertura di spirito a riconoscere nel Bambino di Betlemme il Figlio di Dio venuto sulla terra per la nostra redenzione. Camminiamo insieme a Lei nella preghiera, e accogliamo il ripetuto invito che la liturgia dell’Avvento ci rivolge a restare nell’attesa, un’attesa vigilante e gioiosa perché il Signore non tarderà: Egli viene a liberare il suo popolo dal peccato.
In tante famiglie, seguendo una bella e consolidata tradizione, subito dopo la festa dell’Immacolata si inizia ad allestire il Presepe, quasi per rivivere insieme a Maria quei giorni pieni di trepidazione che precedettero la nascita di Gesù.
Costruire il Presepe in casa può rivelarsi un modo semplice, ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli. Il Presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme.
San Francesco d’Assisi fu così preso dal mistero dell’Incarnazione che volle riproporlo a Greccio nel Presepe vivente, divenendo il tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione.
Il Presepe può infatti aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale "da ricco che era, si è fatto povero" (2 Cor 8,9) per noi. La sua povertà arricchisce chi la abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell’angelo: "Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (Lc 2,12).
Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila.
Non c’è altro Natale.
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L’ultima sera della Novena verranno benedette le statuine di Gesù Bambino
che ogni famiglia deporrà poi nel presepio di casa
COLLETTA ALIMENTARE
RACCOLTE OLTRE 8100 TONNELLATE DI GENERI ALIMENTARI, PARI AL 17% IN PIÙ DELLO SCORSO ANNO
A CHIOGGIA SI E’ RADDOPPIATO, SUPERANDO NEI 18 SUPERMERCATI LE 17 TONNELLATE E 300 KG
Il risultato della Colletta Alimentare ha mostrato in modo ancor più convincente come la carità cristiana sia in Italia la prima forma di risposta al bisogno dell’uomo e costituisca una reale possibilità di ricominciare a costruire.
Le quasi 5 milioni di persone che hanno aderito alla Giornata della Colletta di quest’anno, lo hanno fatto con una coscienza più matura rispetto alle ultime edizioni, perché in un momento difficile per tutti, chi ha donato ha riscoperto l’importanza dell’impegno preso in prima persona nei confronti del prossimo. Milioni di persone davanti alla povertà di molti hanno avuto il coraggio di giocarsi personalmente e di muoversi, aderendo alla nostra proposta.
Gratuità e condivisione del bisogno sono andate di pari passo.
Educarci a questo è il più grande contributo per il bene dei poveri e per il bene di tutti”.
(don Mauro Inzoli, Presidente Fondazione Banco Alimentare)
Se ci fosse una educazione del popolo
tutti starebbero meglio
L’Italia è attraversata da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica e neppure quella economica - a cui tutti, dalla destra alla sinistra, legano la possibilità di “ripresa” del Paese -, ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Si chiama “educazione”. Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso l’educazione si costruisce la persona, e quindi la società. Non è solo un problema di istruzione o di avviamento al lavoro.
Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli. Per anni dai nuovi pulpiti - scuole e università, giornali e televisioni - si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere. È diventato normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta.
È stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di fronte alla vita, annoiati e a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere.
Ma la loro noia è figlia della nostra, la loro incertezza è figlia di una cultura che ha sistematicamente demolito le condizioni e i luoghi stessi dell’educazione: la famiglia, la scuola, la Chiesa. Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti. Occorrono maestri, e ce ne sono, che consegnino questa tradizione alla libertà dei ragazzi, che li accompagnino in una verifica piena di ragioni, che insegnino loro a stimare ed amare se stessi e le cose. Perché l’educazione comporta un rischio ed è sempre un rapporto tra due libertà.
È la strada sintetizzata in un libro cruciale, nato dall’intelligenza e dall’esperienza educativa di don Luigi Giussani: Il rischio educativo.
Tutti parlano di capitale umano e di educazione, ci sembra fondamentale
farlo a partire da una risposta concreta, praticata, possibile, viva.
Non è solo una questione di scuola o di addetti ai lavori: lanciamo un appello a tutti, a chiunque abbia a cuore il bene del nostro popolo.
Ne va del nostro futuro.
Appello sottoscritto da varie personalità
PARIGI BRUCIA
Le fiamme dell’odio di sé
La Francia sta bruciando e con lei iniziano a bruciare anche altre città dell’Europa. Come sempre gli eventi che possono incidere profondamente nella storia dei popoli iniziano furtivamente, quasi per caso. In realtà, ci sono ragioni profonde e segrete che occorre cercare di comprendere.
Qual è allora la ragione profonda del disagio che muove quei giovani alla violenza?
Si sono cercate le risposte sulle labbra e nelle teste dei sociologi, degli architetti, dei politici, degli uomini di polizia, dei mâitres a penser. E’ difficile trovare un consenso. Certo, gli architetti ci potrebbero dire che in molti casi si sono creati intorno alle grandi città dei ghetti. I sociologi ci spiegherebbero che dopo la prima e la seconda generazione comincia a manifestarsi un disadattamento sempre più forte in taluni settori degli immigrati. I politici, soprattutto di una certa tendenza, ci parlerebbero dell’eterna lotta tra i ricchi e i poveri. I mâitres a penser, maestri del terrore come Toni Negri, inneggerebbero a una nuova rivoluzione.
Mi sembra che sia andato più in profondità Andre Glucksmann, sul Corriere della Sera del 14 novembre, quando parla dell’odio di sé e dell’ora del nichilismo: "E’ nei loro stessi quartieri che attaccano le auto dei parenti, demoliscono parchi giochi frequentati da fratelli e sorelle. Crediamo che non si rendano conto di agire contro se stessi?". E infine aggiunge: "Odio di sé, odio degli altri, odio del mondo procedono di pari passo. Brucio dunque sono".
Se ci interroghiamo sulla radice dell’odio, soprattutto dell’odio verso se stessi, scopriamo che essa è il non aver radici, la percezione di non appartenere più a nessuno. Si tocca qui il livello più profondo del disadattamento, del non sentirsi di nessuno. In questi ultimi decenni, in tutto il mondo, da parte di tanti, si è predicato che appartenenza significa violenza. Si è sostenuto che l’ideale è una libertà intesa come appartenere solo a se stessi.
E’ vero invece il contrario. Soltanto l’appartenenza dà alla persona la certezza del suo volto, la passione per radicarsi in una situazione nuova, l’energia per trovare casa. L’appartenenza dà la forza di riconoscere, anche se siamo lontani dalla nostra terra d’origine, come fratelli coloro che sono così diversi, dà la curiosità e l’intelligenza per capire come ciò che è altro da me non solo non è nemico, ma può entrare a far parte del mio stesso io.
Si è voluto uccidere Dio il padre, ogni autorità, si è predicato che tutto è uguale a tutto, e si sono così create identità sempre più deboli, sfuocate e potenzialmente sempre più violente. Il lavoro è lungo, ma anche interessante: quello della
educazione. Educare vuole dire aiutare l’altro a riconoscere il suo vero io, la sua origine, la sua inevitabile e gloriosa dipendenza da ciò che lo ha portato ad essere e lo ha accompagnato nei passi decisivi della sua vita.
La Francia, come l’Italia e l’Europa, sono sul crinale della loro storia: aiutiamo
questa nostra gente a comprendere come sia necessario ed esaltante per l’uomo la scoperta di appartenere.
da un intervento di Don Massimo Camisasca
La Messa nel lager
Per otto anni celebravo le Sante Messe ogni notte nei lager sovietici. Il Signore mi custodiva: nessuno se ne accorse. Celebravo la Santa Messa dalle due fino alle tre. Non potevamo riunirci, ma quelli che erano accanto a me nella baracca, pregavano. Non c’era altare, solo una croce e una tovaglietta. Facevo la comunione e la mattina la impartivo anche agli altri. Per i fedeli aveva una importanza enorme, li rafforzava nella miseria. Non soltanto dalla nostra baracca ma da tutti i lager arrivavano i detenuti per ricevere la comunione.
PLACID OLOFSSON, monaco benedettino ungherese
per dieci anni prigioniero nei lager dell’Unione Sovietica
La Messa nella vita
In che cosa consiste la nostra vita: da quando ci svegliamo al mattino a quando andiamo a letto la sera: come la nostra libertà si gioca? Si gioca attraverso l’esperienza degli affetti e quella del lavoro. Dedichiamo otto ore al giorno al lavoro. Allora se il culto è l’offerta della mia vita, non può non essere l’offerta del lavoro. Ecco perché il pane, il vino e la goccia d’acqua che vengono versati nel calice dicono realmente della visione dell’uomo, dei suoi affetti, del suo lavoro e della sua relazione con il cosmo. Il pane è l’espressione dell’alimento e il vino è l’espressione dell’elemento gioioso, del gaudio, ella pienezza. Il lavoro umano che rielabora i frutto della terra diventa un elemento nell’Eucaristia, attraverso l’azione eucaristica della domenica, di questo nuovo culto.
Che poi il culto non è separato dalla vita, al contrario. L’Eucaristia porta il mistero di Dio che libera la libertà dell’uomo, dentro l’esistenza di tutti i giorni. Quindi prende il pane e il vino frutti della terra e del lavoro dell’uomo, l’amore tra l’uomo e la donna, del papà e della mamma verso i figli,verso gli amici, verso i vicini, verso gli ultimi e li offre. Così, giorno dopo giorno, è come s e avessi donato pazientemente me stesso a Dio, con i miei difetti, i miei limiti. Le mie contraddizioni, amando e lavorando. Questo è il culto.
Angelo Scola, Patriarca di Venezia,
relatore al Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia
Comunione e Liberazione invita alla
Giornata di Inizio Anno
nel Teatro dei Salesiani Sabato 15 Ottobre ore 17
Inizia questa
domenica a Roma il Sinodo mondiale
sulla Eucaristia, al quale partecipano rappresentanti dei vescovi di tutto il mondo, insieme con alcuni altri invitati.
I lavori continueranno per tre settimane e avranno come
relatore finale
il Patriarca di
Venezia, Cardinale Angelo Scola.
Tutti i cristiani che
sono chiamati a vivere ogni domenica e ogni giorno il
Sacramento della Eucaristia, sono
invitati a domandare al Signore che
Questo sacramento, mistero di Cristo morto e risorto
presente tra noi,
ritorni a essere fonte e culmine della vita
e della missione
della Chiesa.
IL PAPA A CIAMPI:
vita, famiglia, scuola
La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo. Tutte e due anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane. Legittima è dunque una sana laicità dello Stato in virtù della quale le realtà temporali si reggono secondo le norme loro proprie, senza tuttavia escludere quei riferimenti etici che trovano il loro fondamento ultimo nella religione.
Cristo è il Salvatore di tutto l'uomo, del suo spirito e del suo corpo, del suo destino spirituale ed eterno e della sua vita temporale e terrestre. Quando il suo messaggio viene accolto, la comunità civile si fa anche più responsabile, più attenta alle esigenze del bene comune e più solidale con le persone povere, abbandonate ed emarginate”.
Prova di questo è la storia italiana, nella quale destano impressione le innumerevoli opere di carità a cui la Chiesa, con grandi sacrifici, ha dato vita per il sollievo di ogni genere di sofferenza.
La famiglia, fondata sul matrimonio, costituisce un valore importantissimo che deve essere difeso da ogni attacco mirante a minarne la solidità e a metterne in questione la stessa esistenza.
La Chiesa riconosce la vita come bene primario, presupposto di tutti gli altri beni.
Che sia rispettata tanto nel suo inizio quanto nel suo termine, pur sottolineando la doverosità di adeguate cure palliative che rendano la morte più umana”.
Ferma restando la competenza dello Stato a dettare le norme generali dell’istruzione, non posso non esprimere l’auspicio che venga rispettato concretamente il diritto dei genitori ad una libera scelta educativa, senza dover sopportare per questo l’onere aggiuntivo di ulteriori gravami”.
Il fallimento del Referendum
ha dimostrato che:
- tante persone sanno ancora riconoscere la vita come dono, fin dal concepimento;
- i giornali quotidiani, tutti schierati in favore del sì, fuorché Avvenire e Il Foglio, e tanti altri mass-media, non sono stati creduti;
- i vescovi si sono proposti come guide autorevoli e paterne del popolo di Dio, offrendo motivazioni utili e indicazioni precise che hanno aiutato tante persone a scegliere in modo corretto;
- anche tanti intellettuali e tanti scienziati hanno indicato la strada giusta, quella del buon senso e della scienza vera;
- anche i laici cattolici, tante parrocchie, tanti gruppi e movimenti hanno si sono organizzati per aiutare a capire il senso delle cose; è stata sorprendente l’unità del popolo di Dio.
Consigliamo di leggere interamente questo discorso del Papa tenuto nella Basilica di San Giovanni in Laterano
Lunedì, 6 giugno 2005.
Lo si può trovare anche su internet
Chi AMA la VITA DIFENDE la VITA
Non siamo noi ad aver voluto il referendum, non siamo
e non saremo noi a esacerbare i contrasti e le contrapposizioni;
non vogliamo forzare le coscienze ma soltanto illuminarle.
Non siamo contro nessuno, lavoriamo invece per qualcuno.
Per la vita umana nascente, certo, e per i figli che hanno
diritto a conoscere i propri genitori, ma anche per le donne e gli uomini
di oggi e di domani, che devono sempre essere considerati e trattati
Come persone e non come prodotto di laboratorio
o oggetto di sperimentazione,
e che anche nel loro giusto desiderio di essere genitori
vanno aiutati a non dimenticare che il figlio rimane sempre,
prima che una propria soddisfazione,
una persona da accogliere in dono.
Dall’intervento del Cardinal Ruini alla diocesi di Roma
Il PAPA e la FAMIGLIA
Nessun uomo e nessuna donna, da soli e unicamente con le proprie forze, possono dare ai figli in maniera adeguata l ’amore e il senso della vita. Per poter infatti dire a qualcuno "la tua vita è buona, per quanto io non conosca il tuo futuro", occorrono un’autorità e una credibilità superiori a quello che l’individuo può darsi da solo. Il cristiano sa che questa autorità è conferita a quella famiglia più vasta che Dio, attraverso il Figlio suo Gesù Cristo e il dono dello Spirito Santo, ha creato nella storia degli uomini, cioè alla Chiesa. Egli riconosce qui all’opera quell’amore eterno e indistruttibile che assicura alla vita di ciascuno di noi un senso permanente. Per questo motivo l’edificazione di ogni singola famiglia cristiana si colloca nel contesto della più grande famiglia della Chiesa, che la sostiene e la porta con sé. E reciprocamente la Chiesa viene edificata dalle famiglia, "piccole Chiese domestiche", come le ha chiamate il Concilio Vaticano II, riscoprendo un’antica espressione patristica di San Giovanni Crisostomo. Nel medesimo senso la Familiaris consortio afferma che "Il matrimonio cristiano è il luogo naturale nel quale si compie l’inse-rimento della persona umana nella grande famiglia
CHI CERCATE ?
Il giorno dopo i funerali del Papa, ritorna il silenzio e tutto ricomincia come prima? Mi auguro di no, altrimenti poveri noi!
Il giorno dopo sarà il primo di una serie di giorni che rischiano di vederci appiattiti sul nostro vivere quotidiano, come se Gesù non ci fosse ? Non sarà così, mi dico, perché nulla accade invano, e chi ha camminato con noi verso il Signore, per poco o per molto, rimane in qualche modo nostro compagno di viaggio. Il Papa ha camminato con molti di noi e ci ha accompagnato con parole di speranza e con lo sguardo buono. In questi giorni ha fatto uscire allo scoperto una marea di persone, alcune delle quali magari non lo riconoscevano come pastore, ma ne stavano cercando uno. E tutti ci siamo diretti verso di lui, come un grande fiume, ciascuno a modo suo, andando a Roma o infilandosi in una chiesa a pregare o passando ore davanti alla Tv.
Adesso resta da vedere dove questo fiume andrà a scorrere. Rimarrà in quest’alveo salutare che dà alla vita il giusto corso oppure uscirà dagli argini per disperdersi in mille rivoli di solitudine, portando poco frutto? Noi siamo preziosi agli occhi del Signore e Lui non vuole che ci disperdiamo!
Questi giorni hanno mostrato che nel mondo c’è una grande domanda di vita e di fede, un grande bisogno di risposte, una grande ricerca di maestri e di padri. Le persone si sono lasciate muovere da una corretta intuizione nel riconoscere le persone giuste da seguire.
Questo fatto carica di responsabilità noi tutti: occorre che noi stessi seguiamo maestri e padri veri, e seguendoli, possiamo indicare la strada a chi domanda e a chi cerca…
(dalla riflessione di una cristiana)
CHI CERCATE ?
I dottori della legge condannano la vita
Giovanni Paolo II ha predetto dieci anni fa
casi come quello di Terri Schiavo
Nell’Enciclica pubblicata dieci anni fa, il 25 marzo del 1995, sul carattere inviolabile della vita il Santo Padre aveva usato l’espressione ‘cultura di morte’ per descrivere la tendenza della società moderna a svilire l’inviolabile dignità della vita umana. Il caso della Schiavo illustra le preoccupazioni di Giovanni Paolo II: le persone umane sono valutate più per l’utilità e la ‘qualità di vita’ che non per il loro valore intrinseco e personale.
Nell’Enciclica il Santo Padre scrive:
“Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della ‘cultura di morte’, che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate”
Oggi, la questione non è se i genitori di Terri hanno ragione o se il marito di Terri ha torto. Il problema sta nel fatto che qualcuno si prende il potere di decidere sulla vita di qualcun altro.
Certamente bisogna distinguere fra eutanasia – un'azione o un'omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore – e accanimento terapeutico – certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia.
Nella Evangelium Vitae, il Santo Padre ha condannato l’eutanasia nei termini più forti: “In conformità con il Magistero dei miei Predecessori e in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l'eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana”
Nel caso di Terry e in tanti altri casi che sono anche sotto i nostri occhi stiamo parlando della cura più basilare: dare da mangiare e bere a una persona malata ! Terri non è una malata terminale, ma la rimozione del tubo che le permette di alimentarsi la condannerà a morire di fame e di sete.
Il Papa ci incoraggia a riaffermare il nostro impegno per la vita e ad essere solidali con coloro che soffrono. Quando un malato o un anziano realizza di essere apprezzato come una persona preziosa e irripetibile, piuttosto che come un peso da trascinare, allora trova la forza di portare la propria croce con gioia e ha desiderio di vivere...
Messaggio dei Vescovi per la 27.a Giornata per la vita - Fidarsi della vita
La vita è un intreccio di relazioni e le relazioni richiedono che ci si possa fidare gli uni degli altri. Secondo una tendenza culturale diffusa, la vita degli altri però, non è degna di considerazione e rispetto come la propria. In particolare non riscuote un rispetto sacro la vita nascente, nascosta nel grembo d’una madre; né quella già nata ma debole; né la vita di chi non ha i genitori oppure li ha, ma sono assenti e aspetta di averli col rischio di aspettare molto a lungo, forse addirittura di non averli mai. Così chi attende di nascere, rischia di non vedere mai la luce; e chi attende in un Istituto l’abbraccio di due genitori, rischia di vivere per tutta la vita con il desiderio di un evento che mai accadrà. Scontiamo modi di pensare e di vivere che negano la vita altrui, che non si fidano della vita perché diffidano degli altri, chiunque essi siano. E invece: “Non è bene che l’uomo sia solo!” (Gen 2,18): lo scopo dell’esistenza sta nella relazione. Con l’Altro, che ci ha creati, ci ama da sempre e per sempre, e per noi ha in serbo la vita eterna. E con gli altri, a cominciare da chi più ha fame e sete di vita e di relazione: come il bambino non ancora nato o i molti bambini senza genitori. C’è il bambino non ancora nato, icona e speranza di futuro: entrare in relazione con lui, considerandolo da subito ciò che egli è, una persona, è la più straordinaria avventura di due genitori. In questo senso, l’aborto, quando è compiuto con consapevole rifiuto della vita, superficialmente o in obbedienza alla cultura dell’individualismo assoluto, è la più terribile negazione dell’altro, la più gelida affermazione dell’individuo che ignora l’altro, perché riconosce soltanto se stesso. In non poche circostanze, in verità, l’aborto è una scelta tragica, vissuta nel tormento e con angoscia, sbocco di povertà materiale o morale, di solitudine disperata, di triste insicurezza: in queste situazioni a negare l’altro è, in ultima analisi, tutta una società, cieca nei riguardi dei bisogni delle persone e insensibile al rispetto del figlio e della madre.
Anni di esperienza inducono a ritenere che la via maestra per vincere la cultura dell’individualismo, ma anche per superare la fragilità che durante una gravidanza può nascere dalla paura di non farcela, consiste nel fare compagnia alle madri in difficoltà, aiutandole a capire che gli altri esistono, ti aiutano, non ti lasciano sola e portando assieme a te il tuo peso, lo rendono sopportabile, fino a farti scoprire che non di un peso si tratta, ma della gioia più grande. Ci sono poi molti bambini e ragazzi che trascorrono la loro infanzia in un istituto, perché i loro genitori li hanno abbandonati o per i più svariati motivi non sono in grado di tenerli con sé. Il loro futuro è incerto e insicuro, perché tra pochi mesi questi istituti saranno definitivamente chiusi. Si aprirà così per le famiglie italiane – sia per quelle che godono già del dono di figli propri, sia per quelle che vivono la grande sofferenza della sterilità biologica – una grande opportunità per dilatare la loro fecondità attraverso l’adozione o l’affido temporaneo.
Se una famiglia si dimostra disponibile, non va lasciata sola. Deve avvertire attorno a sé una rete di solidarietà concreta, fatta non solo di complimenti ed esortazioni, ma di tante forme di aiuto e di solidarietà. E chi si rende disponibile per l’adozione o l’affido, deve sentirsi parte di un’avventura collettiva, in cui gli altri ci sono, vivi e presenti.
Risuonano perciò particolarmente suadenti in questo momento, per le famiglie e per le comunità, le parole di Gesù: “Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande” (Lc 9,48).
Perché dunque non fidarsi della vita rispondendo a una sfida che viene dagli eventi? Ne guadagnerebbero le famiglie nel vivere la esaltante avventura di una fecondità coraggiosa che fa sperimentare che “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Ne guadagnerebbero molti figli nel trovare finalmente l’affetto e il calore di una famiglia e la sicurezza di un futuro. Ne guadagnerebbe l’intera società nel mettere in evidenza segni convincenti che le farebbero prendere il largo nella civiltà dell’amore.
La vita vincerà ancora una volta? Osiamo sperarlo e per questo chiediamo a tutti una preghiere unita a un atto di amore accogliente e solidale.
prova 31.01.2005
prova lorenzo
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